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Stefano Pivato
Leggi i suoi articoliNati attorno alla metà dell’Ottocento, i «grand hotel» si portano addosso i segni delle loro storie: da quella dei vari stili nei quali furono costruiti (a cominciare dall’Art Nouveau) a quella dei personaggi che vi hanno soggiornato. O, ancora, diventano vetrine della modernità della quale esibiscono i progressi tecnologici. Un tempo però la «villeggiatura» non durava i pochi giorni ai quali ci ha abituati l’epoca dell’overtourism, ma si protraeva per settimane e mesi. Nel corso dei quali quei luoghi si trasformavano nella «casa» di scrittori e musicisti, pittori e poeti. Durante i suoi soggiorni al Grand Hotel Cabourg Marcel Proust scrive non poche pagine della «Recherche»; nelle ovattate sale del Des Bains al Lido di Venezia Thomas Mann ambienta «Morte a Venezia» (1912). Emblematico il caso di Giuseppe Verdi che per 27 anni elegge a sua dimora il Grand Hotel et de Milan dove compone opere come «Otello» e «Falstaff». L’elenco potrebbe proseguire fino a suscitare il sospetto che la larga frequentazione da parte di artisti e uomini di cultura di quelle lussuose (e costose) residenze possa mettere in discussione l’immagine dell’intellettuale bohémien e squattrinato. Ironie a parte, i grand hotel diventano luoghi attraverso i quali leggere la storia culturale del Novecento. In questo contesto pochi posti hanno esercitato la fascinazione dell’isola di Capri. E questo perché, come ha ricordato Raffaele La Capria, «il sole, gli efebi, un po’ di estetismo decadeggiante e un po’ di niccianesimo rosa formavano una miscela irresistibile». La storia dell’ospitalità caprese può essere fatta risalire alla apertura, nel 1822, della Locanda Pagano che, completamente ristrutturata in tempi recenti e ribattezzata Hotel La Palma, è fin dall’Ottocento meta di artisti e intellettuali provenienti da tutta Europa. Fra gli abituali frequentatori della locanda sono, nel corso del Novecento, Filippo Tommaso Marinetti, Enrico Prampolini, Jean-Paul Sartre ed Ernest Hemingway. Non meno blasonato il caffè-emporio Zum Kater Hiddigeigei, che inizia la sua attività verso la fine dell’Ottocento e la cui derivazione dell’insegna (da «Il gatto Hiddigeigei» ispirato a un verso del poema «Il trombettista di Säckingen» di Joseph Victor von Scheffel) ammicca al variegato mondo letterario che frequenta l’ambiente. Nel corso degli anni il locale diviene il ritrovo più frequentato di una vasta clientela cosmopolita, dalla pittrice americana Romanine Brooks a Fortunato Depero. A partire dal 1922 il locale continua la sua tradizione nel Grand Hotel Tiberio (oggi Capri Tiberio Palace). Ed è qui che nel 1925 Francis Scott Fitzgerald trascorre due mesi in compagnia di Zelda Sayre e finisce di scrivere uno dei suoi capolavori, «Il Grande Gatsby».
Tuttavia la storia dell’hôtellerie di lusso dell’isola si identifica con il Grand Hotel Quisisana. Le origini risalgono al 1845 allorché George Sidney Smith Clark, medico inglese, apre un sanatorio per curare i sofferenti di tisi. Più tardi trasformato in albergo il Quisisana è frequentato da una clientela prevalentemente tedesca. Come racconta lo scrittore francese Roger Peyrefitte in un fortunato romanzo, L’esule: «La sera a cena al Quisisana si vedevano soltanto teste quadre, si sentiva parlare solo tedesco. Non servivano sulla terrazza, ma in sala da pranzo, decorata da piante verdi. L’orchestra suonava Wagner. Il menu era francese con la traduzione in tedesco». Fra i clienti, non pochi anche quelli di nazionalità inglese. E sono proprio i sudditi della regina Vittoria che la sera del 15 ottobre 1897, allorché vedono entrare nella sala da pranzo Oscar Wilde che con il suo amante, Alfred Douglas, era fuggito dall’Inghilterra per sottrarsi alle severe leggi che punivano l’omosessualità, chiedono scandalizzati al personale di sala di farli uscire. Curiosa vicenda quella di Oscar Wilde sull’isola caprese che fin dalla fine dell’Ottocento diventa la rappresentazione di una sorta di naturalismo pagano nel quale si identifica l’omosessualità maschile. Fra gli ospiti più famosi il barone Jacques d’Adelswärd-Fersen, che, costretto da uno scandalo a lasciare Parigi, si rifugia a Capri dove dimora per vent’anni. Non meno significativa la presenza di Friedrich Alfred Krupp, magnate dell’industria degli armamenti e nel 1902 denunciato pubblicamente come omosessuale, che si installa al Quisisana occupando una serie di stanze al piano terra «a un prezzo fantasmagorico», secondo quanto riportano le cronache. Negli anni Venti del Novecento è ospite dell’albergo una pattuglia di futuristi che lo elegge a sede di convegni e rappresentazioni: nelle sue sale Enrico Prampolini espone dipinti, Marinetti rappresenta le sue provocatorie esibizioni, Francesco Balilla Pratella esegue le sue musiche sperimentali e rivoluzionarie. Con l’avvento del cinema il Quisisana diventa il ritrovo preferito di personaggi come Totò, Ingrid Bergman, Sofia Loren, Clark Gable e Roberto Rossellini. Nel 1983 Alberto Moravia dà vita al Premio Curzio Malaparte, che da allora attira nel teatro dell’albergo i grandi nomi della letteratura mondiale: da Anthony Burgess a Saul Bellow, da Nadine Gordimer a John le Carré. «Dissidenti vittoriani, esteti dannunziani, facoltosi disoccupati, dilettanti supremi»: qualcuno ha voluto caratterizzare in questa epitome la variegata presenza di quanti non hanno saputo resistere al fascino di Capri. Tuttavia l’eterogenea presenza di ospiti illustri comprende anche non pochi dissidenti politici. A cominciare da Maksim Gor’kij che vive a Villa Blaesus dal 1906 al 1909 e ospita in due occasioni Lenin. Sulla terrazza di quella villa è scattata una fotografia che ritrae una partita scacchi tra Lenin e Aleksandr Bogdanov, altro padre del bolscevismo. Nel 1952 l’isola ospita Pablo Neruda, costretto all’esilio per il suo attivismo politico. A quel soggiorno si richiama il libro di Antonio Skármeta, Il postino di Neruda, al quale si ispira nel 1994 il film di Michael Radford, «Il postino», interpretato da Philippe Noiret e Massimo Troisi. Il poeta cileno trascorre sei mesi sull’isola e abita in un villino, la Casa di Arturo, ospite di una singolare e poliedrica figura: Edwin Cerio. Ingegnere, scrittore e naturalista, Cerio diventa sindaco di Capri nel 1920 e si erge a tutore dell’ambiente attraverso una guerra alla speculazione edilizia e alla cementificazione. In questa campagna Cerio, che gode dell’appoggio della pattuglia futurista ospite dell’isola, si scaglia contro la volgarità del turismo di massa e promuove lo «stile di Capri», un’architettura così denominata perché legata alla vita dei contadini e dei pescatori e che ancora oggi caratterizza le dimore capresi. E proprio in ossequio alla linea mediterranea di quella architettura Cerio intraprende una furiosa battaglia contro Villa Malaparte, costruita negli anni Trenta su uno stretto promontorio a picco sul mare e oggi considerata una delle massime espressioni dell’architettura contemporanea per la sua forma a parallelepipedo rosso.