Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Davide Landoni
Leggi i suoi articoliIl mercato dell’arte, per chi lo guarda da fuori, ha sempre avuto qualcosa di impenetrabile. Prezzi non dichiarati, dinamiche informali, relazioni che contano più delle regole. Un mondo che sembra funzionare per cooptazione: o ne fai già parte, oppure resti alla soglia. Negli ultimi anni, però, qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Non per effetto di una rivoluzione, ma di un’apertura progressiva. E Matis si inserisce esattamente in questo spazio.
Nata a Parigi nel 2023 e oggi presente anche a Milano, Matis è una società di gestione patrimoniale regolamentata che opera nel campo del co-investimento in arte del Novecento. Ma definirla solo in questi termini è riduttivo. Perché il punto non è solo l’investimento, ma anche l’accesso. L’idea di fondo è semplice: permettere a una platea più ampia di persone di entrare nel mercato dell’arte “professionale”, quello delle opere blue chip, senza dover essere milionari, galleristi o collezionisti storici.
Il meccanismo è quello dei club deal. Più investitori partecipano insieme all’acquisto di un’opera importante - per esempio un Fontana, un Picasso, un Calder, un Giacometti - condividendone l’impegno economico e il percorso. La soglia d’ingresso è relativamente contenuta, ma ciò che cambia davvero è la posizione dell’investitore. Non più spettatore, non più cliente passivo, ma parte attiva di un processo che normalmente resta invisibile.
François Carbone e Arnaud Dubois, co-fondatori di Matis © Julien Mouffron-Gardner
Perché il mercato dell’arte non è solo fatto di acquisti e vendite. È fatto di studio, selezione, due diligence, restauri, logistica, assicurazioni, relazioni con gallerie e musei. Tutto ciò che solitamente resta dietro le quinte, con Matis viene portato in primo piano. Ogni opera è accompagnata da dossier completi, analisi storiche, dati di mercato, video, incontri dal vivo. Gli investitori vengono invitati a vedere le opere, a seguirne il restauro, a partecipare a momenti che assomigliano più a un’esperienza curatoriale che a un’operazione finanziaria.
È qui che l’accessibilità smette di essere solo una questione economica e diventa culturale. Molti entrano attratti dalla diversificazione del portafoglio, ma finiscono per scoprire un artista, un movimento, una storia. Con il tempo, alcuni diventano collezionisti. Non acquistano le stesse opere su cui investono - i grandi capolavori restano fuori portata - ma iniziano a comprare lavori più piccoli come disegni, gouache, opere su carta. Nasce così un rapporto diverso con l’arte, meno intimidatorio e più consapevole.
Questo processo ha effetti anche sull’altra metà del sistema. Le gallerie, spesso costrette a immobilizzare grandi capitali per acquisire opere, trovano in Matis un alleato. La società fornisce liquidità, acquista le opere e le rimette in circolo attraverso operazioni mirate. In questo modo le gallerie possono concentrarsi sulla ricerca, sulle mostre, sulla costruzione di nuovi collezionisti. Anche per loro, in fondo, si tratta di accesso: accesso a capitali, a nuovi pubblici, a un mercato meno chiuso su se stesso.
I numeri raccontano una crescita rapida - decine di milioni raccolti in due anni, oltre duemila clienti coinvolti, prime exit già realizzate - ma ciò che colpisce è soprattutto la trasformazione del pubblico. Persone che non avevano mai messo piede in una galleria iniziano a farlo. Professionisti della finanza imparano a leggere un’opera prima ancora di leggerne il rendimento. L’arte torna a essere un’esperienza vissuta, non solo un bene distante.
Altri articoli dell'autore
Sul recto un Ecce Homo, sul verso un San Girolamo penitente: nel complesso, uno dei soli quaranta dipinti conosciuti dell'artista, dunque uno dei lotti più significativi dell'intero 2026
Il giornalista culturale, critico letterario e performer milanese riflette sugli strumenti e sul senso della critica artistica e letteraria contemporanea italiana, e non solo
Il nuovo appuntamento non tradisce la natura intima e iper-selezionata della fiera, dove epoche e generi si ritrovano a dialogare senza limiti di continuità in uno spazio facilmente fruibile e suggestivo
Il manoscritto è conservato dalla New York Public Library e faceva parte della collezione privata di Arturo Alfonso Schomburg (1874-1938), intellettuale afro-portoricano, storico e bibliofilo



