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Il nostro passato coloniale

Gus Casely-Hayford, direttore del Victoria and Albert Museum East: «Non dimenticare le migliaia di persone di colore maltrattate e discriminate ogni giorno»

Gus Casely-Hayford

Non sono riuscito a riprendere fiato dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia negli Usa, il 25 maggio scorso. Eppure la mia sensazione di essere emotivamente senza fiato non riguarda solo Floyd o Breonna Taylor o Ahmaud Arbery, o la rabbia accumulata nel sapere che rappresentano solo la punta di un doloroso iceberg, o il non dimenticare mai le migliaia di persone di colore che sono maltrattate e discriminate ogni giorno, o le innumerevoli che domani si scontreranno con barriere invisibili, le aggressioni e gli ostacoli che ne mineranno le aspirazioni future e uccideranno speranze ancora da immaginare.

Né è la consapevolezza che la mia razza rende più probabile che io sia vittima di un attacco non provocato, o che sia percepito come una minaccia per gli altri, pericoloso, colpevole e cattivo. Ho ancora più probabilità di contrarre il Coronavirus e le mie possibilità di sopravvivenza sono ugualmente compromesse a causa delle strutture razziste radicate. Il mio turbamento ha a che fare con il fatto che, come nazione, in Gran Bretagna semplicemente non sembra che ci importi davvero, non in modo significativo.

Trovo ancora difficile capire il perché non abbiamo mai affrontato formalmente e in modo deciso il nostro passato coloniale. Non abbiamo cercato una riconciliazione significativa per il colonialismo o le nostre guerre imperiali, e non abbiamo cercato di cancellare i dati di coloro che sono stati criminalizzati nelle lotte per la libertà. Né riconosciamo veramente il contributo dei popoli delle colonie britanniche alla nostra attuale prosperità e sicurezza, né esaminiamo seriamente le eredità in corso della schiavitù e del colonialismo. E forse perché non abbiamo formalmente riconosciuto e affrontato quel difficile passato, troviamo difficile risolvere i problemi di razza nel presente.

Consentiamo al razzismo di sedimentare nelle nostre scuole, mettiamo la discriminazione al centro e negli stereotipi della fiction per bambini e dei programmi televisivi e non diamo ai giovani gli strumenti per rispondere. Non hanno altra scelta che sottomettersi: sopprimere e sublimare la rabbia e perpetuare la nauseabonda dissonanza, o essere visti come un problema.

Se gli studenti di discendenza africana entrano nell’università o nelle scuole d’arte attraverso percorsi ristretti, raramente riusciranno a proiettare se stessi tra i docenti o nel curriculum. E se preferiscono una carriera artistica, beh, buona fortuna. Siamo un settore fatto di persone adorabili, ma che rafforza ampiamente queste disuguaglianze ambientali sostenendo costantemente lo status quo.

Facciamo parte di quella stessa macchina che perpetua l’idea che alcune persone semplicemente non sono importanti come altre, non degne di educazione, di buone carriere o di esposizione alla grande arte, o della possibilità di crearla; non degne di speranza e ispirazione.

Continuiamo a chiederci perché le minoranze non frequentano i nostri musei e istituzioni culturali in numeri che riflettono le loro proporzioni nelle nostre comunità. Dopo decenni di campagne per una maggiore diversità nelle arti, di aiuto per costruire progetti speciali e di piani d’azione (e dopo aver compiuto pochi progressi significativi) forse è semplicemente ora di smettere.

Il filosofo Jürgen Habermas ha scritto di come le istituzioni e le nazioni subiscono una naturale erosione della legittimità nel tempo se non si interrogano con forza. Penso che dobbiamo guardare indietro per trovare l’ispirazione. Penso che dobbiamo avere la fiducia necessaria per abbracciare il nostro passato, le nostre aspirazioni fondanti condivise.

Ho iniziato la mia carriera al British Museum, un’istituzione fondata a metà del XVIII secolo su una chiara aspirazione «guida», come museo per «tutte le persone studiose e curiose»: si può quasi sentire l’enfasi della proposizione che si fonda sull’ambizione universalizzante. Il mio ultimo ruolo è stato quello di direttore allo Smithsonian, in un’istituzione ispirata da quell’idea del British per propagare «la crescita e la diffusione della conoscenza», istituita per generare un cambiamento attraverso la condivisione e il rafforzamento della popolazione americana.

Fino a poco tempo fa ero un amministratore del National Trust of England and Wales e mi sono innamorato della sua fondatrice, Octavia Hill, una persona formidabile e radicale che sperava che la fiducia potesse essere un meccanismo per affrontare la disuguaglianza attraverso la bellezza. Ha scritto: «Tutti vogliamo la bellezza, questo vale per tutte le classi; la vogliamo tutti e aspiriamo al bello per il ristoro delle nostre anime». Queste non sono istituzioni conservatrici; nascono dalla convinzione radicale che le arti non riguardano solo cose belle, l’arte è un motore di opportunità per la società, di cambiamento, di sviluppo delle competenze e di ispirazione che cambia la vita, ma qualcosa di così importante deve essere universale, inclusivo, aperto.

Henry Cole, il fondatore del Victoria and Albert Museum, credeva in una sorta di connessione universale tra i popoli attraverso la geografia e il tempo, una connessione che era più palpabile attraverso il contatto con l’eccellenza culturale, con il fare, e voleva celebrarlo nella più grande esposizione che il mondo avesse mai visto. Sessantamila cittadini stranieri vennero a Londra per la Grande Esposizione del 1851 in un momento che avrebbe contribuito a definire la Gran Bretagna come il grande crogiolo culturale, come una forza culturale veramente globale.

Se siamo coraggiosi, possiamo sfruttare la nostra eredità per creare una visione di inclusività post Brexit del XXI secolo. [...] Il bisogno identificato da Hill rimane attuale: la cultura, quando è al suo meglio, ha bisogno di offrire quella cosa magica per avvicinarci, costruire coesione e catarsi sociale. La grande cultura ben distribuita è la kryptonite per i fascisti, l’anatema per i fondamentalisti e un fulmine per chi, compiaciuto, continua a odiare il cambiamento.

Lo storico dell'arte Gus Casely-Hayford, 56 anni, direttore del Victoria and Albert Museum East a Londra, è noto anche in Italia: conduce la serie «Museo con vista» su Rai5

Gus Casely-Hayford , da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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