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Marco Magnifico racconta Giulia Maria Crespi

Calvinista. Illuminista. Regale. E un po’ demonio

Giulia Maria Crespi intenta a scalare una montagna. L’immagine è tratta dall’autobiografia «Il mio filo rosso. Il “Corriere” e altre storie della mia vita» (Einaudi, 2015)

Aveva un disperato bisogno di cambiare il mondo: era il suo motore e la sua condanna. Ha sempre ritenuto che i suoi diritti fossero i diritti di tutti: il diritto di respirare bene, di vedere un luogo pulito, di godere della natura, della bellezza e dell’educazione

Si è spenta il 19 luglio a Milano, all’età di 97 anni, Giulia Maria Crespi, imprenditrice appassionata di arte e cultura e fondatrice del Fai (Fondo Ambiente Italiano). Nata a Merate (Lc) il 6 giugno 1923 in un’importante famiglia di industriali lombardi, figlia unica, fu educata in casa da precettori privati, imparò le lingue e respirò l’amore per l’arte. Sposò in prime nozze Marco Paravicini (da cui ebbe due gemelli, Luca e Aldo); rimasta vedova dopo soli quattro anni di matrimonio, si risposò con l’architetto Guglielmo Mozzoni. Con Renato Bazzoni, Alberto Predieri e Franco Russoli nel 1975 fondò il Fai, dotandolo personalmente dei primi 500 milioni di lire e divenendone la presidente. L’anno successivo donò all’associazione il suo primo bene, il Monastero romano-longobardo di Torba (Va). Nel 2010 diventò presidente onoraria del Fai, lasciando il posto prima a Ilaria Borletti Buitoni, poi ad Andrea Carandini, attuale presidente. Nel 2015 pubblicò la sua autobiografia «Il mio filo rosso. Il “Corriere” e altre storie della mia vita» (Einaudi). Marco Magnifico (Como, 1954), che del Fai è vicepresidente esecutivo, è stato per decenni il collaboratore più stretto di Giulia Maria Crespi.


Mio padre conosceva Giulia Maria fin da ragazzo, ma io l’ho conosciuta solo attraverso amici comuni dei suoi due figli Aldo e Luca. Il secondo marito, Guglielmo Mozzoni, grande cacciatore, quando nevicava tanto nel Varesotto portava tutti noi, amici di Aldo e Luca, a fare una passeggiata molto divertente sulle Prealpi varesine affondando nella neve alta e fresca. In una di queste passeggiate (dette «varesate») Giulia Maria, facendomi reggere l’asse per tagliare un salame, mi disse che avevo «l’occhio». Lei divideva le persone tra quelle che non avevano «l’occhio», e non la interessavano per niente, e quelle che l’avevano. Così sono diventato il suo «schiavo ribelle» per quasi 35 anni. Nella mia vita non ho mai litigato tanto quanto con Giulia Maria.

Ho iniziato a lavorare al Fai quando avevo 30 anni, ora ne ho 65. Giulia Maria mi aveva accalappiato; mio padre non voleva assolutamente che andassi a lavorare al Fai, era convinto che non avesse un futuro. Per fortuna non gli ho dato retta. Mio padre conosceva il carattere difficile di Giulia Maria che io invece non conoscevo ancora. La sua persona era uno strano miscuglio di calvinismo, illuminismo e regalità, tre cose che insieme fanno fatica a convivere. Però in lei convivevano. Il calvinismo veniva dalle sue radici lombarde, soprattutto da suo padre, uomo immensamente ricco ma parco e morigerato, al contrario di sua madre che adorava il lusso e la corte. Ripeteva: «Dalla vita ho avuto molto e quindi devo ridare molto», e questo è tipico delle famiglie lombarde. La madre l’aveva educata a essere regina e, anche se ha rifiutato un po’ sua madre, Lei regina era.

Giulia Maria era una donna dalle grandissime contraddizioni: da un lato diceva di essere calvinista e di essere una pastorella che viveva in una capanna, dall’altro riceveva in corso Venezia con piatti di vermeil e porcellane di Meissen. L’illuminismo le veniva dalla straordinaria educazione che ha avuto studiando in casa con Fernanda Wittgens, la leggendaria direttrice di Brera che è stata fondamentale nella sua vita. È stata la Wittgens a convincere i genitori a lasciarle sposare il grande amore della sua vita, il conte Marco Paravicini, non abbastanza altolocato per i gusti di sua madre.

Giulia Maria sapeva essere morigerata così come sapeva essere regale. Non sbagliava Indro Montanelli a chiamarla «la zarina» perché si circondava di una vera corte. Ho fatto parte della sua corte per quasi 35 anni e ho resistito perché ho saputo anche trattarla male: era una donna che aveva una grande apertura mentale che le consentiva di biasimare chi le leccava i piedi e di rispettare chi le resisteva. Le piacevano le persone che la contrastavano. Nel contrasto trovava soddisfazione, non nel litigio ma nel continuo confronto delle idee.

Adorava il gioco di squadra. La contraddizione consisteva nel fatto che da un lato voleva che tutti pensassero quello che pensava Lei, dall’altro voleva che chi le stava intorno contribuisse alla sua crescita con le proprie idee: da un lato monarca assoluta, dall’altro assolutamente democratica. Era una donna contradditoria in tutto, una cavernicola e al contempo Maria Antonietta. Il fatto che non sapessi mai dove andava a parare ha reso sorprendente viverle vicino per così tanti anni. Quando aveva un’idea si creava insieme un progetto ma quando il progetto era realizzato non le interessava più. Era il lato capriccioso del suo carattere.

Era sempre attratta dal nuovo e dal diverso. Ultimamente (anche per dispetto) diceva che il Fai delle ville, dei castelli e delle dimore storiche era finito, che non interessava più a nessuno, e cercava di convincerci che il Fai si doveva occupare solo di natura, paesaggio, alpeggi e ambiente. Naturalmente non era vero, ma non interessava più a lei perché, essendo più avanti degli altri, voleva che improvvisamente ci occupassimo solo di mandrie, mucche e paesaggi, cosa che abbiamo iniziato a fare senza naturalmente abbandonare tutto il resto. Appena una cosa era fatta, ne immaginava subito un’altra perché aveva un disperato bisogno di cambiare il mondo: era il suo motore ma anche la sua condanna perché questo le impediva di essere almeno ogni tanto soddisfatta di ciò che faceva. Una continua volontà di trasformazione e cambiamento faceva parte sia del suo aspetto regale sia del suo aspetto illuminista.

È stata una grande cittadina e ha sempre combattuto per i diritti di tutti. Ha sempre ritenuto, infatti, che i suoi diritti fossero i diritti di ognuno: il diritto di respirare bene, di vedere un luogo pulito, di godere della natura, della bellezza e dell’educazione. In questo era molto illuminista e democratica, anche se i suoi metodi erano da regina, tanto che chiamava tutti per cognome. Quando sulla sua tenuta di Cala di Trana in Sardegna doveva passare un elettrodotto che avrebbe rovinato quel tratto di costa, chiamò Giulio Andreotti. Naturalmente riuscì ad ammaliarlo e l’elettrodotto non si fece. Così facendo ha salvato un pezzo di costa che l’impianto avrebbe rovinato per sempre. La sua tenuta di oltre 200 ettari nel nord della Sardegna è degna di una regina. Ma quella regina ha rinunciato ufficialmente a migliaia di metri cubi di volumetria per assicurare intatto al futuro quel meraviglioso pezzo di costa sarda.

Anche per la sua lotta per l’agricoltura biodinamica ha investito molto denaro nella sua tenuta sul Ticino, volendo dimostrare concretamente che si può benissimo coltivare senza veleni. Per farlo ha anche messo in gioco il suo patrimonio, dilapidandolo in parte per costruire un futuro migliore per tutti. Era al tempo stesso una santa e un demonio, poteva essere addirittura spietata, come si addice a un monarca chiamato a decidere. E infatti nella vita ha avuto molti nemici; ha dato moltissime sberle e ne ha anche ricevute, ma se ne è sempre fregata, anche quando vendette il «Corriere della Sera» alla Fiat. Gianni Agnelli le voleva bene ma non ne poteva più perché Lei sapeva essere davvero sfinente.

Il suo interesse per l’ambiente è nato dal suo rapporto con il cancro, malattia che ha avuto più volte. Quando ha iniziato a curarsi ha preso a leggere Rudolf Steiner, il quale fu per lei una grandissima rivelazione. Dal suo interesse per un’alimentazione sana è esploso l’interesse per una natura sana. La conoscenza della filosofia steineriana ha in buona parte cambiato il suo rapporto con l’ambiente, con la natura, con l’agricoltura e anche con la medicina, mentre l’amore per l’arte, per la cultura, per la musica venivano dalla sua cultura tipicamente borghese. Giulia Maria non è mai andata a scuola, ha studiato in casa e la sua precettrice Fernanda Wittgens l’ha portata in giro per l’Italia, dandole un’apertura mentale e una vastità che andava ben oltre quella della buona educazione borghese dei suoi genitori.

Suo padre era un uomo molto colto e ci teneva moltissimo che anche Lei scrivesse bene. La partenza di sangue era molto buona, però la Wittgens ha fatto moltissimo. Lei e Steiner sono stati i due poli suscitatori. Poi c’era la sua educazione calvinista: fin da bambina aveva una piccola associazione di volontariato che suo padre aveva creato per lei fra i 10 e i 13 anni, mi pare si chiamasse «Le api laboriose», ed era composta da bambine per bene che dovevano fare qualcosa per i soldati. Da lì nasce la sua fortissima inclinazione al volontariato e anche questa è stata una molla importante nella creazione del Fai.

Ha sempre dato un’enorme importanza al lavoro volontario. Diceva che non c’è niente di più bello che lavorare gratis per gli altri. Aveva iniziato a lavorare per Italia Nostra, dove mi coinvolse appena ventenne, ma dove a un certo punto, come al solito, iniziò a «rompere» evidenziando che cosa non andava bene. Voleva che Italia Nostra si evolvesse, così alla fine, insieme a Renato Bazzoni, diede vita al Fai. Aveva l’ansia di fare, una mentalità molto imprenditoriale, ma era un’imprenditrice sociale, sempre per il bene di tutti. Quando c’è stato il terremoto del Friuli ha chiesto al marito di progettare un paese antisismico, lo ha fatto costruire e lo ha regalato. Quale ricco italiano ha fatto altrettanto? Non ha mandato del denaro ai paesi terremotati, ha costruito un paese intero.

Ha lasciato molto in eredità al Paese, soprattutto l’esempio che a chiunque deve essere possibile esercitare il diritto di essere cittadino e che si devono difendere i diritti di tutti. Questo spiega anche il suo interesse politico, la sua partecipazione alla vita pubblica. In fondo era il grillo parlante di Pinocchio.

Noi non abbiamo mai davvero litigato, ma discusso ferocemente sì e alla fine il rapporto poteva anche diventare molto divertente per la sua incredibile impudenza. Si presentava per esempio a Roma dai ministri senza preavviso e quando le obiettavano che non aveva l’appuntamento ribatteva: «Ma sono la signora Crespi e ho una cosa molto importante da dire al ministro». E alla fine il ministro la riceveva perché era portatrice di idee e di visioni. Francesco Rutelli la chiamava «il mio martello pneumatico». Le sue visioni erano sempre da buona milanese, concrete e con una buona dose di realizzabilità. Anche quando ha inventato il Fai tutti le dicevano «Ma sei matta, non siamo mica in Inghilterra».

Quello che sognava era sempre un po’ di più di quello che era realizzabile. Ma questo serviva per realizzare almeno una parte del suo sogno. Ci ha sempre insegnato a sognare in grande. Non era mai contenta, non ricordo che nei 35 anni di vita comune mi abbia mai detto «grazie», credo perché per lei non c’era mai niente che andasse bene al 100%. Il suo commento era sempre «Sì, ma», anche se si parlava di un concerto di Muti o di Abbado. La sua dose di scontentezza faceva sì che si dovesse sempre lavorare di più per raggiungere un gradino superiore. Noi cercavamo disperatamente di farci dire «bravi» ma non ce l’ha mai detto perché bisognava essere sempre «un po’ più bravi».

Anche’io sono abbastanza prepotente e ho imparato a non accontentarmi mai, per cui sia in casa sia in ufficio mi dicono che sono quasi peggio di Giulia Maria, però credo che non accontentarsi mai sia una grandissima lezione anche se mi rendo conto che può rendere la vita difficile. In questa sua continua contraddizione era una donna di grandissimo cuore e di infinita generosità che poteva improvvisamente diventare spietata. Era di grandissima intelligenza, benché a volte potesse essere talmente ingenua da sembrare sciocca. Era il suo lato fanciullesco. Usava sempre cuore e intelligenza insieme e li mischiava in parti uguali senza mai privilegiare uno o l’altro. Era anche ostinata, determinata, caparbia: questa era la parte regale del suo carattere.

Non l’ho mai sentita demoralizzata. L’ho sentita distrutta per la prima volta due mesi fa quando improvvisamente è morto il figlio Aldo, ma anche in questo caso ha lottato per non arrendersi. Purtroppo non ce l’ha fatta. Un dolore così grande le è stato fatale. Le sconfitte, e ne ha avute parecchie, l’hanno sempre stimolata perché perdere una battaglia (mai la guerra) fa parte del gioco. Una guerra vinta è stata quella contro Mediapolis, il progetto dell’enorme centro commerciale ad Albiano d’Ivrea. Una serie di battaglie durate dieci anni, ma alla fine la guerra è stata vinta. Mediapolis avrebbe squarciato la piana di Ivrea. Sarebbe stata una ferita mortale. Fu accusata di voler vedere il paesaggio intatto dal balcone del «suo» Castello di Masino (grazie a lei acquisito dal Fai) come fosse una regina. Non si è data per vinta fino all’ultimo, ne ha fatte di tutti i colori. E non ha mai avuto il minimo dubbio di poter vincere (stimolata anche dall’avvocato Agnelli, che le aveva detto: «Giulia se vuoi vincere questa guerra devi combattere fino alla fine chi vuole investire i soldi lì», forse perché non li investiva lui). Ha veramente salvato il Canavese, che le deve essere grato. Quaranta ettari di centro commerciale avrebbero distrutto per sempre la piana d’Ivrea.

Perché il Fai è così forte? Perché lei ha sempre dato a tutti quelli che lavorano nel Fai la sensazione di essere talmente nel giusto che era ovvio che il Fai progredisse e avesse successo. Ha cresciuto un esercito convinto di combattere una battaglia giusta nonostante i mille nemici. Con il Fai ha dimostrato che è possibile per i privati (articolo 118 della Costituzione) dare una mano per il bene della cosa pubblica nonostante ci sia una fascia di ideologi di sinistra che ritengono che il privato non debba avere alcun ruolo nella gestione del patrimonio pubblico. Non faccio i nomi tanto si capisce chi sono. Lei invece non è mai stata un’ideologa. Era una donna di sinistra, ma si trovava benissimo ad esempio con Gianni Letta, che le era molto simpatico. Non aveva preclusioni ideologiche di principio. Votava a sinistra ma prendeva sempre da chiunque il buono che c’era con grande libertà e a volte addirittura con cinismo.

Acquisire il Castello di Masino al patrimonio del Fai è stato un giro di boa. L’aver avuto il dissennato coraggio di farsi carico di una reggia di quelle dimensioni e in quelle condizioni rovinose di conservazione ha dimostrato il coraggio e la capacità imprenditoriale del Fai di cui era presidente. Ricordo bene quando con una caparbietà quasi insolente mise alle strette il presidente della Cassa di Risparmio di Torino Enrico Filippi sullo scalone del Castello di Agliè facendosi mollare oltre 2 miliardi per comprare il Castello.

Un Consiglio di amministrazione come quello di oggi non credo che consentirebbe al Fai di fare un passo tanto più lungo della gamba. Ma lei si comportava come una monarca assoluta, era lei che decideva sì o no. Poi ovviamente c’eravamo anche Bazzoni e io, tutti e due scriteriati ed entusiasti, che la spingevamo. Però era lei che ci incitava a non avere mai paura degli ostacoli, anche di quelli che apparivano troppo grandi, se si riteneva che un progetto fosse giusto. Questa è una delle più grandi lezioni di Giulia Maria che oggi il Fai, seppur con maggiore prudenza e consapevolezza, non dimentica.

Quando eravamo ragazzi ci diceva sempre: «Vedrete che il clima cambierà, il clima diventerà alluvionale», e noi: «Ma va, smettila menagrama!». Aveva ragione. Lei è sempre stata Cassandra, ha sempre letto bene le difficoltà che sarebbero arrivate. Cominciò a vedere negli anni Ottanta questo sviluppo insostenibile del pianeta. Parlava di modello di sviluppo sbagliato, ma ovviamente nessuno le dava retta. La sua visione del futuro è sempre stata abbastanza drammatica: «Vedrete non ci sarà acqua da bere, moriranno tutte le api». Sì, le api moriranno, ma non tutte. L’acqua da bere diminuirà, ma non sparirà. Era sempre eccessiva nel vedere un futuro nero per stimolare il prossimo a reagire a un modello di sviluppo sbagliato. Anche in questo era contraddittoria.

Non ha mai smesso di lavorare per un mondo migliore, ma partendo sempre da una visione disperata del futuro, prefigurando un mondo allo sfascio. Parlava sempre del «Dio Danaro» che regge le sorti dell’umanità. Era facile dire che il Dio Danaro corrompeva tutto avendone tanto: però aveva ragione. La benzina del suo ottimismo era il pessimismo.

Una volta le dissi: «Hai costruito nella tua vita una piramide di idee solida come quella di Cheope, ma su ogni mattone della tua piramide c’è scritto un no». Cominciava sempre con un no. Però tutti questi no le servivano per credere nel futuro. Era una contraddizione vivente. Diceva: «Io sono Robin Hood». Però Robin Hood viveva in una capanna nella foresta, lei nel palazzo di corso Venezia.

Giulia Maria è sempre passata un po’ per la rivoluzionaria che non era affatto. Non lo è mai stata. Il mondo si divide in quelli che sono «contro» e in quelli che sono «per». Le interessavano molto quelli «contro», dava loro retta, il che mi faceva venire un nervoso terribile: io detesto quelli «contro» perché sono stato educato a essere «per» e a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. Ma quelli «contro» la interessavano non perché fosse una rivoluzionaria, quanto per capire le loro idee, migliorare le sue ed essere ancora meglio «per».

Alla fine, però, si è resa conto che quelli «contro» erano anche contro di lei e contro il Fai; l’ignobile vicenda del dipinto di Burri fu per lei una coltellata. Pensava sempre di convincere tutti della giustezza delle sue idee ma contro un’ideologia non puoi fare nulla. L’ideologia è la negazione della libertà di pensiero e lei era totalmente libera di pensiero.

In fondo era una donna religiosa. Ogni tanto diceva: «Andiamo a messa perché è giusto andare ogni tanto a messa». E allora si andava tutti a messa. Non ha mai rifiutato la religione, era una donna che credeva fermamente nell’aldilà, ma non in quello dei preti. Ha sempre criticato ferocemente le gerarchie ecclesiastiche, però ha adorato papa Francesco. Non aveva alcun sense of humour, però adorava divertirsi, fare scenette, giocare. Da ragazzi ci obbligava a fare le Olimpiadi a Cala di Trana. Le Olimpiadi per lei non si guardavano, si facevano. Servivano a fortificare il carattere. Erano gare faticosissime di tutti i tipi che duravano oltre due giorni.

Ed è stata anche cinica. Quando una ragione superiore richiedeva qualche piccola scorrettezza umana, la faceva senza porsi nessun problema, perché serviva alla ragion di stato. Poteva essere quasi cattiva. Da adulto mi ha fatto piangere due o tre volte. Mi ha detto delle cose spaventose. Mi diceva: «Io guardo la verità in faccia». E io: «Giulia, la verità in faccia la guardo anch’io. Ma la verità non è mai una sola, la verità emerge sempre dal confronto di tante verità. Quando tante persone credono in una stessa cosa quella è la verità, ma una verità individuale non è mai una verità», mentre lei era convinta di possederla.

Vorrei concludere ricordando un episodio divertente. Ogni estate noi amici dei figli andavamo a Cala di Trana, uno dei posti più belli al mondo che io conosca, dove non si andava solo al mare ma si era obbligati a fare passeggiate fra le rocce, creare nuovi sentieri nella macchia e imparare ad arrampicarsi sui graniti roventi con la corda doppia come se fossimo sul Monte Bianco. Un anno eravamo come sempre 30-40 ragazzi (una sorta di collegio con una camerata per i maschi e una per le femmine) e scoprimmo che aveva tolto tutti i rubinetti dai lavandini dei bagni. Aveva messo un cartello che avvertiva: «Quest’anno c’è pochissima acqua. I miei limoni e le piante dell’orto non possono fare a meno dell’acqua dolce, voi sì. Lavatevi in mare». Siamo rimasti a Cala di Trana un mese circa senza mai fare la doccia, solo lavandoci in mare. Magari l’acqua c’era, ma il fatto di abituare i giovani a una vita rude faceva parte del suo modo di educarci alla vita. Citava spesso Alessandro Magno che era nato in una reggia con gli ori di suo padre Filippo, ma che aveva girato il mondo in una tenda e a cavallo. Un uomo forte deve saper fare a meno anche dell’acqua dolce. Ma quale ospite ti accoglie in una casa senz’acqua dolce? Era anche dispettosa. Si divertiva molto a stupire. Arrivavano ospiti e gli diceva: «Domattina alle sette tutti nudi a fare il bagno». Le donne da una parte della rada, gli uomini dall’altra. Chi non ci stava era perché non aveva «l’occhio».

Brani di una conversazione personale e informale con Umberto Allemandi

Marco Magnifico, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020


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