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Opinioni

La mostra impossibile | Il ritratto di Suzanne

La storia è costellata di opere d’arte «ferite», ma si può immaginare di ricucire antichi strappi

Fotomontaggio del «Ritratto di Édouard e Suzanne Manet» di Edgar Degas conservato nel Museo Municipale di Arte di Kitakyushu in Giappone (a colori) con il «Ritratto della moglie al pianoforte» di Édouard Manet (part.) conservato al Musée d’Orsay di Parigi (in bianco e nero)

La storia è costellata di opere d’arte «ferite», come i Buddha di Bamiyan, fatti brillare dai mujāhidīn, o le statue «pagane» del museo di Mosul, prese a martellate sotto gli occhi del mondo intero. Così ho provato a immaginare una mostra che ricucisse antichi strappi, una mostra che si può soltanto sognare quando il giorno scivola dentro la notte.

Quando la notte era piovosa, andavano a rifugiarsi nello studio [...]. Rodolphe si comportava come se fosse a casa sua. La vista della libreria, dello scrittoio, [del pianoforte], di tutta la stanza insomma, lo metteva di buon umore e non riusciva a trattenersi dal dire una quantità di spiritosaggini alle spalle di Charles, che lasciavano Emma interdetta. [...]
«C’è qualcuno», aveva sussurrato.
Rodolphe spense la luce.
«Hai la pistola?».
«Per farne che?».
«Ma... per difenderti!», rispose Emma.
«Da tuo marito? Ah! pover’uomo!».

Emma non amava queste battute, e tornò al pianoforte, girandogli le spalle. Rodolphe si buttò sul divano, lo sguardo pensoso. Quella storia andava avanti da troppo tempo, e non poteva continuare.

Magari sarà andata proprio così, per usare le parole di Flaubert in Madame Bovary, sostituendo allora i nomi: Suzanne a quello di Emma e Edgar a quello di Rodolphe. Perché quello oggi conservato in Giappone è il duplice ritratto di Édouard e Suzanne Manet dipinto dal loro amico Edgar Degas. Solo che, come si vede, la moglie del pittore è stata «segata» in due, come in certi vecchi spettacoli di magia.

Nel 1868 Degas dipinse un ritratto di Manet e sua moglie; lui adagiato su un divano, lei al pianoforte. Per alcune misteriose ragioni, a un certo punto, dal dipinto fu tagliata via in verticale la striscia in cui Degas aveva dipinto il volto di profilo della moglie del collega.

Si pensa che a tagliare la tela sia stato lo stesso Manet. O perché non gli piaceva il modo in cui l’amico aveva ritratto sua moglie, oppure perché aveva litigato con Suzanne e non voleva più vederla accanto a lui, non lo sappiamo. Magari era stata la stessa signora a chiederlo, perché si vedeva grassa o qualcosa di simile. Forse, ancora, il motivo era la gelosia, per via di una tresca fra Degas e Suzanne scoperta da Manet.

Di soli due anni più vecchio, Degas aveva un modo di fare che lo infastidiva, anche se doveva ammettere che era bravo, forse più a modellare la cera che coi pennelli, ma questa considerazione la teneva per sé. Ma gli davano sui nervi quell’aria altezzosa, le sue allusioni alla famiglia del padre (una famiglia nobile della Linguadoca) e al castello che avevano perduto, le lunghe disquisizioni sui sarti di Parigi.

Non che a Manet fossero mancati i soldi, anzi; ma certe volte Degas passava il segno, per poi guardarti contrito, con quell’aria da cane bastonato, con gli occhi languidi, la barbetta rada. Che a Suzanne piacesse lo aveva capito da un pezzo, ma in cuor suo sperava che quell’infatuazione fosse una cosa passeggera e se ne andasse così com’era arrivata, nello spazio di una notte.

Quando un bel giorno Degas, di passaggio a casa dei Manet, vide ciò che era accaduto al suo dipinto, lo volle indietro. A sua volta Manet, pentito dell’offesa subito dal quadro dell’amico, qualche tempo dopo dipinse un ritratto della moglie al pianoforte, oggi al Musée d’Orsay di Parigi.

La posa di lei è la stessa che aveva nella tela dipinta da Degas e sembra quasi che Manet abbia voluto risanare la ferita, ma in realtà, essendo andato perso il ritratto di Degas, non sappiamo con esattezza se Manet abbia ricalcato il quadro dell’amico oppure se abbia voluto rendere più bella sua moglie. Il pezzo di tela mancante al dipinto di Degas si presume di poco meno di un terzo dell’intero.

E siccome un pezzo così tagliato non poteva essere rivenduto facilmente perché si sarebbe visto chiaramente che si trattava di un frammento, è lecito pensare che Manet lo abbia bruciato nel camino. Ma se un giorno saltasse fuori, per dire al mercato delle pulci di Parigi, si potrebbe finalmente capire che cosa avesse infastidito Manet al punto da spingerlo a tagliare la tela dell’amico. Forse rimarrà un mistero per sempre, forse un giorno si scoprirà. Se e quando riapparisse, diventerebbe il secondo numero d’una mostra, per ora solo vividamente immaginata.

Marco Riccomini, edizione online, 5 maggio 2020


  • Étienne Carjat, «Edgar Degas», 1860; Paul Nadar, «Édouard Manet», ante 1870

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