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Guglielmo Gigliotti
Leggi i suoi articoliOnofrio Cutaia (Catania, 1959) è da dicembre il nuovo assessore alla Cultura della Regione Campania. Lo ha chiamato, per la sua vasta esperienza nella gestione pubblica della cultura, direttamente il presidente della Regione Roberto Fico. Cutaia ha infatti un lungo cursus honorum al vertice di istituzioni culturali o di uffici del Ministero della Cultura. Pochi hanno l’esperienza che ha lui. Volendo menzionare solo gli incarichi maggiori, è stato direttore del Teatro Mercadante di Napoli dal 2002 al 2007 e poi direttore dell’Ente teatrale italiano, dopodiché è entrato al Ministero della Cultura, dove ha guidato la Direzione generale Turismo (2014-15), la Direzione generale Spettacolo dal vivo (2015-20), la Direzione generale Creatività contemporanea (2021-23) e la Scuola nazionale del Patrimonio e delle Attività culturali in veste di commissario straordinario (2024-25). Nel frattempo, ha svolto anche la mansione di commissario straordinario della Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino.
Assessore Cutaia, l’incarico a Palazzo Santa Lucia segna un ritorno a Napoli: come lo vive?
Lo vivo con grande senso di responsabilità, con dedizione e con entusiasmo. Napoli è il luogo in cui ho maturato esperienze indimenticabili, una realtà, insieme all’intera Campania, profondamente permeata di cultura e creatività. Offrire il mio contributo alla valorizzazione e alla promozione del patrimonio culturale campano è una sfida complessa, ma coinvolgente, che può essere affrontata e vinta solo con unità, passione e impegno.
Il presidente della Regione Roberto Fico ha detto che «la cultura è un asset strategico per la Regione Campania»: come sente questa responsabilità, anche «civile»?
Quando il presidente Fico parla di cultura come «asset strategico», indica una direzione chiara: per la Campania la cultura è una leva strutturale di sviluppo, coesione e democrazia. Questa visione ci impone la responsabilità quotidiana di attuare una regia istituzionale che generi opportunità reali di partecipazione, espressione e crescita. Siamo e dobbiamo essere tutti consapevoli che il cambiamento si costruisce realisticamente e concretamente un passo alla volta, prendendosi il tempo necessario per analizzare le esperienze consolidate, correggere le criticità e costruire un futuro capace di generare impatti duraturi sul territorio.
Appena giunto a Napoli, ha dichiarato che vuole portare nei teatri e nei musei persone che non ci vanno. Quali strategie pensa si debbano attuare per raggiungere l’obiettivo?
Per portare nei teatri e nei musei persone che oggi non li frequentano serve una strategia che allarghi davvero l’accesso alla cultura su tre piani: fisico, economico e cognitivo. Questo significa, innanzitutto, rendere i luoghi culturali capaci di accogliere, ma anche puntare su interventi continuativi che possano generare relazioni stabili con le comunità locali, riconoscendo la diversità come valore strutturale delle politiche culturali. È chiaro che i giovani, in particolare, non possono che essere i destinatari privilegiati di politiche che puntino alla crescita del territorio: coinvolgerli significa aprirsi ai loro linguaggi e favorirne occasioni di protagonismo, sia come attori che come pubblico.
Appena giunto in Campania, si è trovato subito nella trincea culturale approntata dalla Regione Campania contro il bullismo, nella presentazione di un ciclo di incontri, scadenzati fino a metà maggio, che si svolgeranno in alcuni dei maggiori musei della Regione: il Mann di Napoli, la Reggia di Caserta, la Pinacoteca provinciale di Salerno, il Musei del Sannio di Benevento, il Complesso monumentale del Carcere borbonico di Avellino. Cosa possono fare le istituzioni contro questa piaga sociale?
Le istituzioni possono fare molto contro il bullismo, se operano in maniera continuativa, sistemica e interdisciplinare. Credo fermamente nel valore terapeutico e sociale della cultura: può agire anche come dispositivo di prevenzione intervenendo sulle cause culturali e simboliche del bullismo, come stereotipi e stigma. Le pratiche culturali nei musei, nei teatri e negli spazi pubblici possono ridurre marginalità e dinamiche di esclusione rendendo la cultura non solo contenuto, ma spazio attivo di educazione civica e relazione sociale.
Lei conosce bene il Madre, museo regionale, per averci collaborato quando dirigeva il Teatro Mercadante. Che ruolo avrà il museo di Palazzo Donnaregina con il nuovo Assessorato da lei guidato?
Vogliamo un Madre aperto, attivo, attrattivo e internazionale, che si faccia promotore di sinergie e progettualità condivise con altre istituzioni culturali del territorio. Uno spazio in movimento, presidio di contemporaneità per tutta la regione, che sia in grado di raccontare, attrarre e formare energie creative locali e al contempo riguadagnare un ruolo di primo piano nel panorama internazionale dei musei di arte contemporanea.
Negli anni della sua direzione teatrale a Napoli ebbe modo di partecipare ai progetti di teatro pedagogico nel quartiere disagiato di Scampia. Cosa le portò quella esperienza, e come la metterà a frutto come assessore regionale alla Cultura?
L’esperienza di Scampia conferma quanto l’arte e la cultura possano avere un valore non solo educativo, ma anche terapeutico e trasformativo, generando al contempo avventure creative di ricerca e di sperimentazione. Per questo un principio cardine delle politiche culturali regionali sarà la valorizzazione e promozione di progetti che uniscono qualità artistica e impatto sociale, con un approccio che considera la cultura come strumento di riequilibrio sociale e territoriale, come dispositivo terapeutico capace di intervenire nelle fragilità e come leva di benessere individuale e collettivo. Ho già detto quanto per noi i giovani siano centrali: perché lo siano davvero, è necessario investire nella costruzione di infrastrutture culturali diffuse e di spazi dedicati, che siano luoghi non solo di fruizione ma anche di formazione.
La nomina di Luigi Raia a direttore generale della Scabec (Società campana beni culturali), società in house della Regione Campania, designato a ottobre 2025, è stata sospesa a gennaio 2026 dalla nuova giunta presieduta da Fico. Ma il ruolo della Scabec è centrale per la gestione degli eventi culturali in Campania. Che cosa succederà ora?
È nostra intenzione rafforzare la funzione strategica di Scabec, soprattutto sul piano della promozione e della comunicazione, intesa non come attività accessoria ma come vera e propria infrastruttura culturale. La comunicazione non è solo diffusione di informazioni, ma uno strumento per rendere le scelte pubbliche comprensibili, condivise e partecipate, contribuendo a costruire un sistema culturale riconoscibile. In questo senso, Scabec (che da oltre vent’anni lavora alla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale della Campania) può consolidare e aggiornare la sua missione. Tra le priorità, la creazione di strumenti di raccolta e analisi dei dati sul sistema culturale regionale, per monitorare e valutare impatti e criticità, fornendo supporto ai processi decisionali.
Da commissario del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2022, in qualità di direttore generale Creatività contemporanea, lei promosse quale curatore il napoletano Eugenio Viola. Quali sono gli altri settori culturali in cui la Campania può primeggiare?
Credo che nella tradizione campana e nelle esperienze più significative maturate negli ultimi anni sia apparsa evidente la forza di tre ambiti fondamentali: musica, teatro e cinema. Sono settori che non solo esprimono una forte identità territoriale, ma che hanno già dimostrato una capacità concreta di dialogare con il panorama nazionale e internazionale. Per poter davvero primeggiare, però, è necessario puntare su un elemento decisivo che caratterizza l’indirizzo dell’Amministrazione regionale e del presidente Fico: la coesione istituzionale. Solo attraverso una collaborazione stabile ed efficace tra istituzioni, enti culturali e operatori del settore si può costruire una strategia solida e duratura.
Ha avuto già modo di interrelarsi con esponenti della Fondazione Campania Festival, ente in house della Regione Campania, attiva nella promozione degli spettacoli dal vivo?
Sì, certo. Considero il confronto necessario e sempre costruttivo. Come dicevo, puntiamo a garantire la massima collaborazione tra le diverse articolazioni della Regione, mettendo a sistema competenze, progettualità e visioni. In questo quadro, anche la Fondazione Campania dei Festival è chiamata a svolgere un ruolo centrale di scambio e apertura verso il territorio, la comunità e tutti gli altri enti che compongono la complessa articolazione della governance regionale. Questo significa lavorare per creare sinergie concrete sui diversi progetti e anche su specifici segmenti di programmazione, valorizzando le connessioni tra i diversi linguaggi della cultura. Solo attraverso questa logica di cooperazione sarà possibile rafforzare l’impatto delle iniziative culturali, evitando frammentazioni e costruendo invece un sistema integrato, capace di amplificare qualità e visibilità dell’offerta culturale campana.
Quali altri attori della scena culturale campana ha incontrato e incontrerà?
Siamo in dialogo costante e in una fase avanzata di studio e ascolto, che coinvolge istituzioni, operatori, artisti. È un lavoro ampio, che proseguirà nei prossimi mesi. Ma quello che più conta è che l’obiettivo primario che l’Amministrazione regionale intende raggiungere è garantire il massimo accesso al sostegno pubblico per tutti coloro che presentino proposte di qualità. È una linea già chiaramente tracciata, come dimostrato anche dalla recente nomina di Pierpaolo Sepe alla direzione artistica del Teatro Trianon Viviani, e più volte ribadita dal presidente Roberto Fico: non esistono rendite di posizione, ma un processo di totale apertura. Questo si traduce in una strategia precisa di ampliamento della partecipazione e innalzamento degli standard qualitativi richiesti sia ai soggetti sia alle proposte.
Alla luce della sua ricca esperienza, quali sono per lei i principi cardine del management culturale pubblico?
Sono fermamente convinto innanzitutto che sia essenziale attivare meccanismi di programmazione e pianificazione pluriennale, almeno triennale, capaci di offrire una visione di medio-lungo periodo. Senza questo orizzonte temporale, le politiche culturali rischiano di restare episodiche e frammentate, mentre la continuità permette agli operatori di crescere, investire e strutturarsi. Altri pilastri, di cui abbiamo già parlato, sono la collaborazione interistituzionale, le politiche di sostegno al valore sociale della cultura, la partecipazione e l’accessibilità. A questo si affianca la valutazione dell’impatto. Non si tratta solo di misurare output economici, ma di comprendere gli effetti sociali ed educativi delle politiche culturali.
Che cosa manca, per lei, alla macchina dello Stato per migliorare le prestazioni della gestione di un patrimonio culturale così ricco, complesso e stratificato come quello italiano?
Penso che una questione centrale riguardi la capacità di attivare strumenti di riequilibrio territoriale. Meccanismi come l’ArtBonus, per esempio, hanno un impatto importante nel coinvolgere soggetti privati nel sostegno alla cultura, ma in assenza di condizioni strutturali omogenee, se non si individuano dei correttivi che ne orientino l’uso, rischiano di rafforzare le aree già più forti dal punto di vista economico e istituzionale, ampliando invece che riducendo i divari territoriali.
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