Un viaggio nell’Egitto di Silvia Einaudi

La condirettrice della missione francese nella tomba di Padiamenope racconta un Egitto «fuori dal tempo»

Il tempio a Dendera Il Ramesseum di Ramesse II a Luxor L’Osireion ad Abido La tomba di Nefertari nella Valle delle Regine La grande sala Ipostila del tempio di Karnak
Silvia Einaudi |  | Il Cairo

Quando si parla di Egitto, si pensa immediatamente alle piramidi e alla tomba di Tutankhamon, al Cairo. Ma esiste un Egitto più defilato e per questo più affascinante, dove il contatto con le antichità è più «ravvicinato» e dove si percepisce di meno l’enorme distanza temporale che ci separa da quel mondo antico. Questo Egitto, al confine tra il deserto e la fertile campagna a ridosso delle sponde del Nilo, si può scoprire con un viaggio che, avendo come fulcro Luxor (l’antica Tebe), permette di visitare siti celebri ma meno frequentati dal turismo di massa, come Abido e Dendera. E per aumentare il senso di «immersione» in quell’antica civiltà, si può soggiornare in un piccolo albergo ricco di fascino (e di storia) nel villaggio di Gurna, sulla riva occidentale del grande fiume. 

A bordo della feluca
Arrivare a Luxor, con un volo di circa un’ora dal Cairo, significa trovarsi immediatamente circondati dalle antichità, a tratti vistose e imponenti, a tratti nascoste negli anfratti della montagna tebana, che serbano alcuni dei maggiori tesori della civiltà egizia. In questa città meno frenetica del Cairo, ma vivace e molto animata, ci si può concedere il piacere di fare del turismo culturale senza fretta, assaporando le tradizioni locali e spostandosi da un sito all’altro in minibus, taxi, bicicletta, calesse trainato da cavalli, o solcando le acque del Nilo su una feluca. Luxor, e in particolare i piccoli villaggi sulla sponda occidentale del fiume, offrono possibilità per un soggiorno «fuori dal tempo», lontano dalle rotte del turismo «mordi e fuggi» e punto di partenza per diverse escursioni.

Sulla riva ovest del Nilo
Uno dei luoghi migliori in questo senso è l’Hotel Marsam, noto come Sheikh Aly dal nome del suo fondatore, discendente di una nota famiglia di «tombaroli» locali, attivi alla fine dell’Ottocento. Collocato in una posizione strategica, tra i campi coltivati e il deserto montagnoso della necropoli, questo piccolo hotel (con una trentina di stanze) si trova dietro i due Colossi di Memnone: ciò che resta del grande tempio funerario di Amenofi III. Semplice ma curato (dopo un passato decisamente più spartano), il Marsam si sviluppa intorno a un magnifico giardino interno con alte palme, dove gli ospiti sono accolti come membri di una grande famiglia. Di qui sono passati egittologi, artisti, viaggiatori, re e diplomatici, e ancora oggi è il punto di riferimento per diverse missioni archeologiche (compresa la mia) impegnate in scavi nella zona: la «casa Italia», che fa parte del complesso, fu fatta costruire proprio dalla missione italiana. 

Il Marsam è ideale per andare alla scoperta dei monumenti nei dintorni, alcuni dei quali raggiungibili a piedi, come il tempio di Medinet Habu, sulle cui pareti sono raffigurati gli scontri tra Ramesse III e i «popoli del mare»; il villaggio operaio di Deir el-Medina con le splendide tombe degli artigiani al servizio della casa reale (e uno dei rari siti in Egitto che conserva resti di antiche abitazioni); il Ramesseum di Ramesse II o ancora la Valle delle Regine, con la celeberrima tomba di Nefertari, e le tombe dei nobili, affrescate con vivaci scene di vita quotidiana. In taxi (o in bicicletta) si possono invece raggiungere altre zone un po’ più lontane: il tempio della regina Hatshepsut a Deir el-Bahari con la vasta necropoli antistante dell’Asasif (di solito trascurata dai turisti), e la Valle dei Re con gli ipogei dei faraoni. Qui, tra le gole della catena montuosa, furono scavate (e occultate) le tombe di alcuni tra i più importanti sovrani dell’Egitto antico: da non perdere sono soprattutto quelle di Thutmosi III (la cui camera funeraria ha una pianta a forma di cartiglio), di Sethi I (scoperta dal padovano Giovanni Battista Belzoni nel 1817) e di Ramesse VI. Questi monumenti funebri, che si snodano nelle profondità della roccia, con una successione di sale e corridoi, contengono molte delle scene figurative più note della storia dell’arte antica. 

Karnak e Luxor
La visita dei complessi templari di Karnak e Luxor, sulla riva opposta del Nilo, richiede invece un trasferimento più lungo, che può avvenire in taxi, sino al fiume, e poi in traghetto (o in feluca) per attraversare il corso d’acqua. I due grandi templi, dedicati principalmente al culto del dio Amon-Ra, erano un tempo collegati tra loro da un viale di criosfingi che le autorità egiziane stanno ripristinando grazie a scavi e progetti di restauro. Entrambi i complessi sono ormai circondati dalle case e dalla vita della città moderna, ma una volta varcata la soglia dei loro piloni di ingresso il visitatore entra in un altro mondo. In questi antichissimi luoghi di culto (e a Karnak in modo particolare) si avverte tutta la maestosità dell’architettura egizia e si può percepire la grande maestria degli artisti e degli artigiani che ne furono gli artefici. Orientarsi a Karnak può non essere semplice, ma proprio la vastità e la complessità del luogo fanno sì che il visitatore si renda conto della lunga storia di quest’area sacra, dove per circa duemila anni, dal Medio Regno sino all’epoca tolemaico romana, si affiancarono e talora sovrapposero vari tipi di costruzioni: dai grandiosi piloni alle piccole cappelle, dalle imponenti sale ipostile sino ai magazzini.

A Luxor merita certamente una visita il museo, dove sono esposti diversi capolavori dell’arte egizia, tra i quali si contano molti reperti provenienti proprio dall’antica Tebe. Si va dalla magnifica statua di Thutmosi III, rinvenuta nel nascondiglio («cachette») di Karnak dal francese George Legrain nel 1904, sino alle sculture scoperte nel 1989 in un altro nascondiglio antico, nel tempio di Luxor. Una sezione del museo è dedicata all’epoca amarniana, con la ricomposizione parziale di una parete del tempio di Amenofi IV a Karnak, composto da blocchi decorati (noti come «talatat») recuperati dopo essere stati impiegati per la costruzione del IX pilone. La giornata sulla riva est può concludersi con una sosta al Winter Palace, il grand hotel di inizio Novecento da cui si gode una magnifica vista sul Nilo al tramonto. Qui soggiornò Lord Carnarvon, il finanziatore di Howard Carter, che nel 1922 scoprì la tomba di Tutankhamon. Carter viveva invece, più modestamente, in una casa all’imbocco della strada che conduce alla Valle dei Re, nota come «Carter House» e oggi aperta al pubblico. Di recente, a ridosso della casa, è stata realizzata una copia fedele (in scala 1:1) della tomba di Tutankhamon.

Abido e Dendera
Se si vuole avere un’idea dell’Egitto più «periferico», da Luxor si può partire per un’escursione in giornata che, attraverso villaggi polverosi e strade nel deserto, conduce verso nord, ad Abido e Dendera. Abido, principale luogo di culto del dio Osiride, custodisce una serie di importanti costruzioni di epoca ramesside: i templi di Sethi I e di Ramesse II, oltre all’Osireion. Su una parete del primo tempio, ornato di rilievi di squisita raffinatezza, è conservata una celebre «lista dei re», dove sono riportati i nomi di decine di faraoni, in ordine cronologico, dalla I sino alla XIX dinastia, per un arco temporale di circa 1.700 anni. Dietro il tempio, il sovrano iniziò a far costruire un monumento unico nel suo genere, che intendeva riprodurre la mitica tomba del dio Osiride. L’edificio, oggi parzialmente distrutto, comprendeva una zona sotterranea con un’«isola» circondata da un canale, emblema del luogo in cui, secondo la leggenda, il dio, ucciso dal fratello Seth, sarebbe stato sepolto. A poca distanza sorgeva il tempio del grande faraone Ramesse II, di cui poco si è conservato, ma che vale la visita per ammirare ciò che resta di una cappella dalle pareti in alabastro istoriate. 

A Dendera si trova invece uno dei templi meglio preservati di tutto l’Egitto, oggetto di un minuzioso restauro recente che, tra l’altro, ha ridato luce ai colori originari con cui furono dipinte le scene a rilievo della sala ipostila. Il tempio, risalente all’epoca tolemaico romana, era consacrato al culto di Hathor, una divinità dai molteplici aspetti: patrona della necropoli, ma anche dea della musica e della danza, era spesso effigiata con corna o orecchie bovine. E proprio con le fattezze di un volto femminile dalle orecchie bovine sono riprodotti i capitelli «hathorici» della grande sala d’ingresso. Qui una selva di colonne sorregge un magnifico soffitto dallo sfondo blu, ornato con immagini celesti che costituiscono una raffigurazione astronomica in chiave monumentale. Vi si riconoscono la dea del cielo Nut, che quotidianamente partorisce e ingoia il sole secondo il perenne ciclo giorno-notte; le costellazioni e la barca solare che attraversa il cielo e l’aldilà. Al tema delle costellazioni appartiene anche il cosiddetto «zodiaco di Dendera» che un tempo formava il soffitto di una cappella osiriana sul tetto del tempio principale, ma che fu asportato nel 1821 e che oggi è esposto nel Louvre di Parigi. Infine, su una delle pareti esterne del tempio, si può ammirare un grande rilievo che mostra Cleopatra, l’ultima grande regina d’Egitto, insieme al figlio che ebbe da Giulio Cesare: Cesarione. Con questa visione di un Egitto ormai intriso di arte e cultura ellenistica, e prossimo a divenire provincia dell’Impero romano, il viaggio può dirsi degnamente concluso.

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