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La vera storia del Museo Mastroianni di Arpino

Redazione GDA

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Prima di rispondere alle calunniose e vergognose accuse rivolte al sottoscritto dal presidente e dal direttore della Fondazione Umberto Mastroianni di Arpino, Antonio Abbate e Lisa Della Volpe, mi si permetta di precisare il ruolo da me svolto per la nascita e lo sviluppo di questa istituzione. Dopo la mostra «Umberto Mastroianni. Dal segno alla forma plastica» (1985, Palazzo della Provincia di Frosinone), ebbi l’incarico dall’artista di progettare e realizzare due musei a lui intitolati: a Roma nel Complesso monumentale di San Salvatore in Lauro e ad Arpino nel Palazzo Ducale Boncompagni.

Nel 1991 con l’antologica di Carlo Carrà prende avvio l’attività del Centro Internazionale Umberto Mastroianni (trasformatosi nel 1999 in fondazione): direttore Floriano De Santi, comitato scientifico Giulio Carlo Argan, Pasquale Rotondi, Masaaki Iseki, Román de la Calle, Peter Selz e Gérard Xuriguera. Nel 1992, su mia indicazione, Mastroianni dona alla Provincia di Frosinone 81 lavori (sculture, disegni, cartoni graffiati, piombi, jute e stampe d’arte) per un valore complessivo di 10,878 miliardi di lire. In 15 anni da direttore realizzo un centinaio di esposizioni in Italia e all’estero e pubblico, per i tipi del Museo Mastroianni, oltre cinquanta cataloghi; assumo anche la responsabilità, per volontà testamentaria di Mastroianni, di autenticare l’intera sua produzione.

Nei primi anni del Duemila scopro che l’ex presidente Massimo Struffi vende due capolavori dell’artista ciociaro, «Uomo» (1942) e «Fontana monumentale» (1974-78), di proprietà della Fondazione; per ethos e per dovere nei riguardi di Mastroianni, che mi riteneva «suo più grande esegeta e amico fraterno», mi dimetto nel 2005 da direttore. Denuncio l’episodio alla Procura della Repubblica; dopo sette anni di processi la sentenza emessa dal Tribunale Penale di Cassino, n. 161 del 5 febbraio 2014, attesta l’ipotesi di appropriazione indebita delle due sculture compiuta da Struffi e già patrimonio della Fondazione Mastroianni di Arpino. Gravissimo è il fatto che i responsabili dell’attuale Fondazione non abbiano sentito il dovere di recuperare alla pubblica fruizione quelle due opere.

Adesso affrontiamo le ridicole e scandalose asserzioni di Abbate e Della Volpe, che ritengono di aver riscontrato «non poche anomalie» sulla Collezione Mastroianni. Quali? La sostituzione di una decina di opere mastroiannee «con altre di scarsissimo livello artistico». Non ci vuole molto a smantellare una simile colossale menzogna, che nasconde il desiderio di screditare la mia attività. Chiunque lo può confermare: i disegni, le sculture e i cartoni presenti oggi nel Museo di Arpino sono gli stessi che abbiamo ammirato sin dal lontano 1993. Del resto, Della Volpe (che non ha mai pubblicato alcunché su Mastroianni) quali competenze specifiche ha sulla sua produzione? Che mostre ha curato sull’arte d’oggi? Dove ha pubblicato i suoi saggi critici? Per trasparenza, dovrebbe rendere noto il suo curriculum vitae. Sono queste sconcertanti lacune che l’hanno indotta a commettere errori spaventosi sull’autenticità di alcuni lavori mastroiannei presenti nel Museo.

Se poi in passato la Fondazione Mastroianni è stata gestita, per quanto concerne la parte finanziaria, in modo scorretto, si rivolga Abbate a chi di dovere: certamente non al sottoscritto, che non ha mai occupato poltrone nel Consiglio di amministrazione. Piuttosto dubbi seri ci sono sulla sua nomina di presidente. Analizzando il Decreto Legislativo n. 39 dell’8 aprile 2013 subito si rileva l’incompatibilità di Abbate al mantenimento della presidenza di una società partecipata a cui lui non avrebbe potuto concorrere in quanto già assessore alla Cultura della Provincia di Frosinone.

Floriano De Santi

Redazione GDA, 02 marzo 2015 | © Riproduzione riservata

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