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Allegra Nardi
Leggi i suoi articoli«Sull’alto di amena collina tra l’Appennino centrale e l’Adriatico si eleva la Basilica Lauretana, magnifico Santuario, eretto dalla Cristianità per felice connubio della fede con l’arte, che, da quella ispirata, attorno alle grossolane pietre della modesta abitazione della Vergine, innalzò un monumento, nel quale i più valenti e famosi artisti del tempo, nel trascorrere dei secoli, vi lasciarono l’impronta del loro genio». Così scrisse nel 1901 l’architetto Giuseppe Sacconi nella sua Relazione sulla Basilica di Loreto (An), dopo aver trascorso il decennio precedente a ripensarla, modificando in modo sostanziale l’impronta di quei famosi artisti. Certo, le grossolane pietre della Santa Casa, giunte sul colle lauretano nel 1294, baluardo verso est dello Stato Pontificio, erano state motivo generatore di grandi opere. Con il borgo era cresciuta anche la chiesa, che nel 1469 vide avviata una fabbrica plurisecolare. Un parterre di grandi architetti vi si avvicenda: a Giuliano da Maiano seguono, tra gli altri, Baccio Pontelli, Donato Bramante, Antonio da Sangallo il Giovane. Chiude, nel 1750, Luigi Vanvitelli, che interviene su campanile e Palazzo Apostolico. Non mancano pittori e scultori: Luca Signorelli e Melozzo da Forlì ne decorano due sagrestie; Andrea Sansovino e collaboratori intervengono sul sacello marmoreo; Lorenzo Lotto qui si fa oblato, diventando il pittore della Santa Casa; Pellegrino Tibaldi, Girolamo Muziano, Federico Zuccari e Federico Barocci decorano le cappelle, mentre Cristoforo Roncalli affresca la cupola e la Sala del Tesoro. I grandi mecenati del tempo, papi, cardinali, sovrani e membri di importanti famiglie, fanno a gara per omaggiare la Vergine con doni preziosi e per ottenere cappellanie. Secoli dopo, però, di tutto questo rimaneva poco in Basilica: nel 1860 Vittorio Emanuele II lamenta lo stato di «sucido» in cui la chiesa verte, destinando una somma per l’intervento di Sacconi, atto a eliminare il «deplorevole ibridismo, corollario fatale della successiva cooperazione di artisti diversi», ripristinandola nel suo «essenziale carattere». Ma neanche allora la fabbrica poteva dirsi compiuta. Mancava infatti il braccio sud del Palazzo Apostolico, concepito come trilatero: da lì il mai eseguito progetto di completamento redatto nel 1939 in stile razionalista da parte dell’architetto Dante Tassotti.
Oggi a Loreto fede e arte viaggiano ancora insieme, valorizzando quell’ibridismo tanto vilipeso da Sacconi. Ciò accade grazie a nuove ricerche, come quelle di Christop Luitpold Frommel, recentemente scomparso, che ultraottantenne decise di dedicare uno studio alle origini del complesso monumentale (L’architettura del Santuario e del Palazzo Apostolico di Loreto da Paolo II a Paolo III, Loreto, Tecnostampa 2018), ma anche attraverso restauri e puliture. Di recente sono terminati gli interventi sulla facciata e sul sagrato, a cura dello Studio Forme Snc (attivo a Roma dal 1973), finanziati dal MiC. La ricerca storica ha determinato le scelte della responsabile Rita Rivelli e del suo team, che hanno riportato il prospetto della chiesa allo stato in cui si trovava nel 1587, anno del suo completamento. I documenti d’archivio sono stati infatti la guida per il ripristino del colore delle diverse superfici, come il nero delle lapidi sopra alle porte, in calcare bituminoso, e l’oro scomparso delle loro epigrafi, ma anche della patina armonica che caratterizza le opere bronzee presenti.
Quanto rimane dei doni e delle opere che, a seguito degli interventi ottocenteschi, non hanno più trovato posto all’interno della Basilica, è oggi conservato nel Museo Pontificio, nel piano nobile del Palazzo Apostolico. Specchio di quello che era un Santuario tutt’altro che marginale, il museo accoglie le multiformi testimonianze dei fasti lauretani. Lo sono, tra i vari, le maioliche urbinati della Spezieria (di cui si conservano più di 400 pezzi) e la collezione di arazzi fiamminghi, composta da una cinquecentesca Madonna del divino amore e da una serie di 9 arazzi con scene dagli Atti degli Apostoli. Questi ultimi, donati alla Santa Casa dal genovese principe Pallavicino nel 1667, erano stati realizzati negli anni ’20 dello stesso secolo a Bruxelles, nella bottega di Heinrich Mattens, su cartoni raffaelleschi eseguiti per la Cappella Sistina. Per la loro conservazione il museo si avvale della collaborazione con il Laboratorio di Restauro Manufatti Tessili del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, frutto di una sinergia avviata nel 2014, quando la responsabile Roberta Genta e i suoi collaboratori affrontarono «La pesca miracolosa». Un rapporto di fiducia che giunge fino a oggi: ha da poco fatto ritorno «La guarigione dello storpio», esposto nell’edizione di «Restituzioni 2025» a seguito di un complesso restaurofinanziato da Intesa Sanpaolo, che ha previsto numerose fasi di pulitura (ad aria, chimico-fisica per immersione in soluzione acquosa, per cui è stata preparata una vasca ad hoc, a secco, a laser).
Fiore all’occhiello del Museo Pontificio è la sua sala più piccola, realizzata con il contributo del Pio Sodalizio del Piceni e della Fondazione Credito Bergamasco, dedicata alle sette opere lasciate al Santuario da Lorenzo Lotto, disposte come un tempo nel coro della Basilica. L’ultimo intervento su una di esse è stato effettuato in loco con la direzione del Laboratorio di restauro dei Musei Vaticani: si tratta di «San Michele scaccia Lucifero», licenziato nel 2023 da Alberto Sangalli, che nella sua Bergamo ha donato nuovo splendore a numerosi dipinti lotteschi. L’intervento sarà documentato in una mostra prossima all’apertura (Loreto, Museo Pontificio, 24 maggio-8 settembre), che vedrà esposto anche un recente trittico di Gianriccardo Piccoli pensato in dialogo con l’opera lottesca. Vista la presenza di sollevamenti e significative crepe negli affreschi che Luca Signorelli e Bartolomeo della Gatta realizzarono nella Sagrestia di San Giovanni prima della loro collaborazione al cantiere Sistino a Roma, forte è l’auspicio che nella Basilica di Loreto si possa presto aprire un nuovo cantiere di restauro.
Arazzo fiammingo della bottega di Heinrich Mattens raffigurante «La guarigione dello storpio»
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Da poco costituito, il Centro internazionale di studi e di documentazione sul pittore avvia i lavori con un ciclo di conferenze di alto valore scientifico
