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Anna Lo Bianco
Leggi i suoi articoliMarco Benefial: «pittore incorrotto» lo definirà Francesco Arcangeli in un famoso articolo del 1959, cogliendo perfettamente l’atteggiamento dell’artista orgogliosamente lontano da ogni compromesso. Un outsider nella Roma di metà Settecento, che godeva di immutato prestigio anche dopo la morte. Nel suo taccuino di disegni del soggiorno italiano nel 1770, lo stesso Goya ne copia la «Cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso terrestre», allora nella collezione Soderini a Roma, oggi nella Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini. Vent’anni dopo la morte, nel 1784, lo scultore Vincenzo Pacetti celebra il pittore con un busto marmoreo nel Pantheon, dove era sepolto Raffaello, il massimo riconoscimento per un artista. Ancora una conferma.
Poi col passare del tempo, come per molti altri artisti, il ricordo sfuma. Ecco allora perché la pubblicazione di questa attesissima monografia su Benefial ci appare davvero importante e la sua ricca stesura fa luce su tutti gli aspetti di questo incredibile personaggio, sulla sua vita, su tutta la sua opera, sui suoi mecenati, sul carattere spinoso e rigoroso e su quel variegato e vitale mondo che è il Settecento romano . Un volume ricco con tantissime immagini, che accompagnano il testo, concepito in maniera tradizionale dai due autori: Alessandro Agresti e Liliana Barroero.
La prima parte del libro, redatta dalla Barroero, è una vera e propria introduzione allo studio di Marco Benefial. Una lunga e dettagliata dissertazione sull’artista, sulla sua vicenda critica, sul suo ruolo nella cultura figurativa romana, e non solo, di metà Settecento. Nella seconda parte Agresti segue un criterio analitico dividendo l’attività per generi: le pale d’altare, i dipinti di quadreria a tema sacro, la ritrattistica e infine Benefial disegnatore, autore di oltre duecento esemplari qui non catalogati, ma descritti nelle loro diverse caratteristiche e analizzati anche in relazione alle opere pubblicate.
Seguono le schede di tutte le numerose opere, alcune poco note, altre inedite, altre famosissime, redatte da entrambi gli autori. Barroero mette in luce il ruolo pioneristico, negli studi sul pittore, di Giorgio Falcidia che per primo negli anni ’60 gli dedica alcuni articoli imperdibili in cui emerge la tensione etica di Benefial che vede nella pittura l’affermazione di uno studio puntuale sui maestri del grande passato attraverso la lente di un’analisi continua e rigorosa.
Questo conferisce alla sua pittura una forza tangibile sottolineata dal biografo Nicola Pio che elogia la «gran forza e vago e forte colorito». Benefial, sottolinea ancora Barroero, nutre una profonda ammirazione per i maestri del passato, come Carracci e Domenichino, che intende in ogni modo onorare con la propria professione, alla quale conferisce un valore profondamente etico. Nulla a che vedere con la ripetizione, la copia del passato, ma un’indagine in profondità che però va declinata al presente per far rivivere veramente i grandi maestri. Consapevole di svolgere un ruolo centrale nel dibattito sulle arti figurative, Benefial manifesta un senso di superiorità di cui non fa mistero, che lo porta a forti attriti con l’Accademia di San Luca, dove viene osteggiato dalla gran parte dei colleghi e dove, dopo vari tentativi, riesce a essere ammesso solo nel 1741, a 57 anni. L’artista è oltremisura critico nei confronti del mondo accademico paludato e formale e arriva a pronunciarsi aspramente contro Agostino Masucci, considerato allora il vero erede di Maratti, fino a essere espulso dall’Accademia, come testimonia l’iscrizione sulla caricatura di Benefial eseguita da Carlo Marchionni, pubblicata dalla Barroero che lo definisce «indipendente fino alla sfrontatezza nei rapporti interpersonali».
Marco Benefial, «Noli me tangere», collezione privata
I committenti ne hanno invece grande considerazione e i suoi molti incarichi lo vedranno attivo in vari e importanti luoghi come Torino, Palermo, Siena, Fermo, Macerata e altri ancora, senza contare le molte tele destinate alle chiese romane, ma anche i rapporti i con collezionisti inglesi, in anticipo sui tempi. Tra i suoi mecenati lo stesso papa Clemente XI Albani, così come i più noti personaggi della curia romana, ma anche le famiglie aristocratiche come i Massimo, per i quali esegue gli splendidi affreschi del Palazzo di Arsoli (Roma), i Chigi ai quali dedica la decorazione di Palazzo Chigi Zondarari a Siena, per non citare che alcuni esempi. Ma il personaggio cui Benefial è legato da un rapporto speciale è il conte Niccolò Soderini, che possedeva un incredibile numero di sue opere (ben 57), ricordate in una preziosa lettera di Giovan Battista Ponfredi allo stesso Soderini, lettera che contiene una sorta di biografia del pittore e un lungo elenco di opere, molte identificate nella stessa collezione del mecenate, altre no. Negli apparati della monografia la lettera è pubblicata per esteso ed è un documento utilissimo perché elenca dipinti anche lontani dalle composizioni a noi note del pittore, come scene di storia romana e paesaggi, evidentemente sempre realizzati in omaggio ai maestri del passato con cui Benefial vuole cimentarsi in ogni direzione. Servirà agli studiosi per arrivare a nuove identificazioni.
Alessandro Agresti descrive i caratteri ricorrenti della produzione sacra: il patetismo, i colori squillanti, le espressioni definite, quella attenzione a descrivere i dettagli perché, scrive l’autore, testimoniano l’hic et nunc della scena, declinata in un presente tangibile, giungendo «a una tale eccentricità e modernità da apparire quasi sconcertante». Ne è un esempio la pala raffigurante la «Santa Margherita da Cortona ritrova il cadavere dell’amato nella chiesa romana dell’Aracoeli», che esprime forza e lirismo con una tenerezza e una modernità accentuate dagli abiti alla moda e dal grazioso fiocchetto celeste dell’acconciatura della giovane che preludono al gusto troubadour ottocentesco.
Ci sono poi opere riepilogative, quasi una summa dell’essenza del dipingere come la grandiosa «Strage degli innocenti» degli Uffizi, eseguita nel 1730 per il cardinale fiorentino Giuseppe Maria Feroni, ispirata al famosissimo quadro dello stesso tema di Guido Reni, di cui, osserva Agresti, ci offre una versione moderna e anticonvenzionale. Benefial arricchisce la scena di una moltitudine di personaggi, tutti con espressioni e pose diverse, che interagiscono drammaticamente tra loro. Ma il dettaglio più sorprendente è in secondo piano: la folla che incombe sulla scena precipitando, in cui ogni figura, seppur secondaria, diventa incredibilmente protagonista. È una vera esercitazione, ma direi una vera lezione, una sorta di lectio magistralis dedicata agli allievi, ai pittori da lui poco considerati, ai mecenati, insomma a quelli che allora si chiamavano gli «intendenti». Un’evidente manifestazione di orgoglio, un gusto impegnato e anticonvenzionale insieme.
Il capitolo dedicato a Benefial ritrattista lo consacra come uno dei più importanti del Settecento. Il suo linguaggio anticonformista in questa produzione volge quasi al dissacrante, come appare in quello che è certamente il suo più famoso dipinto di questo genere: «La Famiglia Quarantotti», oggi nella Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini, un grandioso ritratto di gruppo, che non a caso è stato esposto accanto al «Ritratto della famiglia dell’infante Luis» di Goya nella mostra «Goya e la tradizione italiana», tenutasi nel 2006 alla Fondazione Magnani Rocca di Parma. Il dipinto di Benefial è caratterizzato da un senso di sospensione e sottile ironia critica, anche nelle fisionomie quasi caricate dei personaggi, davvero in consonanza con i modi di Goya. Va poi sottolineato l’esotismo in anticipo sui tempi che caratterizza la scena con gli abiti all’orientale dei personaggi e l’incredibile lussureggiante paesaggio esotico.
Marco Benefial (1684-1764) di Alessandro Agresti e Liliana Barroero (368 pp. ill., Ediart, Todi 2026, € 75) contiene anche degli inediti davvero importanti per qualità e per soggetto, come il bellissimo «Ritratto di Porzia Gabrielli Savelli di Palombara», nobildonna romana. Un quadro sontuoso e realistico in collezione privata, un vero pezzo di bravura come lo definisce Agresti.
Il volume si conclude con una ricchissima quantità di apparati che permettono di approfondire tutti i temi trattati nei vari capitoli. Oltre all’elenco dei disegni, le biografie e la famosa e lunghissima lettera di Ponfredi a Soderini in cui possiamo leggere, oltre alle considerazioni sulla personalità dell’artista, l’elenco dei tanti dipinti di Benefial oggi sconosciuti, che si spera possa costituire una traccia per nuovi ritrovamenti. Ma vorrei concludere con quell’ultimo dettaglio che rende un libro davvero speciale, rigoroso e puntuale: il lungo elenco finale dei nomi, strumento ulteriore e apprezzatissimo da tutti gli studiosi. Un libro completo, importante, atteso da tempo.
Marco Benefial, «Ritratto della famiglia Quarantotti», 1756, Roma, Gallerie Nazionali d’Arte Antica, Palazzo Barberini
Anna Lo Bianco
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