Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Sauro Gelichi
Leggi i suoi articoliÈ difficile credere al fatto che bisogna alzare gli occhi e guardare sui campanili o sui muri delle chiese per vedere alcuni degli «incunaboli» della maiolica italiana. Certo, non proprio da vicino e non troppo facilmente, poiché, quasi sempre, si trovano murati a diverse decine di metri di altezza. Ma è importante sapere che ci sono e che costituiscono uno dei più importanti patrimoni che possediamo, un vero e proprio museo all’aperto della nostra lunga tradizione produttiva.
A Bologna in questo periodo, imponenti impalcature fasciano una parte della Chiesa di San Francesco: sono funzionali al restauro di un importante monumento della città, ma offrono anche l’opportunità di osservare da vicino uno dei contesti ceramici più importanti che possediamo, databile intorno alla metà del XIII secolo e realizzato da maestranze locali per la grande fabbrica cittadina. Alcune di queste ceramiche furono distaccate, restaurate e reinserite negli alloggiamenti originari verso la fine del secolo XIX da Alfonso Rubbiani, che aveva messo mano alla fabbrica e ne aveva ridisegnato, secondo i dettami dell’epoca, il suo profilo medievale. Da quel momento, poche sono state le occasioni per vedere da vicino questi splendidi esemplari, su alcuni dei quali erano state dipinte aquile in maestà, imbarcazioni, grifoni, pesci, con motivi che in parte trovano una speciale coincidenza nei nomi delle società delle armi (antiche corporazioni medievali, Ndr) del quartiere circostante la chiesa, società che si può anche supporre siano state tra i finanziatori della grande fabbrica cittadina.
Si tratta, dunque, di ceramiche commemorative dell’evento, una situazione che si ripeté circa un settantennio più tardi (intorno al 1315), quando venne decorata, in maniera simile, la facciata di un’altra chiesa bolognese, San Giacomo Maggiore. Qui, agli apici di una croce posta al centro della facciata, furono inserite quattro maioliche, una con lo stendardo del convento e l’altra con l’immagine di un frate in atto benedicente. Il frate non è uno sconosciuto. Come apprendiamo dall’iscrizione dipinta che lo accompagna, si tratta di «Frater Simon», forse lo stesso Simone, sindaco del Convento, documentato in quel periodo nelle fonti scritte e sotto la cui gestione doveva essere stata completata la chiesa.
Tra gli incunaboli della maiolica italiana, questi due casi bolognesi non sono però isolati. Un altro esempio lo ritroviamo a Roma, dove sul campanile della Basilica di Santa Maria Maggiore vennero inserite più di centoquaranta maioliche, tutte (con l’eccezione di alcuni recipienti importati dalla Spagna) di produzione locale e realizzate espressamente per tale fabbrica. La maggior parte erano monocrome, ma alcune di quelle con decori (rose, gigli, stelle) sembrano rinviare a un programma commemorativo voluto dal papa Gregorio XI (il pontefice che trasferì la sede papale da Avignone di nuovo a Roma, ma che fu anche tra i finanziatori della chiesa), intorno al terzo quarto del XIV secolo (cfr. S. Gelichi, «Not just for decoration. The ceramics on the bell tower of Santa Maria Maggiore in Rome», in J. Chick, R. Hodges, I. Riddler (eds), A Cornucopia for a Polymath: Studies in Archaeology, Architecture and Art History for John Burnett Mitchell, Oxford 2025).
Bologna, San Giacomo Maggiore (primo quarto del XIV secolo). Ceramica smaltata in blu con decori in manganese, produzione locale
Roma, Santa Maria Maggiore, campanile (terzo quarto del XIV secolo). Ceramiche spagnole (1-5) e “maioliche arcaiche” di produzione locale
I casi che abbiamo citato, assieme ad altri in cui le maioliche prodotte localmente non svolgevano una dichiarata funzione commemorativa (come ad esempio il precoce esempio della Chiesa di Santa Cecilia a Pisa, del primo quarto del XIII secolo), sono tra gli esempi più antichi della nostra tradizione produttiva e il fatto che siano stati murati su edifici ce li ha conservati fino ai nostri giorni.
Dobbiamo dunque essere grati a questo originale fenomeno, diffuso un po’ in tutto il Paese, che tuttavia ha origini ben più antiche degli episodi ricordati. Infatti, a partire dalla fine del X secolo, e con sempre maggiore frequenza in quello successivo, lo ritroviamo documentato in molti edifici, sui quali vennero murate stoviglie da tavola invetriate (e talvolta smaltate, cioè maioliche), spesso decorate con policromie vivaci e motivi complessi. Si tratta, in questi casi, delle accattivanti produzioni di area mediterranea (musulmana e bizantina), che avevano avuto fortuna nelle mense delle classi dirigenti, ma che vennero anche usate per impreziosire chiese e palazzi.
Pisa è, tra le città italiane, quella con il maggior numero di ceramiche impiegate nelle architetture. Forse non è un caso che, tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, venne avviato proprio in Pisa un programma di sostituzione di questi oggetti con copie, affinché gli originali fossero preservati (e meglio visibili) in museo. Oggi, il Museo di San Matteo a Pisa conserva la collezione più numerosa e varia di ceramiche di produzione mediterranea (e poi anche locale), databili dal tardo X secolo fino al XV, che si conosca al mondo. Un’iniziativa (quella del distacco e della sostituzione) che pure ha fatto discutere negli ambienti del restauro architettonico, spesso più inclini a conservare gli originali in loco, ma che ha evitato il degrado e la perdita di un patrimonio di cui spesso non abbiamo piena consapevolezza. Il caso pisano non ha avuto altre, se non sporadiche, applicazioni in Italia. È un peccato, perché se già alla fine del secolo XIX il Rubbiani non avesse rimurato gli originali sulla Chiesa di San Francesco di Bologna, una parte di quello straordinario e unico contesto non sarebbe andato perso (come invece è avvenuto) a causa dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
Pisa, Santa Cecilia (primo quarto del XIII secolo). Bacino n. 397 (Archivio personale Graziella Berti)