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Francesco Monico
Leggi i suoi articoli«UR-RA. Poesia, Mistica, Spiritualità» si è svolto il 23 e 24 marzo nella Sala delle Cerimonie della Reggia di Monza, in dialogo diretto con la grande mostra antologica «UR-RA. Unity of Religions – Responsibility of Art», dedicata all’opera e al pensiero-arte di Michelangelo Pistoletto e ospitata per l’intero 2026 negli spazi monumentali della Reggia.
La mostra si configura come un attraversamento spirituale delle principali stagioni della ricerca di Pistoletto: dai primi quadri a olio del 1957, ai celebri specchi che includono lo spettatore nell’opera, dagli oggetti e dalle idee dell’Arte Povera fino al segno-arte del Terzo Paradiso e alla teoria concettuale della «trinamica».
L’esposizione si presenta così come un dispositivo discorsivo, aperto al confronto con il pensiero mistico, poetico e interreligioso, ponendo al centro la responsabilità dell’arte come forma di pensiero del contemporaneo. In questo orizzonte, prende forma l’ipotesi che nel XXI secolo i saperi debbano entrare in dialogo con le immaginalità simboliche delle culture: un dialogo reso possibile proprio dall’arte, intesa come territorio di libertà, capace di accogliere e rendere praticabile ogni confronto.
L’arte viene così assunta come spazio di libertà del pensiero, mentre le religioni si configurano come archivi viventi di immaginari multiformi, capaci di offrire archetipi e visioni. Su questa base si fonda la proposta curatoriale, che introduce un’inversione della committenza: non è più la religione a chiedere all’arte la produzione di opere cultuali, ma è l’arte a interrogare le religioni, sollecitando da esse gli immaginari necessari a pensare il XXI secolo.
In questo senso, la mostra si configura come un campo gravitazionale in cui l’artista diventa attivatore di responsabilità collettiva e il pubblico parte integrante del processo. UR-RA si presenta, quindi, come una macchina dell’invenzione e dell’intelligenza, capace di trasformare la Villa Reale di Monza in un laboratorio di pensiero condiviso.
Nel Salone delle Cerimonie dei sovrani d’Italia, la mostra si è aperta al confronto pubblico con il primo simposio di un ciclo di quattro incontri, pensati per articolare il progetto nei principali ambiti della vita collettiva. La scelta di questo luogo non è casuale: il Salone, trasformato nella Sala della Trinamica grazie agli arazzi di Michelangelo Pistoletto, inscrive il segno del Terzo Paradiso nell’architettura stessa dello spazio.
In questo contesto, la logica trinamica – secondo cui dall’incontro tra due polarità emerge un terzo elemento, generativo e sistemico – si traduce in un metodo di dialogo tra linguaggi, tradizioni e discipline.
In questa prospettiva l’esposizione si definisce come una macchina dell’invenzione e del pensiero, che utilizza l’arte per attivare saperi e generare nuova conoscenza. La durata della mostra riflette questa vocazione processuale e prevede quattro momenti di approfondimento: «Poesia, Mistica, Linguaggio» (23-24 marzo 2026); «Educazione, Formazione e Spiritualità» (8-9 giugno 2026); «Medicina, Cura e Spiritualità» (28-29 settembre 2026); «Economia, Finanza e Spiritualità» (26-27 ottobre 2026).
Il primo convegno, dedicato a «Poesia, Mistica, Linguaggio», nato da un’idea di Antonio Spadaro e curato da Tamar Levi con la partecipazione di Michael Mocci, ha inaugurato e allo stesso tempo definito la matrice epistemica dell’intero progetto. Interventi, dialoghi e momenti performativi hanno fatto emergere un’epistemologia capace di oltrepassare la mera estetica in una pratica di teoresi capace di incidere sui processi culturali. Una prospettiva che si colloca nel campo delle nascenti Contemporary Humanities, chiamate a ridefinire le funzioni del sapere umanistico contemporaneo.
«UR-RA Poesia, Mistica, Linguaggio» è quindi un dispositivo poetico-critico che ha trasformato la monumentale architettura del Piermarini in uno spazio di risonanza culturale, riaffermando l’estetica come pratica generativa di senso, dialogo e consapevolezza.
In questo orizzonte, poesia e mistica si delineano come poli endiadici: nello spazio tra pensiero poetico e pensiero funzionale si apre una soglia insieme vuota e feconda. Viviamo in un’epoca in cui il linguaggio è sempre più governato da sistemi tecnici – algoritmi, modelli computazionali, piattaforme digitali, intelligenza artificiale – che ne trasformano radicalmente le modalità di produzione e condivisione del significato.
Eppure, nella storia delle civiltà, il linguaggio non nasce come procedura, ma come poesia, sua forma originaria. Per millenni, essa è stata il luogo in cui l’umano ha generato e custodito l’immaginario, mettendo in relazione esperienza sensibile e dimensione spirituale, parola e mistero, comunità e visione del mondo. Prima ancora che si distinguessero filosofia, religione e letteratura, era la poesia a configurare gli orizzonti simbolici delle civiltà.
È in questo senso che la poesia torna oggi necessaria: non come nostalgia, ma come spazio generativo di nuovi immaginari, capace di accompagnare la trasformazione in atto – l’ingresso in una nuova epoca della conoscenza, in cui arte e artificiale entrano in relazione sempre più stretta. In tale prospettiva, il compito non è più soltanto produrre opere, ma contribuire a immaginare il mondo simbolico entro cui questa trasformazione possa essere abitata.
Possiamo leggere questo percorso come articolato in quattro movimenti principali. Il primo ha tematizzato il rapporto tra poesia e mistica a partire dalla questione classica del limite del linguaggio rispetto all’esperienza. La keynote della poetassa Rosaria Lo Russo, tra le voci più incisive della poesia performativa, ha aperto la prima giornata con una serie di letture dedicate alla poesia spirituale, in autori moderni e contemporanei, da Thérèse Martin ad Anne Sexton e Gerard Manley Hopkins. Ne è emersa una tensione costante tra espressione e limite, tra frammentazione dell’esperienza e lacerazione del soggetto. Questo filo si è poi sviluppato nella sessione, «Poesia e mistica: soglie del dire», attraverso casi culturalmente e storicamente distanti – dalla tradizione sufi di Rūmī alla costruzione teologico-poetica di Dante (Michael Mocci), fino ai kavi vedici (Swamini Shuddhananda Giri) e a Rav Avraham Itzchak Kook (Rav Joseph Levi). Pur nella loro eterogeneità, questi esempi hanno mostrato come la dimensione multispirituale e il discorso poetico si siano sviluppati in prossimità di ciò che eccede il dicibile e l’indicibile, il fisico e metafisico. Il linguaggio come pratica che mette in scena, simultaneamente, la propria insufficienza e la propria inesauribile apertura.
Abd al-Basit Ouro . Credits Sebastiano Orfeo. Editing Antonio Bocola.
Le sessioni successive hanno quindi introdotto uno spostamento dal linguaggio come sistema astratto di significati al linguaggio come corpo significante. L’attenzione alla voce – tematizzata a partire dalla riflessione semiotica proposta da Gabriele Marino, ricercatore dell’Università di Torino – ha messo in discussione una concezione astratta del segno linguistico. Ci siamo trovati, qui, di fronte alla tensione della carnalità intorno alla voce, per cui timbro, ritmo e intensità partecipano alla produzione di senso.
Questa prospettiva è stata ulteriormente radicalizzata nelle pratiche performative e musicali, come nel lavoro di Meredith Monk - compositrice, cantante e regista statunitense, pioniera del teatro musicale sperimentale – in cui il linguaggio verbale riorganizzato secondo parametri corporei e sonori, non precede l’enunciazione, ma emerge nel corso della sua esecuzione.
In questa stessa direzione, Carlo Serra ha evidenziato, nel «Sopravvissuto di Varsavia» di Schoenberg, un doppio statuto della voce: un ghigno che, nel dispiegarsi del tema del doppio, intreccia poesia, traduzione e sogno. La centralità della voce ha così ricondotto a rituali – dalla recitazione coranica al canto liturgico – in cui la parola è inseparabile dalla dimensione performativa. In questo contesto, Michael Mocci e Abd al-Basit Ouro hanno offerto una recitazione del Corano; Elena Mucciarelli ha indagato le figurazioni sonore del canto sacro della costa sud-occidentale dell’India; mentre Francesco Spagnolo, musicologo italiano, direttore della Magnes Collection of Jewish Art and Life all’Università di Berkeley, ha messo in luce la dimensione collettiva e notturna della pratica sinagogale, tra mondo kabbalistico e la musica cosiddetta “colta” dei ghetti italiani.
Nel pomeriggio si è svolto un dialogo a tre tra l’artista Michelangelo Pistoletto, il filosofo Elio Franzini e chi scrive, incentrato sulla dimensione poetica della Trinamica come teoria del Terzo Paradiso e sul pensiero-arte di Pistoletto.
La discussione ha messo a fuoco l’arte come luogo della filosofia: così come la musica esiste pienamente solo nell’esecuzione, anche l’arte si dà nella sua realizzazione. In questa prospettiva, essa diventa strumento di concretizzazione del pensiero, capace di attivare una relazione aperta e generativa, fondata sulla differenza come condizione necessaria dello sviluppo filosofico.
La giornata si è conclusa con una performance artistica, che ha immerso il simposio nelle più radicali delle pratiche artistiche. «Prima vennero…» è una lettura performativa del duo VestAndPage, in cui, dopo una poesia a due voci ispirata al sermone di Martin Niemöller, il pubblico è stato invitato a partecipare al rituale dello scrive un pensiero sulla nuda schiena di uno dei performer. Un’esperienza immersiva che ha denunciato l’apatia intellettuale e ha invitato a prendere posizione contro le ingiustizie, trasformando la memoria storica della Shoà in un gesto partecipato.
A questo livello conclusivo del primo giorno – che potremmo definire fonico e performativo – si è affiancato un secondo livello, esplicitato nella terza sessione del convegno, corrispondente al secondo giorno, significativamente intitolata «Il corpo della parola».
Il secondo giorno si è aperto con un dialogo a due tra Michelangelo Pistoletto e il sottoscritto, dedicato alla sua produzione artistica come forma di pensiero-arte: la Trinamica è emersa come modello poetico e sistemico, adeguato alle trasformazioni del XXI secolo. Da qui la riflessione si è spostata sulla parola poetica, non più intesa come espressione individuale, ma come pratica che si costituisce in uno spazio intersoggettivo. In questo contesto, la riflessione si è estesa al rapporto tra linguaggio e corporeità. Interventi come quello di Dome Bulfaro, poeta-performer e fondatore del Festival PoesiaPresente, hanno delineato il corpo come condizione di possibilità del linguaggio stesso — tema quanto mai attuale di fronte all’agentività dell’IA. Si è così dispiegata una pluralità di tradizioni poetiche: dall’intervento della studiosa e traduttrice di poesia iraniana contemporanea Faezeh Mardani, che ha esplorato temi di identità e sacralità attraverso la figura di Tahere, a quello di Marco Pelliccioli, poeta e traduttore italiano, autore di raccolte poetiche e curatore di progetti dedicati alla poesia contemporanea, che ha indagato la parola come complessità, in opposizione alla comunicazione accelerata del presente. Il filosofo Paolo Furia, dell’Università di Torino, ha richiamato il pensiero sull’abitare poetico di Martin Heidegger, mentre Giovanna Cristina Vivinetto, poeta transgender italiana, ha interrogato il rapporto tra poesia e identità, nella ricerca di una lingua capace di essere all’altezza delle forme plurali dell’esperienza contemporanea. Autrici e autori come Franca Mancinelli, poetessa intimista e delicata, Claudio Damiani, autore di una poesia limpida e meditativa che intreccia natura, memoria e spiritualità, Giorgiomaria Cornelio, poeta, performer e artista visivo italiano, e Giuseppe Conte, scrittore e poeta noto per una scrittura visionaria che unisce mito, natura e dimensione spirituale, hanno interrogato la poesia come forma di costruzione simbolica, mettendo in relazione le proprie opere con i temi della tecnica e dell’interazione. Tali riflessioni sono state ricondotte al concetto di risonanza, analizzato da Deianira Amico, filosofa italiana studiosa di estetica e teoria critica, impegnata nell’indagine dei rapporti tra arte, immaginario e politica contemporanea.
Il quarto e ultimo movimento ha introdotto una tematizzazione esplicitamente filosofica del rapporto tra poesia e conoscenza. Se il linguaggio della ragione si configura oggi come linguaggio calcolante, specificatamente nel compiersi della tecnica nelle architetture dell’intelligenza artificiale, il linguaggio poetico recupera una diversa modalità del pensare. Che cosa significa, allora, pensare poeticamente? Con Antonio Spadaro, sottosegretario al Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione, la poesia è stata letta come forma capace di aggirare la logica del calcolo – algoritmica e artificiale – generando nuovi immaginari e ampliando il senso dell’umano. Le riflessioni di María Zambrano, con la sua nozione di «ragione poetica», sono state approfondite attraverso l’intervento di Noemi Eva Maria Filoni, studiosa di filosofia e letteratura, attenta al nesso tra poesia e mistica contemporanea. Una modalità che consente a poesia e filosofia di rimanere in una relazione vitale proposta da Roberto Diodato, professore di estetica all’Università Cattolica di Milano, noto per i suoi studi sull’immaginario e sui rapporti tra arte e tecnologia. In questa stessa direzione, Laura Boella, filosofa e tra le principali voci del pensiero femminile italiano, ha affrontato la poesia di Hannah Arendt e Cristina Campo, restituendo la profondità etica e relazionale del pensare poetico.
Ciò che ha attraversato questi quattro momenti è stata una medesima ipotesi di fondo: il linguaggio come processo dell’esperienza e di produzione di senso. Attraverso questi quattro movimenti, il simposio ha così confermato la funzione dell’arte e della poesia come infrastrutture simboliche del XXI secolo: spazi in cui tradizione spirituale, pratica artistica e riflessione filosofica entrano in dialogo con le nuove tecnologie e le forme emergenti di conoscenza, ponendo le basi per le Contemporary Humanities e per un futuro della ricerca umanistica fondato su responsabilità, relazione e immaginario condiviso. Il simposio si quindi è concluso con la stesura sperimentale e collettiva di un «Manifesto Trinamico della Poesia», elaborato dagli ospiti secondo una rielaborazione della forma del «cadavere squisito» surrealista, come contributo al ripensamento del linguaggio e dell’immaginario culturale nel XXI secolo.
Elio Franzini, Francesco Monico, Michelangelo Pistoletto.Credits Sebastiano Orfeo. Editing Antonio Bocola.