L'Avvento nell'arte italiana | 2 dic

Santa Bibiana alle origini del barocco romano

Alessandro Agresti |  | ROMA

In un luogo inconsueto e suggestivo, serrata tra la Stazione Termini, i binari di un tram e una galleria che porta al vicino quartiere popolare di San Lorenzo, in una zona dove l’antica e la nuova Roma – quella umbertina e poi fascista – si incontrano legandosi inscindibilmente, sorge la piccola chiesetta di Santa Bibiana, dove era, secondo tradizione, l’abitazione nella quale la fanciulla venne martirizzata, il 2 dicembre del 361 d.c. (o del 363).

La sua storia dai contorni sfumati, più simili a quelli della leggenda, si svolge quindi nel IV secolo ed è menzionata per la prima volta nel Liber Pontificalis - come sappiamo composto tra V e VII secolo d.c - comunque le fonti - soprattutto la Passio Bibianae che venne scritta nel VII secolo d.c. - raccontano che Bibiana sarebbe nata da Flaviano, cavaliere romano e prefetto di Roma, e da Dofrosa, di famiglia altolocata.

La famiglia si convertì presto al cristianesimo, e per questo fu perseguitata sotto il regno dell’imperatore Giuliano: il padre divenne schiavo ed esiliato (colto in flagrante mentre seppelliva i martiri Benedetta, Priscilliano e Prisco), la madre venne decapitata, mentre la figlia che in un primo momento, vista la giovane età (quindici anni) doveva essere risparmiata, venne poi uccisa a «piombate» (con fasci di verghe alle quali erano fissati dei pallini di piombo) in quanto non cedette alle proposte di una mezzana che voleva iniziarla ai piaceri carnali, facendole sconfessare la fede.

Il ritrovamento dei resti della fanciulla diede impulso alla riqualificazione del vecchio edificio sotto il pontificato di Urbano VIII Barberini: in vista del Giubileo del 1625 i lavori procedettero speditamente e terminarono nel 1627. Ben sappiamo il ruolo di Gian Lorenzo Bernini nell’impresa, che non solo sovrintese al cantiere ma scolpì per l’altare maggiore uno dei suoi primi capolavori a tema sacro (e tra le prime manifestazioni compiute del Barocco romano) raffigurante per l’appunto Santa Bibiana; più defilato, ma non meno importante il contributo che diede alla decorazione pittorica il giovane Pietro da Cortona, qui al suo esordio come frescante in un edificio pubblico (in precedenza aveva praticato quella tecnica a Palazzo Mattei a Roma e a Villa Arrigoni a Frascati).

Colpisce lo scarto rispetto alle raffigurazioni, ben più compassate e «tradizionali», del maestro Agostino Ciampelli: il toscano, nonostante fosse alle prese con la prima commissione per la famiglia Berberini, ottenuta per tramite del cardinale Marcello Sacchetti, depositario generale (che quindi si occupava dei pagamenti agli artisti) licenziò pitture innovative e sperimentali, come constatiamo nella Santa Bibiana rifiuta di adorare di idoli, dove la filologica ricostruzione del fatto storico è un omaggio alla cultura antiquaria della corte barberiniana, qui declinata in una scena vivida e teatrale, tutta vesti fruscianti e gesti enfatici, atta a coinvolgere e stupire il riguardante anche tramite la varietà della tavolozza d’ascendenza veneta.

L’acme di questo processo di emancipazione dall’educazione toscana (e dall’eredità del classicismo carraccesco) è poi nel Martirio di Santa Bibiana, dove compare quella figura in primo piano, in tralice, che funge da tramite tra spazio reale e spazio della pittura, che ricorrerà nei lavori della maturità: qui la spazialità si fa più complessa, con l’anfiteatro sul fondo e le possenti colonne che non solo conferiscono una grande profondità di campo ma proiettano sul primo piano l’episodio principale, informato a un senso del movimento quasi parossistico, col sensuoso corpo seminudo della fanciulla che diviene il vero protagonista della raffigurazione insieme ai fisici atletici, tutti muscoli e nervi tesi, degli aguzzini. Il risultato è una delle prime pitture barocche e uno dei primi capolavori del Berrettini, che certo dovette non poco, nell’elaborare la sua poetica, anche alla frequentazione del suo capocantiere, Gian Lorenzo Bernini.

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