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La Cavallerizza Reale vista dall’alto, con uno scorcio di Torino sullo sfondo

Foto © Enrico Turinetto

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La Cavallerizza Reale vista dall’alto, con uno scorcio di Torino sullo sfondo

Foto © Enrico Turinetto

La Cavallerizza Reale • Il progetto della città possibile

Un racconto in 12 capitoli, che inizia con un editoriale dell’architetto vincitore del concorso internazionale promosso nel 2022 dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, dall’Università degli Studi di Torino e dalla Città di Torino, in accordo con Cassa Depositi e Prestiti, con l’obiettivo di trasformare il complesso in un polo culturale internazionale

Cino Zucchi

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La Cavallerizza Reale è un insieme di edifici nel centro di Torino, esteso su un’area rettangolare tra i Giardini Reali e le strade retrostanti piazza Castello. Faceva parte del sistema della Zona di Comando sabauda e del complesso delle Residenze Reali ed è rimasta fino a pochi anni fa interamente di proprietà statale. A partire dal mese di marzo racconteremo un capitolo di un ampio racconto dedicato alla storia, ai protagonisti, al progetto di restauro, al piano urbanistico e culturale, agli eventi e alle realtà che caratterizzeranno la nuova Cavallerizza, accompagnando i lettori fino all’inaugurazione prevista nel 2027. Il primo capitolo si apre con l’editoriale di Cino Zucchi, architetto vincitore del concorso internazionale «Cavallerizza Reale di Torino», promosso nel 2022 dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, dall’Università  degli Studi di Torino e dalla Città di Torino, in accordo con Cassa Depositi e Prestiti, con l’obiettivo di trasformare il complesso in un polo culturale internazionale.

Nel suo ormai vecchio film «L’Arbre, le Maire et la Médiathèque», Éric Rohmer costruisce una satira gentile sull’ansia di tradurre l’ambizione politica in un segno fisico. Il conflitto tra la Mediateca e il salice secolare difeso dagli ambientalisti rappresenta la versione arcadica e «paesana» di una tensione che ha percorso tutte le città europee degli ultimi anni: quella di presentarsi alla competizione ormai globale del «marketing urbano» con architetture «iconiche», slogan visuali facilmente replicabili dai media. Il successo comunicativo del Guggenheim di Bilbao sembra avere stimolato i desideri di ogni sindaco o sindaca del mondo, sedotti dall’esibita sensualità del suo vestito più che dalla natura forse irriproducibile del suo contenuto. Ma ai miei occhi di forestiero (ormai adottato da una città che ho sempre amato), Torino si trova in una condizione diversa e per certi versi privilegiata. 

Al di fuori della sua Mole e delle successive «fughe verso l’alto» che hanno cercato, senza successo, di contenderne il dialogo privilegiato con Superga e il Monviso, il suo centro appare come una grande scacchiera dove una serie di istituzioni diverse per storia, carattere e ruolo giocano una partita comune aiutate da un ambiente urbano di qualità unica. Questa scacchiera è il tesoro più grande della città: la maglia di portici che collegano gli edifici tra loro, spesso scavalcando le strade come se questi si volessero tenere per mano per formare insieme lo sfondo amato alla nostra vita quotidiana. Un tessuto urbano siffatto ha bisogno di personaggi diversi, ma non di «mattatori» o «primedonne» in cerca di protagonismo. Se il nuovo Grand Egyptian Museum costruito al Cairo nei pressi delle piramidi di Giza ha motivate aspirazioni «faraoniche» sullo sfondo del suo sterminato parcheggio, il Museo Egizio di Torino offre in maniera discreta la sua meravigliosa collezione ai visitatori che intorno ad esso possono fruire di tutte le amenità architettoniche e gastronomiche del tessuto urbano tra piazza Castello, piazza Carlo Alberto e piazza San Carlo. Di questa rete al contempo fisica, sociale e ideale, il complesso della Cavallerizza Reale rappresenta un tassello importante rimasto per tanti anni «in panchina». 

Cittadini in visita al cantiere guidati dall’architetto Cino Zucchi, durante l’iniziativa «Restauri aperti». Foto © Enrico Turinetto

Le travi, in parte bruciate, conservate come traccia della storia e della materia originaria. Foto © Giorgio Martellono

Nato come parte integrante della «Zona di Comando» sabauda, si espande nel tempo verso est con la crociera disegnata da Amedeo di Castellamonte alla fine del Seicento, il maneggio di Benedetto Alfieri, l’ala ottocentesca di Carlo Bernardo Mosca e infine le cosiddette Pagliere, la cui giacitura rivela in filigrana il tracciato delle antiche mura urbane sul confine con l’Auditorium Rai su via Rossini. Gli attuali Giardini Reali hanno incorporato il bastione di San Maurizio, uno dei pochi avanzi del fronte bastionato che coronava la città rendendone la pianta simile a una splendente stella a molte punte. La complessa geometria dei terrapieni fortificati - ancora visibile nei meravigliosi modelli in legno esposti al Museo Pietro Micca - è purtroppo scomparsa con l’espansione della città, ma il dislivello di quasi tre metri che ancora esiste tra piazzetta Fratelli Vasco e via Rossini percorrendo il passaggio Chiablese ne contiene ancora la memoria. 

Le alterne vicende che hanno caratterizzato l’intero complesso della Cavallerizza – i bombardamenti della guerra, il relativo abbandono negli anni Ottanta, l’attenzione dell’Unesco, l’occupazione, l’incendio di parte delle Pagliere, - hanno portato infine alla presa in carico da parte di Università, Cassa Depositi e Prestiti, Conservatorio, Accademia Albertina e Fondazione Compagnia di San Paolo per collaborare sotto l’egida del Comune di Torino a una rigenerazione capace di reinserirla a pieno titolo nella vita attiva della città. La giuria del concorso di progettazione bandito dalla Fondazione Compagnia di San Paolo per la riforma dell’Ala del Mosca, delle Pagliere e degli spazi pubblici di pertinenza ha selezionato una rosa di studi di architettura di grandissima qualità: abbastanza vari per provenienza, approccio ed età anagrafica al fine di dare alternative interessanti, ma al contempo di matrice molto diversa da chi oggi possiede lo statuto (giornalistico) di star architect. Molti di loro rappresentano il meglio di una cultura europea focalizzata sul rinnovo di edifici e parti di città con azioni progettuali che miscelano un grande rispetto per l’esistente, mostrando una capacità «interpretativa» che rifugge dalle strade facili della sua riproduzione acritica o dell’esibito contrasto tra antico e nuovo. 

Credo che la nostra fortunata vincita di questa sfida progettuale - al confronto con colleghi che ammiro profondamente - sia dovuta alla chiarezza dell’idea che fonda il progetto e che deve aver convinto la giuria. Essa parte da una constatazione forse ovvia: il rinnovo della Cavallerizza non si deve limitare a un ripristino architettonico e funzionale dei suoi edifici, ma deve sfruttare al massimo la sua posizione nella città a cavallo tra via Po e i Giardini Reali. Un nuovo disegno degli spazi aperti è l’elemento cardine della nostra proposta di riforma, che riguarda una parte della Cavallerizza in qualche modo privilegiata dalla sua posizione. Nell’angolo sud-est dei Giardini Reali, uno stretto passaggio tra l’Ala del Mosca e le Pagliere era usato per l’ingresso delle carrozze alla Zona di Comando dal bastione di San Maurizio; nella proposta metamorfosi, questo nodo - allargato nel suo calibro e ridisegnato nei suoi rapporti con il parco - diventa un luogo capace di attivare nuove relazioni tra il tessuto denso della città e la qualità ambientale dei Giardini. In esso convergono il portico dell’Ala del Mosca - nella cui testata è aperto un nuovo arco - e la galleria vetrata che unisce tra loro i due corpi paralleli delle Pagliere, nonché il percorso interno tra via Verdi e via Rossini attraverso piazzetta Fratelli Vasco e il passaggio Chiablese, che qui trovano una nuova vista aperta e una nuova continuità con i Giardini Reali. L’intero sistema degli spazi aperti di questa porzione della Cavallerizza è ridisegnato con cura, mantenendone il carattere austero ma aumentandone di molto la qualità ambientale e la fruibilità da parte di tutte le categorie di cittadini e visitatori. 

Documenti dei Tribunali militari (1915-71) murati in un sottoscala ritrovati nei sotterranei, maggio 2024. Foto © Andrea Guermani

Cittadini in visita al cantiere durante l’iniziativa «Restauri aperti». Foto © Enrico Turinetto

Gli ingressi alle singole parti del complesso sono sottolineati da pensiline di forma ellittica in metallo ossidato, il cui disegno reinterpreta in forme contemporanee gli accenti di epoca barocca che danno vita alla severa maglia del centro di Torino. Se il progetto di restauro degli edifici riguarda soprattutto gli interni - con qualche inserto dove necessario a segnalare il loro nuovo ruolo - sulla «piazzetta del Bagolaro», creata come nuovo ingresso ai giardini, si affacciano le testate dei due corpi delle Pagliere uniti dalla nuova galleria: un innesto architettonico dal profilo mistilineo rivestito in lamiera di rame ossidata a coste verticali che enfatizza l’incredibile vista sulla Mole. All’interno di un progetto unitario, le differenze architettoniche tra l’austera monumentalità dell’Ala del Mosca e il carattere prosaico e utilitario delle Pagliere sono riflesse sia nei nuovi usi previsti che nei materiali e nei dettagli della riforma. I piani terra di ambedue gli edifici sono interamente aperti al pubblico, con una serie di nuovi spazi attivi - una sala multifunzionale, una caffetteria, una serie di laboratori per workshop e attività di vario tipo - che daranno vita al nuovo sistema di spazi aperti. Laddove possibile, gli spazi ai piani superiori cercano viste lunghe verso la città, verso gli alberi del parco, verso la Mole e verso le Alpi, enfatizzando il meraviglioso rapporto che a Torino troviamo sempre tra la maglia urbana e i profili delle «dentate scintillanti vette» cantate da Giosuè Carducci nella poesia imparata a memoria da generazioni di scolaretti. 

Dal punto di vista architettonico, il restauro vuole idealmente collocarsi in continuità con una serie di esperienze italiane del secondo dopoguerra, da Ambrogio Annoni a Liliana Grassi, da Carlo Scarpa a Franco Albini e molti altri. Il risultato cercato vorrebbe distinguersi sia da alcune modalità contemporanee che, idealizzando un presunto stato originario, cercano di ripristinarlo anche attraverso un completamento «in stile» che sfiora la chirurgia estetica; sia da una altrettanto facile giustapposizione formale tra vecchio e nuovo che assume ed esibisce la propria supposta alterità come valore. Se la conservazione degli edifici e dei loro dettagli segue i criteri più recenti sotto gli occhi attenti e i consigli della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino, le parti architettoniche aggiunte non rifiutano risonanze più o meno cercate con quelle esistenti; tra pura «invenzione» e pura «deduzione», esse vorrebbero costituire insieme un’interpretazione non scontata della storia di questo complesso e valorizzare le sue potenzialità alla luce dei valori odierni e alle necessità di una popolazione urbana sempre più giovane, globale e multietnica. Le aspettative dei cittadini sulla Cavallerizza Reale sono grandi, e grande è la responsabilità che ne deriva per la Committenza, per il nostro gruppo di progettazione e per tutte le persone coinvolte a vario grado nel processo. Siamo felici e grati dell’occasione concessaci, e speriamo di poter restituire un giorno non lontano i meravigliosi spazi degli edifici storici come un nuovo sfondo amato della vita quotidiana.

Cino Zucchi, 26 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

La Cavallerizza Reale • Il progetto della città possibile | Cino Zucchi

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