Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Robin Givhan
Leggi i suoi articoliQuando penso al desiderio umano, la mia mente si rivolge immediatamente al carnale. Come potrebbe essere altrimenti? Penso alle passioni e alle ossessioni che portano piacere al corpo — e, si spera, anche all’anima. Mi tornano in mente i sonetti, i romanzi rosa, le voci sensuali dei cantanti soul e delle pop star, i film noir infuocati pieni di baci rubati e prosa melodrammatica. Nella mia immaginazione vedo Prince in un videoclip che emerge da una vasca da bagno avvolto in una nuvola di vapore cantando «When Doves Cry». Ricordo il fisico scultoreo di D’Angelo nudo, Adone contemporaneo, mentre è accarezzato dalla videocamera con ammirazione — con ossessione — in «(Untitled) How Does It Feel?». E naturalmente c’è Beyoncé su una spiaggia al chiaro di luna, avvolta in un abito di chiffon trasparente, «Drunk In Love» [ubriaca d’amore ndt] con Jay-Z.
Al cinema, nulla eguaglia l’interpretazione hollywoodiana del desiderio: le scene in camera da letto con protagonisti senza fiato, arti perfettamente torniti intrecciati in un leggiadro denouement dopo due ore di corteggiamenti goffi, incontri mancati e malintesi senza fine. Finalmente i nostri eroi si uniscono in un abbraccio erotico e… ah, dolce liberazione!
C’è sempre qualcosa di appagante eppure doloroso in quelle scene ipnotiche — almeno in quelle che si infilano davvero sotto la pelle. Non importa quanto teatrali o iperrealistiche possano essere, non mancano mai di ricordarti che il desiderio è una lama a doppio taglio. Questa dualità è rappresentata con vivida chiarezza nel film del 1981 di Lawrence Kasdan «Brivido caldo». Gli attori, William Hurt e Kathleen Turner, all’apice del loro biondo magnetismo sullo schermo, sono invischiati in una relazione complicata. La potenza, la passione e la tossicità del loro legame emergono chiaramente in una singola scena.
Una sera, dopo essersi congedati in modo cortese ma teso davanti alla casa di Turner, lei rientra e chiude la porta d’ingresso con un senso di rimpianto. Hurt scende i gradini verso la sua auto, poi si gira e lancia uno sguardo pieno di nostalgia a Turner attraverso la porta a vetri. Il suo viso luccica di sudore. Le campane a vento appese sulla porta tintinnano ipnoticamente in sottofondo. Viene attratto di nuovo verso la casa. Vede Turner che lo fissa attraverso il vetro. Tenta di aprire la porta, ma è chiusa a chiave e lei non si muove per aprirla. Eppure lo osserva. I suoi occhi sono fissi su di lui.
Lo spettatore sente la disperazione crescere. Di lui? Di lei? Di entrambi? Hurt afferra una sedia da giardino lì vicino e la scaglia contro la porta. Il vetro va in frantumi. Hurt entra e i due si abbracciano e si baciano. Fanno sesso. Quella scena ha più di quarant’anni e il pubblico di oggi solleverebbe certamente la questione del consenso, di una visione maschile problematica, dell’assunto misogino che qualunque donna possa accettare le avance di un uomo che ha avuto la sconsideratezza di sfondare la sua porta d’ingresso per fare sesso con lei. Anche allora, la scena era provocatoria. Era anche straordinaria. Parlava dell’essenza del desiderio — la sua dolcezza ipnotizzante, appagante, distruttiva, terrificante, illogica. Fa pensare a la petite mort. Perdiamo il respiro, la concentrazione, quando i nostri desideri più profondi vengono soddisfatti. Moriamo un poco ogni volta che esplodiamo di appagamento.
Se non restiamo vigili, il desiderio può annientarci anche mentre ci compiacciamo del nostro stesso piacere. Ricordiamo l’adagio: fai attenzione a ciò che desideri. È questo l’avvertimento nella poesia di Robert Frost del 1920 «Fire and Ice». È un breve componimento di soli nove versi, scritti in un linguaggio apparentemente semplice:
«Some say the world will end in fire, Some say in ice. From what I’ve tasted of desire I hold with those who favor fire. But if it had to perish twice, I think I know enough of hate To say that for destruction ice Is also great And would suffice» («C’è chi dice che il mondo finirà col fuoco, c’è chi dice con il ghiaccio. Da quello che ho assaporato del desiderio sto con chi preferisce il fuoco. Ma se dovesse perire due volte, credo di sapere abbastanza dell’odio da dire che per la distruzione il ghiaccio è altrettanto grande e basterebbe»).
Frost riconosce il formidabile potere dei nostri desideri. Ne considera il potenziale distruttivo — i modi in cui possono risvegliare una fame così insaziabile da spingerci ad azioni che un tempo avremmo considerato impensabili e che anche in quel preciso momento mancano di buonsenso.
Contrappone il fuoco ardente del desiderio alla freddezza del ghiaccio e a tutto ciò che rappresenta: disprezzo e distacco. Anche questi possono provocare danni inimmaginabili. Ma il caos causato dal desiderio è cosa a sé. Il desiderio è complesso. È pieno di contraddizioni. Parla di volere con urgenza cose, idee, persone. Desideriamo il piacere. Desideriamo la libertà. Desideriamo un significato più profondo per le nostre vite, qualcosa che ci sollevi dal quotidiano e ci elevi al di sopra del banale. Desideriamo speranza. In definitiva, potremmo sopravvivere anche se quei desideri rimanessero insoddisfatti. Ma chi di noi vorrebbe farlo?
Moda
Per gran parte della mia carriera, quando ho avuto occasione di scrivere del desiderio, l’ho fatto attraverso la lente della moda. Forse più di qualsiasi altra industria, la moda comprende questo sentimento universale.
Il business della moda è fondato su tre pilastri. Uno vede la moda concentrarsi sulle insicurezze universali legate all’appartenenza e all’adeguatezza. La moda promette di aiutarci a trovare la nostra tribù. Ci garantisce un po’ di status: finanziario, sociale e culturale. Promette di aiutarci a rivendicare la nostra identità in un mondo confuso e disarticolato.
Il secondo pilastro è l’elemento più pragmatico della moda. Il business della moda ci fornisce strumenti che ci aiutano ad apparire e sentirci al meglio mentre attraversiamo le nostre vite. La moda ci ha dato tessuti che respirano e si tendono; silhouette che si adattano ai corpi che invecchiano così come ai corpi che si sono ammorbiditi per colpa del nostro stile di vita sedentario. Ci ha dato abiti da colloquio, abiti da sposa, abiti da lutto e abbigliamento sportivo. La moda ci aiuta ad attraversare i giorni più importanti, le ore più tristi e i momenti più gioiosi. La moda ci fa sentire appropriati, rispettosi e rilevanti.
Infine, la moda è costruita sul desiderio. È questa la sua magia. È l’aspetto della moda che fa leva sull’anelito irrazionale verso un capo che non può essere lavato né in lavatrice né a secco. Il desiderio ci fa risparmiare per un abito che può essere indossato solo in quelle rare occasioni formali in cui il meteo è clemente, ci sentiamo nella forma migliore, non è richiesto di camminare troppo ed è improbabile si rovesceranno del cibo o del vino. Il desiderio ci spinge ad acquistare cose che, detto semplicemente, servono a uno scopo del tutto impratico: quando ci mettiamo davanti a uno specchio, vogliamo essere deliziati da ciò che vediamo. Vogliamo goderci il calore di uno sguardo ammirato.
Il desiderio è ciò che ci fa fare i conti con il saldo della carta di credito settimane dopo un acquisto finanziariamente sconsiderato. Il desiderio fa strage del sé razionale. Chi segue i mercati azionari usa il termine «esuberanza irrazionale» per descrivere l’entusiasmo degli investitori che spinge i prezzi delle azioni molto oltre il loro valore reale. L’esuberanza irrazionale sembra essere quasi sempre all’opera nel settore tecnologico, ma anche la moda è spesso beneficiaria di una sorta di esuberanza irrazionale. Un paio di sneaker diventano oggetti da collezione perché i compratori le hanno ammantate di status ed esclusività. Una certa borsa è molto richiesta perché è avvolta nel romanticismo della storia, degli artigiani, delle celebrità e della scarsità. Vogliamo quella borsa proprio perché è così difficile ottenerla. Cos’è l’esuberanza irrazionale se non un desiderio leggermente assurdo?
Ho avuto anch’io quei momenti in cui sembra di aver temporaneamente messo in pausa sia la realtà del mio conto in banca che quella della mia vita quotidiana — una vita in cui di certo non mi sposto in limousine. Né ho l’equilibrio e la grazia di una modella. Eppure più di dieci anni fa vidi un paio di stivali alla caviglia di Manolo Blahnik in un negozio di New York. Erano color cioccolato al latte. Avevano una punta appuntita, una piccola fibbia sul lato e il tacco a spillo. Per soddisfare la mia curiosità, li provai. Erano più comodi di quanto immaginassi, ma non abbastanza comodi per me, che prendo la metropolitana ogni giorno. Ed erano costosi. Molto costosi. (No, non vi dirò quanto, ma c’è chi paga meno per un mese di affitto.) Mi tolsi gli stivali. Fuggii dal negozio per la mia stessa incolumità. Il giorno dopo ero seduta sulla poltrona della mia parrucchiera. E mentre mi dava una spuntatina, stava anche svolgendo il prezioso lavoro di ascoltarmi mentre sospiravo per quegli stivali. Alla fine disse: «Cara, quegli stivali ti terranno sveglia la notte. Devi comprarli.» Aveva ragione. Non riuscivo a smettere di pensarci. Era ridicolo. Lei lo sapeva. Lo sapevo anch’io. Ma era un fatto. Comprai gli stivali. Li ho ancora. Li indosso raramente. Ma quando lo faccio, mi godo la vita.
Fui ossessionata in modo analogo da un cappotto in montone con pietre applicate di Prada. Ero a Milano e lo vidi nel negozio della Galleria Vittorio Emanuele II. Era della collezione autunno 2004. Ne parlai per giorni con qualunque collega fosse disposto ad ascoltarmi, f inché uno di loro, esasperato, mi supplicò di andare a comprarlo. Lo feci. Lo adoro. Potrebbe benissimo essere il capo in cui mi seppelliranno. L’industria della moda capisce che il desiderio è come un’intensa luce bianca. È composta da uno spettro completo di emozioni. Tutte quelle sfumature si combinano finché il bagliore che ne risulta diventa abbagliante. È per questo che la pubblicità di moda, le sfilate e gli editoriali spesso non hanno poi molto senso. Sono lampi di idee e suggestioni concepiti per evocare emozioni, non pensiero razionale.
Ci fu una presentazione di Alexander McQueen a Londra per la primavera 1999 in cui la modella Shalom Harlow si trovava al centro di una passerella mentre una serie di robot spruzzavano vernice sul semplice abito bianco che indossava, trasformandola in una tela vivente. La resa era bellissima, ma suggeriva anche caos e violenza mentre lei veniva bersagliata dagli schizzi delle macchine. Ero effettivamente in platea per la collezione primavera 2004 di McQueen, ispirata al film di Sydney Pollack «Non si uccidono così anche i cavalli?». È la storia di una gara di ballo all’epoca della Grande Depressione in cui i partecipanti danzano e danzano fino a crollare esausti. Vedo ancora le sue modelle su quel palco parigino muoversi come dervisci in passerella. Erano simili a rovine glamour di un esperimento sociale. I capi erano delicati e bellissimi. Ma la sfilata li rendeva più complessi di così. Gli abiti vivevano di malinconia, nostalgia, desiderio e fragilità. Li volevo disperatamente.
Tom Ford suscitò una passione analoga con i suoi pantaloni a vita bassa in velluto blu zaffiro e le camicette in seta lucida sbottonate fino all’inverosimile nella sua collezione donna dell’autunno 1995 per Gucci. Quella sfilata milanese lanciò sia lui che il marchio nella stratosfera della moda. Ricordo quando quel look apparve in passerella. Sì, era tutto prodotto magnificamente. Ma perché la gente lo voleva? Perché era indossato da Amber Valetta, con i capelli biondi che le scorrevano sul viso in modo al tempo stesso mascolino e sexy. Perché quando camminava in passerella, lo faceva con un riflettore che la seguiva, tanto che brillava letteralmente nell’oscurità circostante. Perché tutto della sua entrata gridava sensualità, e le donne pensavano: non sarebbe meraviglioso sentirsi sexy come lo era lei?
Questa è la magia della moda. E in un certo senso è la forma più dolce e pura del desiderio.
Ma il desiderio, a quanto pare, ha sempre un lato oscuro. I designer sono stati a volte spinti ai loro limiti — e oltre — dalla necessità di generare su richiesta un desiderio fulminante, stagione dopo stagione. Giovani ragazzi sono stati derubati o uccisi perché indossavano un certo paio di sneaker o giravano con un certo parka talmente desiderato da generare il caos. Il desiderio, quasi senza preavviso, può smettere di essere una piacevole distrazione e assumere l’urgenza di una questione di vita o di morte. Desideriamo tante cose sciocche e illogiche. Vogliamo grandi case in bei quartieri lontani dalla confusione impossibili da riscaldare, del tutto impersonali, con più bagni e camere da letto di certi hotel. Alcune persone bramano i Tesla cybertruck da centomila dollari anche se sono stati giudicati più simili a un giocattolo che a un veicolo pratico per il trasporto di merci. Desideriamo anche cose monumentali — cose così complesse che non siamo preparati ai danni collaterali che derivano dall’ottenerle, né alla responsabilità che comporta il soddisfare i nostri desideri.
In tutto il mondo, le persone bramano la libertà per sé stesse trovando facile ignorare chi se l’è vista sottrarre. Vogliamo la libertà di scegliere, di plasmare la nostra identità e di definire la nostra felicità. E tuttavia, cosa succede quando i desideri di una persona entrano in conflitto con quelli di un’altra? Il desiderio è ciò che ci fa sognare. Può anche essere l’emozione che alimenta i nostri incubi più devastanti.
Politica
Negli Stati Uniti, tante persone desiderano il passato e temono il futuro. La nostalgia guida gran parte del discorso politico contemporaneo. I più interessati a guardare indietro sono uomini eterosessuali. Di solito sono anche bianchi. Quando guardano al passato, vedono un’epoca in cui le loro aspirazioni erano prioritarie, in cui la vastità del mondo sembrava a loro disposizione — da colonizzare, saccheggiare e governare.
Nei loro ricordi delle cose passate, zoomano sugli anni Cinquanta e sull’America del dopoguerra. Si rifiutano di collegare le iniquità di quell’epoca — la segregazione delle leggi Jim Crow, il mancato rispetto verso i veterani neri di ritorno dalla guerra, la discriminazione di genere — con il tumulto politico e razziale degli anni Sessanta. Per questi uomini nostalgici, la vita era più semplice negli anni Cinquanta. L’economia ruggiva. Le catene di montaggio sfornavano merci per il mondo intero. Guadagnare era più facile. E tutti erano molto più felici perché tutti capivano e accettavano il modo in cui la società era organizzata. Ognuno conosceva il proprio posto. Un uomo trovava una moglie. Quella moglie stava a casa a cucinare, pulire e prendersi cura dei figli. Il marito sopportava il gravoso peso di mantenere la famiglia con il suo unico stipendio, ma quel peso era alleviato da tutti i vantaggi che aveva in quanto uomo bianco. Il suo status di nascita significava che non aveva bisogno di una laurea per fare carriera. Il suo genere e la sua razza erano tutto ciò che serviva per far brillare il suo curriculum in un’epoca in cui essere una donna o un uomo di colore era sufficiente a rendere un curriculum quasi privo di valore.
Non credo che la maggior parte delle persone che guardano al passato con nostalgia abbiano pienamente contezza di cosa significherebbe se il mondo tornasse indietro nel tempo. O almeno, lo spero. Negli Stati Uniti, non credo che la nostalgia semplicistica includa il ritorno a un’epoca di segregazione sancita dallo Stato, di molestie sessuali diffuse e di uomini e donne gay costretti a nascondersi. Ma per qualche piccola fetta di persone? Per loro, non esiste futuro più desiderabile di uno che assomigli da vicino a un passato precedente ai diritti civili. Per i suprematisti bianchi? Non si opporrebbero a tornare a un’epoca di crinoline, piantagioni e i cosiddetti guardiani benevoli. Quando le persone guardano rapite al passato, lo fanno attraverso una lente personale, non collettiva. Nei paesi occidentali, si parla di una crisi degli uomini bianchi eterosessuali. Negli Stati Uniti, hanno visto le donne superarli numericamente nelle università. Vedono donne e minoranze fare progressi nelle sale dei consigli di amministrazione. Ascoltano i demografi dire loro che più o meno entro il 2046 l’unione delle minoranze sarà più grande della loro maggioranza. Si vedono scivolare nella minoranza. E invece di usare questo cambiamento come spunto per empatizzare con chi è stato sfavorito per generazioni, la risposta è meschina e difensiva. Anzi, il valore dell’empatia è diventato oggetto di dibattito, un dibattito che si svolge nel mainstream, non solo ai margini. C’è una richiesta appassionata di far tornare indietro il tempo piuttosto che una volontà concreta di affrontare il futuro con umiltà e civilità.
Il desiderio è personale. È intimo. Quando le persone pensano ai loro desideri più profondi, si guardano dentro. Cosa vogliono che potrebbe sembrare indicibile? Cosa darebbe loro una soddisfazione senza freni? Il desiderio lasciato libero raramente porta a considerare il bene pubblico. Di solito non conduce a un esame di come l’individuo si inserisce all’interno di una comunità più ampia. Il desiderio riguarda il sé.
È possibile essere pieni di desiderio lasciando al tempo stesso spazio per essere umili? Oppure il desiderio di un certo tipo di cambiamento sociale brucia così intensamente da distruggere l’empatia, insieme alla gentilezza e alla pazienza?
Passione
Il desiderio è radicato nella passione. E la passione può renderci cattivi. Non siamo crudeli con l’ex amante dal cui incantesimo ci siamo liberati. Possiamo essere civili e rispettosi in sua presenza. Ma siamo terribili con l’ex coniuge per cui proviamo ancora un sentimento. Vogliamo causargli un dolore proporzionale alla disperazione che continuiamo a sentire.
In politica, alcuni conservatori amano parlare di «umiliare i liberal», ovvero vogliono frustrare, fare infuriare e sminuire i loro colleghi liberali. Parlano con rabbia e disprezzo della cultura popolare liberale. Disprezzano Hollywood. Odiano le «élite costiere». Tutta quella piccola passione politica diretta contro il liberalismo è analoga a una crisi di nervi di un adolescente arrabbiato perché i ragazzi che considera fighi non ricambiano la sua stima e non lo fanno entrare nel club.
Desiderio e passione sono intrecciati. Cos’è il desiderio se non un’intensa, incessante passione? La passione esige. Richiede attenzione. Fa male. Quando penso alla connessione tra desiderio e passione, è impossibile non pensare anche alla religione. Penso alla Passione di Cristo — ai suoi momenti di angoscia sulla croce. Vedo la bellezza e il dolore nella «Pietà» di Michelangelo, nel «Cristo portacroce» di El Greco, nell’«Orazione nell’orto» della Pala Colonna di Raffaello.
La parola passione ha radici sia nel latino che nel greco e in entrambi i casi il riferimento è alla sofferenza. E ancora oggi, per tutti, uomini e donne, alla passione può essere associato un tormento, un peso sul cuore… persino un’agonia.
Le passioni della religione sono alimentate dal desiderio di andare in paradiso, di raggiungere il nirvana, di sedersi alla destra del Padre. E a volte raggiungere quel nirvana lascia dietro di sé una scia di morte e di caos. La religione può essere un tormento per i credenti come per i non credenti, mentre spinge i fedeli verso la follia, o quantomeno verso decisioni insensate, assunti sbagliati e conclusioni illogiche. I credenti giudicano e lanciano pietre in nome della loro fede. Il desiderio può essere una malattia contagiosa.
Nella sua forma più benigna, può essere un’ossessione virale per un particolare capo d’abbigliamento — un parka irrinunciabile che improvvisamente domina i social media. Nella sua forma peggiore, può essere una pandemia di xenofobia, misoginia, razzismo o fondamentalismo religioso che si travestono da desiderio di sicurezza, libertà personale o vita ultraterrena.
Libertà
Raramente esprimiamo il desiderio per cose che sono requisiti fondamentali per nostra la vita. Suona antiquato e vagamente ridicolo dire «provo il desiderio di un bicchier d’acqua». Se abbiamo sete, pretendiamo l’acqua. Ne abbiamo bisogno.
Un desiderio non è un bisogno. È una speranza insistente. Un languore incessante. È qualcosa che fa sentire la vita come una benedizione piuttosto che come una prova di resistenza. E quindi, non c’è niente di più potente, di più umano, del desiderio di libertà. La capacità di fare scelte che portano gioia e sicurezza. Il desiderio di libertà ha scatenato rivoluzioni. Ci ha dato la Primavera Araba, la caduta del Muro di Berlino, l’insurrezione in piazza Tienanmen. Il Movimento Anti-Apartheid. La Rivoluzione Americana. Il Movimento per i Diritti Civili. La libertà è tutto.
È celebre la frase dell’attivista per i diritti delle donne Fannie Lou Hamer, che disse: «Nessuno è libero finché tutti non sono liberi.» La lotta per la libertà solleva gli oppressi. Permette a tutti coloro che sono incatenati da un sistema ingiusto di liberarsi e prosperare secondo le proprie regole. Libera il pieno potenziale di una società. Dissipa le ombre dello svantaggio e dell’immoralità dall’anima.
Ma come tutti i desideri, l’anelito alla libertà può consumarci. Può condurci in luoghi oscuri della mente e farci rivoltare contro amici e familiari. Può far sì che ci abbandoniamo alla disperazione. Viviamo in un momento in cui la richiesta di libertà assoluta da parte di una persona mette in pericolo la fragile pretesa del vicino alla libertà più elementare. Penso all’attuale stato delle cose negli Stati Uniti, dove la libertà è diventata una prova di volontà morale, di atti giudiziari, di giochi politici e minacce fisiche.
Il semplice desiderio di definire se stessi è diventato carico di giudizi sul genere e sulla sessualità. Abbiamo portato queste battaglie in classe dove i genitori si scontrano con gli insegnanti sui libri da leggere. Le risse avvengono negli studi medici dove i dottori stanno semplicemente cercando di consigliare i pazienti su ciò che è meglio per loro come individui, non come dichiarazione politica. Il furore è negli spogliatoi degli studenti che sono atleti transgender e che vogliono solo giocare uno sport insieme ai loro compagni. E la tossicità è nei bagni pubblici dove alcune persone sembrano eccessivamente preoccupate da chi si trova nella cabina accanto alla loro. In ogni caso, due domande sembrano sempre essere accese. Chi credono di essere le persone? Chi è loro permesso essere?
Di chi conta di più il desiderio di libertà?
La nostra fame di libertà è in conflitto con la nostra sete di controllo. Le persone vogliono soddisfare i propri desideri mentre limitano quelli del prossimo. Il desiderio di purezza religiosa di una persona limita il diritto di una donna nel prendere liberamente decisioni sulla propria salute. Il desiderio di un’America che ricordi gli anni Cinquanta limita le speranze e le aspirazioni di migranti, rifugiati e immigrati che vengono negli Stati Uniti in cerca della propria libertà.
La libertà non è una necessità vitale. Molte persone nel mondo vivono senza di essa. Non possono esprimere la propria opinione senza rischio di persecuzione. Non possono praticare apertamente una religione a cui sono fedeli. Non possono aspirare all’imprenditorialità, 53 ad amare liberamente e apertamente. Non possono vivere la vita che sceglierebbero. Ma vivono. Trovano persino la gioia.
E quanto è triste tutto questo? Perché anche con tutte le tensioni, i conflitti e le lotte intrinseche al processo, la libertà è sempre un obiettivo che vale la pena perseguire. È un continuo tira e molla. Ma in quei brevi momenti in cui l’equilibrio regge — quando tutto è calmo e il desiderio è soddisfatto — quei momenti di autodeterminazione sono semplicemente perfetti.
Speranza
«Se potessi esprimere un desiderio, quale sarebbe?»
Nella storia dei concorsi di bellezza, i presentatori amavano porre questa domanda stimolante alle concorrenti. E immagino che a un certo punto una concorrente debba aver risposto «la pace nel mondo», perché questa è diventata una barzelletta ricorrente, una battuta comica banale. Una risposta così altisonante è divertente perché trasuda ingenuità; la sua apparente impossibilità la rende ridicola. L’umorismo è anche incorporato nel cliché secondo cui una ragazza di vent’anni che sorride ostentatamente sul palco indossando un abito da sera non potrebbe sapere nulla di un tale enigma geopolitico. Tranquilla, cara. Tu continua a essere bella e lascia che gli uomini vecchi e saggi risolvano questi grandi e brutti problemi del mondo.
Ma quando penso a quella vecchia barzelletta adesso, mi ricordo del rapporto tra desiderio e speranza. La speranza mantiene vivo il desiderio. Ci fa desiderare le stelle. Ci fa continuare a credere che l’improbabile possa accadere. Desideriamo scarpe impraticabili e speriamo che un paio di tacchi alti possa essere abbastanza comodo per una giornata in ufficio e per tornare a casa a piedi. Si spera che la cotta a distanza che è oggetto della nostra passione ricambi finalmente il nostro amore. Speriamo che i religiosi possano concentrare il loro fervore sulla carità e sul perdono, piuttosto che sul giudizio e sul perbenismo.
Speriamo che nella lunga marcia verso la libertà personale non calpestiamo inavvertitamente o con noncuranza il desiderio degli altri. Speriamo che con dedizione e pazienza raggiungiamo la Terra Promessa con la nostra integrità intatta, la coscienza pulita e senza sangue sulle mani. Continuiamo a sperare nella pace nel mondo.
La speranza può essere la Stella Polare che impedisce ai nostri desideri di renderci ciechi sui danni collaterali che causiamo. Forse può ricordarci di tenere a freno il nostro egoismo. Potrebbe essere che invece di scagliare una sedia contro una porta di vetro per soddisfare i propri desideri, un uomo possa sperare che l’oggetto della sua passione, dato tempo e spazio, gli apra la porta da sola.
La speranza può essere la Stella Polare che impedisce ai nostri desideri di renderci ciechi sui danni collaterali che causiamo. Forse può ricordarci di tenere a freno il nostro egoismo. Potrebbe essere che invece di scagliare una sedia contro una porta di vetro per soddisfare i propri desideri, un uomo possa sperare che l’oggetto della sua passione, dato tempo e spazio, gli apra la porta da sola.