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Shalom Harlow in passerella durante la sfilata Spring/Summer 1999 No. 13 di Alexander McQueen

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Shalom Harlow in passerella durante la sfilata Spring/Summer 1999 No. 13 di Alexander McQueen

Manichini paradossali, simulacri ovvi, massificati e fondamentalmente inaccettabili

Nato nel Rinascimento, per quanto continuamente aggiornato nelle sembianze, nelle tecnologie e nei materiali innovativi utilizzati, resta immutabile nella sostanza

Mariuccia Casadio

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È nato nel Rinascimento come modello umano in legno snodabile per lo studio di pose e panneggi in pittura. Ma a renderlo imperante sono stati i secoli XVIII e XIX, che l’hanno convertito in uno strumento per sartorie e richiami commerciali. Il manichino primigenio si è quindi via via evoluto nella società dei consumi, fino a ispirare la concezione di automi, robot e creature digitali post-umane, trasformandosi in un protagonista in continua evoluzione di vetrine, allestimenti, sfilate di moda, e non di meno prototipi e prodotti. Tuttavia, per quanto continuamente aggiornato nelle sembianze, nelle tecnologie e nei materiali innovativi utilizzati, resta immutabile nella sostanza: un simulacro ovvio, massificato e fondamentalmente inaccettabile. Forse non a caso, in appena un centinaio di parole può dirsi introdotta e spiegata tutta la sua storia, che, al contrario, non ha smesso, nei secoli, di ispirare romanzi e racconti, opere readymade ed elaborate rappresentazioni, considerazioni teoriche, aspre critiche e contestazioni di varia natura. È pertanto innegabile che, se da un lato, le parole «persecuzione e perseveranza» riferite al manichino, nelle quali mi sono recentemente imbattuta su Instagram, possono efficacemente sintetizzare il senso diffuso di noia e antipatia che questo protagonista del display perlopiù ingenera nei più attenti osservatori. Diventa, d’altro canto, interessante passare in rassegna e meditare in quanti e quali modi l’arte del XX e XXI secolo abbia cercato di unicizzarne i tratti, rendendolo inquietante, indisponente, sovversivo. Emblema di disuguaglianza in rivolta contro il sistema dominante di omologazione e di controllo. 

Non mancano peraltro tentativi di invertire la rotta anche nella storia recente della moda. Fra tutti, resta memorabile Alexander McQueen, che per la sua collezione No. 13 del 1999 fa sfilare l’atleta paralimpica Aimee Mullins con protesi in legno d’olmo alle gambe, utilizzando nel finale due robot che spruzzano vernice colorata sull’abito bianco indimenticabilmente indossato da Shalom Harlow. 

Ma esistono esempi anche molto recenti, perché Alessandro Michele, per presentare la sua collezione Valentino Haute Couture P/E 2026, ha cercato di rovesciare la logica compulsiva del nostro consumo di immagini, realizzando un Kaiserpanorama contemporaneo. Obbligato a osservare modelle e abiti da un suo distinto e circoscritto punto di vista, il pubblico è così portato a concentrarsi sui dettagli di ogni insieme. Ovvero, corpi immobili e in movimento, che  sfuggono la prevedibile fissità delle pose, la sfuggente lucentezza da bambole, la deprimente ormai paradigmatica visione della donna, incentivando forme più mirate e incantevoli di attenzione. Ogni punto di vista sull’abito si traduce infatti in un’esperienza unica, un modo di rimirare e ammirare le cose da un personale circoscritto peep-hole che disciplina e risignifica il ruolo dello sguardo. O, almeno, a questo aspira.  

Tristemente insignificanti appaiono infatti le definizioni estetiche, sessuali e di genere, in quello che Jean Baudrillard chiama «scenodramma dell’erezione e della castrazione d’una varietà e d’una monotonia assolute» nel suo celeberrimo trattato Lo scambio simbolico e la morte del 1976. Intende parlare anche lui di quel simulacro del corpo umano per eccellenza, che chiamiamo anche manichino. Un «corpo sessualmente disincantato» che definisce la moda e non finisce mai di fare notizia, divulgando prodotti che narcotizzano e garantiscono il sistema almeno quanto possono continuare a generare opportuni e taglienti spunti di riflessione. Mentre la moda perde fascino e capacità di persuasione. 

Continua...

Vetrine di Victor Hugo per Halston (anni ’70). Foto Malan Studio

Vetrine di Victor Hugo per Halston (anni ’70). Foto Malan Studio

Mariuccia Casadio, 09 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Manichini paradossali, simulacri ovvi, massificati e fondamentalmente inaccettabili | Mariuccia Casadio

Manichini paradossali, simulacri ovvi, massificati e fondamentalmente inaccettabili | Mariuccia Casadio