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Luca Zuccala e Alessio Vannetti
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Autorevoli quotidiani italiani e stranieri pubblicano immagini di guerra generate con l’Intelligenza Artificiale per raccontare l’aggressione da parte degli Stati Uniti e di Israele contro lo stato tiranno della Repubblica Islamica dell’Iran. Tralasciando il fatto che il lavoro del photo editor è sempre più raro nelle redazioni, le vere nemiche risultano essere la fretta e l’assurda idea che l’informazione debba essere immediata, cliccabile e commentabile istantaneamente da un’audience in cui uno vale uno, incluso il chat-bot programmato per generare engagement al fine di alzare il rating di fake news o fake images.
Siamo assolutamente certi che il 2026 sia il momento perfetto in cui far riemergere il valore della foto-notizia o della sua assenza — non necessariamente qualcosa che è assente non esiste, molto più probabilmente è semplicemente in luoghi altri. Siamo assolutamente certi che (ri)lanciare un magazine dedicato all’immagine nel 2026 sia in primo luogo un atto di pazienza e di volontà di restituire valore al tempo e allo spazio che si crea quando si lascia che la sedimentazione provochi pensiero, non come gesto nostalgico ma come tentativo di restituire complessità allo sguardo, riportando l’immagine dentro una grammatica editoriale che non abbia come unico obiettivo la velocità della circolazione ma la qualità del suo assorbimento nel tempo. Il giornale apre con un saggio volutamente non illustrato di Robin Givhan. Quella che può sembrare una contraddizione — l’assenza di immagine in un fotogiornale — è invece l’affermazione del suo valore: il lavoro dell’autrice premio Pulitzer nel 2006 è sufficientemente significante da generare istantanee condivise durante la lettura.
Il tema scelto per questo primo numero è il desiderio. Senza nessuna temperatura retorica, ma come una fiamma cangiante che attraversa la storia dell’arte, della moda, del corpo e delle immagini. Il desiderio come tensione verso qualcosa che non è ancora compiuto, come movimento capace di generare forme, stili, sfumature, linguaggi, attivandoli simultaneamente come una carezza sublime, struggente e ambigua. È il desiderio che alimenta la creazione artistica, che costruisce il valore simbolico degli oggetti, che trasforma la materia in immaginario. Le pagine che seguono non cercano di dimostrare cosa sia il desiderio, ma di mostrarne le traiettorie attraverso linguaggi e contesti differenti, lasciando che fotografia, arte, collezionismo e imprese culturali agiscano come dispositivi capaci di rivelarne le diverse forme di manifestazione. Il desiderio appare raramente in modo diretto: più spesso si riconosce nei corpi che lo incarnano, negli oggetti che lo rendono vivo, nei sistemi simbolici che lo organizzano e nei vuoti che lo rendono possibile.
La fotografia di copertina firmata da Walter Pfeiffer contiene in sé questa intima e fertile ambiguità. Una scultura classica è interamente avvolta da un manto trasparente che aderisce alla superficie del marmo quasi come una seconda pelle come un abito in-the-making. Il gesto è semplice e al tempo stesso perturbante: calzare un liquido stropicciato tra le venature minerali, velandole e soffocandole. Il corpo antico viene così protetto, accarezzato, nascosto, erotizzato da questa pellicola sottile, lirica, tattile, inquadrata in una quinta smeraldo: un panneggio teatrale che evoca il raso, la seta di un letto che si riverbera morbida e rigida sulla spalla romana. Un timido cascare lascivo che fa della sua decadenza la sua potenza. La spavalderia dell’apollo sta nell’incedere d’anca, la sua fragilità tracima nella piattaforma di compensato su cui è posto — abbandonata, emotivamente precaria, come un desiderio corrisposto troppo in fretta. Preziosamente sporca come la sua base, l’immagine si muove in un purgatorio di intenti, in bilico tra memoria, grazia, forza, costrizione, sensualità. Qui si accende la tessitura limpida di Vernissage: la moda come costruzione dell’immagine del corpo, il lusso come spazio di elaborazione simbolica, l’arte come dispositivo critico capace di interrogare il desiderio che attraversa queste dimensioni.
Questo nuovo Vernissage nasce anche e soprattutto da un gesto di memoria. «Il Giornale dell’Arte» porta con sé una storia lunga, fatta di analisi, dibattiti, conflitti e intuizioni che hanno contribuito a definire il discorso sull’arte in Italia e nel mondo. E in queste pagine non la si vuole archiviare o celebrare in modo nostalgico. Si vuole fare brillare la polvere che il tempo ha depositato su questo patrimonio — avvolgerla, come nell’immagine di copertina che profuma di marmo, non per riporla sotto teca e cristallizzarla, ma per tagliarla di nuova luce e mostrarne il pulviscolo, il valore. La polvere, in fondo, è ciò che resta dopo il passaggio della storia. E quando la si guarda con attenzione diventa materia preziosa, traccia di continuità e allo stesso tempo punto di partenza per nuove narrazioni.
C’è infine una scelta che riguarda il modo in cui questo progetto vuole incontrare i suoi lettori. Il prezzo di copertina — venti euro per 128 pagine di contenuti e immagini — è una dichiarazione: mantenere altissima la qualità editoriale, la densità critica e la cura grafica senza trasformare l’oggetto culturale in un prodotto elitario. Una forma concreta di democratizzazione della cultura, che permette a un pubblico ampio di entrare in contatto con un discorso complesso senza semplificarlo.
Mentre chiudiamo il primo numero di un progetto che portiamo avanti da mesi, la parola desiderio sembra assumere significati legati imprescindibilmente con la situazione geopolitica. In piena contraddizione, progetti televisivi come The Beauty di Ryan Murphy rispecchiano l’ossessione rinnovata del genere umano per l’elisir di lunga vita e di bellezza. Per quanto banale, il desiderio odierno è una tensione tra la pace nel mondo e l’Ozempic.
«Vernissage». Foto © Ludovica Arcero Saywho
«Vernissage». Foto © Ludovica Arcero Saywho
«Vernissage». Foto © Ludovica Arcero Saywho
«Vernissage». Foto © Ludovica Arcero Saywho