La fotografia «plastica» di Hélène Bellenger

L’artista francese, in mostra alla Tobian Art Gallery di Firenze, restituisce all’immagine una matericità che ci obbliga a considerare le fotografie come oggetti del mondo reale

«Bird-Watchers» (2022) di Hélène Bellenger. Stampa laser su tela da 300 g, retro nero. 36 immagini, da 100 x 150 cm a 24 x 16 cm. Veduta della mostra, «Bird-Watchers», Archipel de l'Art Contemporain, Saint Gervais Mont Blanc (Francia)
Rica Cerbarano |

In mostra presso Tobian Art Gallery di Firenze fino al 21 dicembre, il lavoro di Hélène Bellenger si contraddistingue per una spiccata sensibilità verso l’analisi della cultura visiva del nostro tempo. Fotografa e artista iconografica francese, Bellenger parte dallo studio di immagini d’archivio per addentrarsi in una ricerca teorica che conduce a un output installativo dove, assumendo una dimensione plastica, la fotografia si mescola con altri mezzi espressivi come la performance e la scultura. Bellenger indaga così gli elementi che contribuiscono a formare l’immaginario politico, tecnico e culturale collettivo e decostruisce il ruolo figurativo della fotografia per restituirle una potenza inedita: concreta, ma allo stesso tempo immaginifica. In un’epoca storica in cui il digitale è spesso sinonimo di evanescenza, l’artista restituisce all’immagine una matericità che ci obbliga a considerare le fotografie come oggetti del mondo reale, non solo rappresentazioni passive, ma agenti che determinano come guardiamo, pensiamo e interpretiamo il nostro essere al mondo.

In occasione della mostra a Firenze e della partecipazione al talk di lancio del package digitale del Giornale dell’Arte «Nuove Immagini | L’oggetto fotografico oltre i suoi confini», abbiamo intervistato l’autrice.

Ci può dire qual è stato il suo percorso formativo?
Ho iniziato il mio percorso con una laurea in giurisprudenza, poi durante il mio Erasmus in Italia mi sono appassionata alla fotografia e mi sono iscritta alla Scuola Romana di Fotografia. Tornata in Francia ho ripreso gli studi universitari in Storia dell’arte e storia del Cinema alla Sorbonne di Parigi e dopo la laurea sono stata ammessa all’Ecole Nationale Supérieure de la Photographie di Arles. Lì ho iniziato ad esplorare nuovi modi di fare fotografia, senza usare la macchina fotografica.

Quando ha cominciato ad adottare l’approccio installativo nelle sue opere?

Quando sono arrivata ad Arles, ho capito che il modo «classico» di esporre le immagini fotografiche non mi corrispondeva più. Ero molto colpita da lavori che mescolavano scultura e fotografia e che riflettevano sull’interazione tra corpo e opera d’arte. Durante il secondo anno di studio ad Arles sono partita nuovamente in Erasmus, questa volta alla Aalto University di Helsinki. Per sei mesi, sono stata immersa nel mondo dell’arte contemporanea e quest’esperienza ha influito molto sulla mia pratica. Da quel momento mi sono lasciata alle spalle la fotografia «tradizionale» e ho iniziato ad adottare una metodologia fortemente installativa (e a volte performativa).
«Senza titolo (lo-fi)ı» (2021) di Hélène Bellenger. Plexiglas, metallo, pellicola dicroica, 200 x 200 x 200 cm. Watermelon Keton, 2021. Profumo. Vedute della mostra, «Plaisir Solide», 3 bis f - Centro d'Arte Contemporanea Aix-en-Provence (Francia)
Come decide la forma definitiva dei suoi progetti? Il contenuto va di pari passo con la forma, o viceversa?
Tutto parte da ricerche teoriche che poi assumono una forma plastica. All’inizio della ricerca, non so mai quale sarà il risultato. Ogni mio progetto nasce dalla scoperta di immagini che mi fanno riflettere sulla cultura visiva occidentale. Mi interrogo sul perché di queste immagini, sulla loro storia, sulla tecnica utilizzata, e sul loro ruolo nella nostra società. Dopo questo processo di «scavo», quasi archeologico, sulle origini delle immagini, la ricerca prende infine la forma di un’installazione o di una performance.

La serie «Bird-Watchers» è emblematica del suo processo creativo. Ce ne può parlare?
Per questo lavoro sono partita da un’immagine del Monte Bianco che ho trovato su Instagram cercando l’hashtag #montblanc: ritrae una persona di spalle mentre guarda le montagne, sullo sfondo un cielo nuvoloso. Questa fotografia mi ha ricordato il dipinto di Caspar David Friedrich il «Viandante sul mare di nebbia». Da qui, mi è venuta l’idea di iniziare a cercare a ritroso nella storia dell’arte, fino al 18esimo secolo, alla ricerca di immagini del Monte Bianco: partendo dalla fotografia digitale sono arrivata a quella analogica e ad altri tipi di supporto visivo come il disegno e la pittura. L’installazione riproduce il processo di «scavo» e di ricerca attraverso la realizzazione di stampe di diversa dimensione (dai 24x16 cm a 100x150 cm), che vengono sovrapposte in maniera cronologica. Questa soluzione plastica riproduce l’evoluzione della cultura visiva: il Monte Bianco rimane sempre lo stesso, ma i modi di rappresentarlo sono diversi e ciò evidenzia come il nostro sguardo cambia rispetto al supporto visivo utilizzato e all’epoca in cui si vive. Il risultato è una
«millefoglie di immagini» che attivo di persona con una performance, durante la quale sfoglio le stampe una a una.
Dalla serie «Bianco Ordinario» di Hélène Bellenger
Attualmente «Bianco Ordinario», uno dei suoi ultimi lavori, è in mostra a Firenze presso la Tobian Art Gallery, in collaborazione con la galleria Marguerite Milin di Parigi. Come si è sviluppato questo progetto?
Iniziato nell’estate del 2021, il mio progetto «Bianco Ordinario» si svolge nelle cave di marmo di Carrara, nelle Alpi Apuane. Sfruttate per secoli per la qualità del loro marmo bianco, molto apprezzato da artisti e designer, sono diventate oggi molto ambite per la polvere di marmo, carbonato di calcio quasi puro. Utilizzata in molteplice prodotti come dentifrici, trucchi, carta o medicine, la polvere di marmo è in effetti materia prima fondamentale nell'industria dello sbiancamento e, per estensione, nella cultura visiva della «bianchezza» delle società occidentali. Tra 2021 e 2023, ho fatto diversi viaggi a Massa Carrara. Nel corso di questi due anni ho collezionato numerose foto, consultato archivi, incontrato associazioni locali e parlato con le persone del posto. Questi incontri mi hanno portato a raccogliere molte immagini d’archivio e a scattare nuove fotografie. Per esprimere l’uso industriale odierno della polvere di marmo, ho avuto l’idea di stampare queste immagini su cartoni di imballaggio, trovando dunque una forma plastica che esprimesse la mia ricerca.

Come interagiscono le persone con le sue installazioni?
Dipende molto dal tipo di pubblico e dalle spazio espositivo. Per esempio, al momento «Bianco Ordinario» è in mostra anche alla Biennale de l’Image Tangible al centro d’arte L’Ahah a Parigi. Il pubblico di questa biennale è molto familiare con le pratiche fotografiche installative quindi l’estetica di questo lavoro viene percepita più facilmente. Per quanto riguarda la mostra a Firenze, avendo un'idea meno precisa del pubblico, ho deciso di incorniciare le opere dentro delle scatole entomologiche, per avvicinarmi ad una forma più «classica» di mostra fotografica. Sono consapevole che l’arte contemporanea può mettere il visitatore a disagio, per questo preferisco sempre accompagnarlo all’interno della mia pratica.
Hélène Bellenger © Foto di Stefano Marchionini

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