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Barbara Antonetto
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La tela «Paesaggio della Campagna Romana con l’Aqua Claudia» è rimasta arrotolata nei depositi della Kunsthalle di Brema per sessant’anni in quanto arrivata già in cattive condizioni di conservazione nel 1953, quando l’allora direttore Günter Busch acquistò più di 550 tra disegni e acquerelli e 24 studi a olio di Friedrich Nerly (1807-78) da Marianne Schmidt, pro-pronipote dell’artista. Nel 2012, quando la tela è stata srotolata, la pellicola pittorica presentava lunghe spaccature. Ma era soprattutto il supporto a preoccupare: un angolo era staccato e in più punti mancavano porzioni di tessuto. L’operazione più lunga e complessa è stata proprio la ricostruzione della trama della tela con una colla sintetica fatta cadere goccia su goccia a formare i fili. I bordi sono stati poi consolidati con strisce di tessuto che hanno consentito di tirare la tela su un telaio. A quel punto non si era che all’inizio: si doveva procedere al consolidamento della pellicola pittorica, alla pulitura, alla reintegrazione e alla verniciatura, operazioni costose che devono essere supportate da indagini diagnostiche. È così che è entrata in gioco la galleria Neuse di Brema, che ha finanziato l’intervento affidandolo al proprio restauratore Börries Brakebusch. Il primo passo di questa seconda fase è consistito nel coprire le porzioni di tela ricostruita con strati di gesso che assolvesse la funzione di preparazione pittorica per le reintegrazioni. Ultimata poi la pulitura, il dipinto è stato protetto con una stesura di vernice acrilica. Le radiografie con raggi infrarossi hanno rivelato i cosiddetti pentimenti: il gruppo delle figure in primo piano era più grande, ma durante la stesura finale è stato ridotto di dimensioni per enfatizzare il ruolo del paesaggio. Le rovine sono sì «ritratte» in ogni dettaglio con estrema aderenza al vero (non è decorativo neppure il masso in primo piano: c’è ancora oggi), ma Nerly ha combinato due diverse prospettive che nella realtà non si possono avere dallo stesso punto di osservazione. Rispetto ai pittori del Settecento, che realizzavano opere di carattere bucolico con rovine (reali o di capriccio) in contesti idilliaci (Hackert in testa), una caratteristica distintiva di Nerly è la sua predilezione per gli animali selvatici e per le lotte tra animali (qui i cani si azzuffano, uno è ferito); il paesaggio stesso è diverso rispetto a quello romantico ricco di vegetazione. Nerly cerca scorci nuovi, si spinge in luoghi inesplorati non indicati nelle guide o evitati per il pericolo della malaria e dei briganti, ama la malinconia della campagna romana, piatta, senza alberi, in cui l’Acquedotto Claudio si erge sullo sfondo dei Colli Albani. In quest’opera, dipinta nel 1836, la natura è vuota, ha la potenza del silenzio. È come se Nerly avesse alzato il sipario su un angolo nuovo dell’Italia: a partire dagli anni Quaranta dell’Ottocento l’Aqua Claudia diventa un soggetto di gran moda tra i pittori del Grand Tour.
La qualità e il soggetto raro di questo dipinto emersi con il restauro, lo studio dei molti schizzi preparatori di Nerly appartenenti alla Kunsthalle e una lunga ricerca intrapresa con passione dalla vicedirettrice Dorothee Hansen per rintracciare i dipinti finali (molti citati anche in un elenco stilato dal pittore), sono sfociati nella mostra «Natura e antichità. Il romantico Friedrich Nerly a Roma» (fino al 5 luglio, a cura della stessa Hansen). Attraverso interessanti raffronti tra disegni, acquerelli, schizzi e dipinti, il percorso espositivo offre un viaggio in un’Italia oggi in molti casi abbandonata al degrado, come documentano in mostra le fotografie dell’Acquedotto Claudio di Hans-Christian Schink (1961), originario di Erfurt come Nerly. Quest’ultimo, nato nel 1807, in Germania visse poco più di vent’anni. Nel 1829, infatti, un ricco aristocratico appassionato di storia dell’arte che aveva notato il suo talento, Carl Friedrich von Rumohr, anziché pagargli gli studi accademici lo portò con sé in Italia e, giunto a Roma, gli offrì una camera in cui soggiornare in Palazzo Caffarelli, affacciato sul Foro Romano e sul Palatino. Il mecenate aveva una rete di conoscenze altolocate, dal re di Danimarca a quello di Prussia passando per molti nobili delle ricche città della Lega anseatica, cosicché per Nerly non fu difficile vendere le sue vedute italiane: tra gli altri Martin Johann Jenisch, ricco mercante di Amburgo amico di Rumohr, commissionò a Nerly un dipinto delle cascate di Tivoli come ricordo del suo viaggio in Italia e lui soddisfò la commissione con originalissimi scorci di taglio verticale riuniti in una delle sale più affascinanti della mostra.
In un’opera dalla notevole forza drammatica, «Bufali che trascinano un blocco di marmo», presente nel percorso espositivo, si nota la scritta «Thorvaldsen», che sfrutta la fama dello scultore danese. L’abile mossa autopromozionale funzionò: Bertel Thorvaldsen, che viveva a Roma da molti anni, commissionò una seconda versione del dipinto per la sua collezione privata aperta al pubblico e, come ha spiegato la curatrice, la presenza di un’opera in quella collezione era strategica. Nerly viaggiò molto nell’Italia del Sud (seguì anche una coppia di sposi in Sicilia per realizzare dipinti ricordo) ma, alla comparsa del colera nel 1837, lasciò Roma alla volta di Venezia che per 41 anni (fino alla morte nel 1878) rappresentò una fonte inesauribile di soggetti: la Kunsthalle possiede numerosi disegni esposti nella mostra collaterale (anch’essa fino al 5 luglio) «Nerly a Venezia. Gondole e palazzi».
Friedrich Nerly, «Paesaggio della Campagna Romana con l’Aqua Claudia», 1836, Kunsthalle Bremen-Der Kunstverein in Bremen, prima del restauro. Foto Kunsthalle Bremen
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