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La natura «relativa» della pittura nelle nuove sale degli Uffizi

Eike Schmidt coniuga relazioni stilistiche e iconografiche tra opere e artisti, senza annichilire l’architettura

Una delle nuove sale riallestite nella Galleria degli Uffizi

Firenze. La riconfigurazione espositiva degli Uffizi è perseguita con meditata continuità dal direttore Eike Schmidt, sostenuto dall’esperienza degli architetti Antonio Godoli della Galleria, affiancato da Nicola Santini e Lily Kani. Le prime ad essere riallestite sono state le due sale di Botticelli nel 2016, seguite nel 2018 da quelle dedicate a Caravaggio e il Seicento (8 sale), della collezione Contini Bonacossi (8 sale), di Michelangelo e Raffaello, di Leonardo (nel 2019). Si aggiungono ora le contigue quattordici sale, già destinate a Decima, l’ufficio delle imposte, come rammenta l’affresco con il Tributo di Cesare di Giovanni Martinelli, che sovrasta la saletta del Greco. I dipinti, molti estratti dai depositi, come la portentosa «Madonna del Popolo» di Federico Barocci, illustrano le molteplici declinazioni con cui gli artisti fiorentini e veneti, ma anche emiliani, marchigiani, fiamminghi e francesi, risposero all’imperiosa temperie controriformista.

Antonio Paolucci, nella folgorante presentazione delle nuove sale, ha indicato nella natura «relativa» della pittura il presupposto museologico di Schmidt, quale è rispecchiato nei due registri, perfettamente accordati, dell’allestimento museografico. Quest’ultimo coniuga infatti, con sottile garbo critico, relazioni stilistiche e iconografiche tra opere e artisti, senza annichilire l’architettura, anzi evidenziandone il carattere arioso e severo e affrancandola dal triviale concetto di «contenitore» neutro. Gli estri costruttivi e le difformità delle sale sono valorizzati per istituire una relazione perspicua tra spazio e quadri. Le finestre, per esempio, non sono occultate, ma incorniciano vedute urbane, mutevoli come la luce diurna che tempera quella artificiale; ogni ambiente traguarda prospetticamente le sale contigue e può dilatarsi nell’infilata ritmica di laconici portali.

La squisita architettura della fabbrica di Giorgio Vasari si lascia assaporare nelle geometrie diverse delle volte, rischiarate da un intonaco chiaro e luminoso che si estende alle pareti, dalle quali si staccano i pannelli colorati di supporto ai dipinti. I loro colori dialogano sommessamente con le tele: il grigio setoso della pietra serena accompagna la lucentezza quasi metallica dei dipinti toscani nella sala di Bronzino e nella galleria delle Dinastie; mentre la pastosa luminosità dei veneziani, tra cui irradia l’irresistibile «Venere di Urbino» di Tiziano, è aureolata da un verde vellutato e notturno. Il visitatore viene indirizzato, con grazia e riserbo, in un percorso critico che, svelando analogie e contrasti, parentele e fratture, mette in relazione le morbide movenze di Barocci con la ritrosa eleganza di Ligozzi; la penetrante esattezza di Bronzino con l’ariosa monumentalità di Veronese; la scomposta carnalità di Commodi con l’aulica potenza di Giorgione.

Claudia Conforti, edizione online, 9 agosto 2019


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