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Opinioni

La libertà nella clausura | DOMENICO BIANCHI

Le voci degli artisti nel coprifuoco da coronavirus

Domenico Bianchi

«Ciò più che mi colpisce di questa malattia è che le persone muoiono ma nessuno le può vedere, semplicemente scompaiono, diventano statistiche. Non c’è più nessun rituale per la morte. E comunque, nell’epoca più cinica che forse abbiamo vissuto, c’è una forte spinta a essere caritatevoli, eroici: a che serve, se esiste il distanziamento sociale?

In passato presi la legionella, una forma di polmonite di cui all’inizio si moriva. Ricordo la sensazione devastante di soffocamento, come immagino sia quella prodotta da questo virus. Ma oggi il dramma e il dolore è vissuto in isolamento. Per ora, è venuta meno ogni forma di “racconto”, se non quello della cronaca, con poche testimonianze dirette. Più rifletti e meno capisci. Questa situazione di isolamento permette però a tutti noi riflessioni, stimola pensieri che possono essere importanti per i prossimi tempi (così spero).

Inoltre ci manca ogni punto di riferimento. Non esiste alcun codice: c’è per la guerra, c’è per i terremoti, c’è per le catastrofi ma non c’è per questa situazione. Mai avrei potuto pensare che una mascherina sarebbe diventata così potente; ma la mascherina, se da un lato ci protegge, dall’altro, indossandola, innesca un’inespressività inquietante.

E poi, non capisco perché sono chiuse le chiese: sono luoghi dove si vedeva un grandissimo patrimonio di bellezza artistica e spirituale. Perché nasconderlo?
Non ho voluto però, lasciare la città per la campagna. Personalmente, la solitudine non mi fa paura: ci sono abituato, perché in studio lavoro sempre da solo. E anche ora continuo a farlo ogni giorno, con i materiali che ho. Sto dipingendo con l’acquerello, e lavoro anche a tre quadri in cera.

Avevo un impegno per la primavera: il 23 aprile si sarebbe dovuta inaugurare una mostra da Lorcan O’Neill, qui a Roma; a settembre un’altra, con Nunzio, era prevista ad Amsterdam. C’era poi un altro progetto in autunno per Firenze, al Museo Bardini, con Melotti. Per ora nessuno può fare previsioni. Del resto ho la sensazione che noi artisti, in questo periodo, siamo diventati gli esseri più inutili al mondo.

Mi domando se, come accadde dopo la stagione del terrorismo, ci sarà un’esplosione di vitalità o se invece rimarremmo immersi in un lungo crepuscolo. E non so che risposta darmi».

a cura di Ada Masoero, edizione online, 7 maggio 2020



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