Perché vandalizzare Richard Serra?

Il Qatar Museum sta pensando a nuove misure di sorveglianza per proteggere i quattro giganteschi monoliti insediati nelle sabbie del deserto

Riccardo Deni |  | Doha

Con l’ormai famosissima rosa del deserto di Jean Nouvel il Qatar ha iniziato la sua occidentalizzazione con una maggiore presenza nel sistema della cultura visuale contemporanea. La fama del museo è eguagliata soltanto dalla strategia di acquisizioni della principessa Al Mayassa che presiede la Qatar Museum Authority, cassaforte finanziaria del museo che investe oltre un miliardo di dollari l'anno, non soltanto acquistando capolavori, ma finanziando gallerie, festival e arte pubblica.

La «sceicca» sostiene che «il Qatar è una terra antica […] ancora molto legata ai valori tradizionali», ma buona parte delle risorse finanziarie vengono impiegate per acquisti di opere internazionali e non per sostegno di tradizioni, valori e centri culturali locali. Solo negli ultimi trentasei mesi: «Quando ti sposerai?» di Gauguin per 300 milioni di dollari e per più di 70 milioni di dollari «White Center» di Rothko e per 20 milioni di dollari un armadietto di medicinali di Damien Hirst, nonché altre opere, tra cui Warhol, Lichtenstein, Matisse, intere grandi collezioni e il celeberrimo «Giocatori di carte» di Cezanne pagato 250 milioni.

Negli acquisti e nel commissioning di opere di artisti occidentali non è per nulla celata la spinta egemonica ad assumere un ruolo di primo piano nella cultura contemporanea. Non è semplice, nemmeno per una petro-potenza, costruirsi una collezione di arte antica all’altezza di quelle di cui molti palazzi italiani o musei internazionali dispongono da decenni, ma è decisamente più accessibile diventare un polo magnetico dominante nella geografia dell’arte contemporanea.

È dunque una precisa strategia culturale e geopolitica che vuole rendere il Qatar un luogo «vicino» all’occidente ed ancora di più allo scacchiere europeo. Come sostiene l’Ispi, l’attivismo immunizza il paese dagli effetti negativi del boicottaggio arabo e consolida l’immagine del piccolo emirato del Golfo: basterà citare i mondiali di calcio del 2022. Sono molti gli analisti geopolitici che accusano apertamente Doha di utilizzare la cultura come chiavistello e sensuale copertura d’immagine mentre continua a soffiare sulla fiamma dell’islam radicale nel mondo. Da molti anni Doha è sospettata di alimentare l’islamizzazione in Medio Oriente e in Europa, dove investe in educazione, welfare, moschee e propaganda.

Ma torniamo all’arte. Tra le calde sabbie del deserto del Qatar occidentale, qualcosa di alieno si profila all'orizzonte: quattro giganteschi monoliti insediati lungo un corridoio arido tra basse scogliere calcaree. Questi invasori metallici sembrano a loro agio nel paesaggio, aggiungono una dimensione maestosa a questo angolo desertico. Le lastre d'acciaio, situate nella penisola di Zekreet, sono opera di Richard Serra, uno dei padri nobili della land art. Intitolati «Est-Ovest / Ovest-Est», le steli, che arrivano a quasi diciassette metri d’altezza, sono state installate nel 2014, per iniziativa della Mayassa e della famiglia reale «Questa è la cosa più appagante che io abbia mai fatto», aveva detto Serra poco dopo averlo installato.

Oggi queste opere sono state (nuovamente) vandalizzate con graffiti, scritte e danni materiali di varia natura e il Qatar Museum sta pensando di aggiungere misure di sorveglianza in generale per monitorare e proteggere l'arte pubblica in tutto il paese promuovendo una campagna anti-vandalismo: Abdulrahman al-Ishaq, direttore ad interim del Dipartimento di arte pubblica, ha detto che il museo lavora con organizzazioni governative e non governative per  questa campagna lanciata nel settembre 2020: «L’arte pubblica disseminata nel paese», ha sottolineato al-Ishaq, «è una parte fondamentale della vita culturale del Qatar».

Il concetto è che le opere d'arte non sono solo elementi decorativi, ma luoghi di arricchimento intellettuale e spirituale. «L'arte pubblica consiste in installazioni posizionate strategicamente per contribuire allo sviluppo e per stimolare un dialogo costruttivo e un dibattito su questioni sociali, politiche e ambientali. Sebbene queste opere d'arte non siano confinate in uno spazio chiuso, la comunità deve capire che l'arte pubblica è un'estensione di una vasta collezione costruita dal museo, ed è in buona parte sua la responsabilità abbracciare e prendere possesso delle opere d'arte», così conclude al-Ishaq un’intervista nel «Gulf Times». Il museo sta ora lavorando all'organizzazione di un dibattito collettivo per spiegare qualcosa veramente non semplice da capire per un qatarino: perché strade e deserti del suo paese si debbano riempire di segni del pensiero occidentale contemporaneo.

L’arte dovrebbe essere linguaggio universale, ma che cosa avrebbe pensato un arabo nel vedere nel principale museo di Abu Dhabi il «Salvator Mundi», un uomo, il figlio di Dio dalla religione cattolica, raffigurato come «salvatore del mondo e signore del cosmo»? Non c’è il rischio che «The Miraculous Journey», i quattordici feti di Damien Hirst di oltre quattordici metri d'altezza (per citarne una), possano risultare davvero troppo indigesti per la comunità qatarina sia pure come cavalli di Troia della penetrazione islamica nella civiltà occidentale?

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Riccardo Deni
Altri articoli in ARGOMENTI