Il mercato dell'arte ha perso il 22%

Secondo il rapporto Art Basel/Ubs le vendite online, un numero crescente di miliardari e spese generali ridotte hanno sostenuto il commercio

Anny Shaw |  | Basilea

Le vendite globali di arte e oggetti d’antiquariato sono diminuite del 22% a 50,1 miliardi di dollari nel 2020, il calo più forte dalla recessione del 2009, quando le vendite sono state pari a 39,5 miliardi, ma inferiore rispetto al 30-40% previsto in un anno in cui il mondo dell’arte, fortemente incentrato sugli eventi, si è praticamente fermato. Questi i risultati della quinta edizione del Global Art Market Report 2021, pubblicato il 16 marzo da Art Basel e Ubs.

Descrivendo la pandemia come «un particolare tipo di crisi», l’autrice del rapporto Clare McAndrew afferma: «Non è lo stesso tipo di recessione che abbiamo visto in passato. Alcune industrie e gruppi di persone economicamente vulnerabili lotteranno parecchio nei prossimi anni. Ma i ricchi sono diventati più ricchi e, che ci piaccia o no, è stato un vantaggio per il mercato dell’arte».

Come sottolinea il rapporto, nel 2009, a causa della crisi finanziaria globale, il numero di miliardari in tutto il mondo era diminuito del 30% e la loro ricchezza crollata del 45%. Nel 2020 il numero di miliardari è aumentato del 7% e la loro ricchezza è cresciuta del 32% nel corso dell’anno. Senza le distrazioni di vacanze sfarzose e la spesa in beni di lusso che accompagna tali attività, le persone con un patrimonio netto elevato erano più motivate ad acquistare arte: il 66% degli intervistati ha riferito che la pandemia ha aumentato il loro interesse per il collezionismo. I collezionisti Millennial sono stati i più attivi nel 2020, con il 30% che ha speso oltre 1 milione di dollari contro il 17% dei Boomer.

Online senza appeal
Il risultato rivelatore del rapporto di quest’anno è la rapida ascesa delle vendite online, raddoppiate di valore dal 2019 al 2020 raggiungendo un livello record di 12,4 miliardi di dollari, un quarto delle transazioni complessive.

È stato l’anno in cui il termine Ovr (Online Viewing Room) è entrato davvero nel lessico del mercato dell’arte, anche se i galleristi hanno faticato a vendere tramite queste piattaforme web. Tali vendite hanno infatti rappresentato solo il 9% del loro reddito. Negli ultimi anni le fiere d’arte hanno rappresentato quasi il 50% delle vendite annuali dei galleristi; nel 2020 quella cifra è scesa drasticamente a solo il 13%.

Tuttavia, la riduzione dei costi associati alla partecipazione alle fiere d’arte (24% della spesa nel 2019 rispetto al 10% nel 2020) significa che alcuni galleristi sono riusciti a mantenere la redditività.

Le vendite all’asta sono diminuite del 30% (con molte aziende che hanno dovuto affrontare sfide significative puntando sull’online), in particolare a causa della natura più lenta delle vendite online e della difficoltà di generare eccitazione in una sala vuota. All’asta, la Grande Cina (regione che comprende Cina continentale, Hong Kong e Taiwan) ha superato gli Stati Uniti diventando il mercato più vasto, con una quota del 36%. Seguono gli Stati Uniti al 29% e il Regno Unito al 16%.

Nonostante un inizio d’anno difficile, le forti vendite all’asta dell’ultimo trimestre hanno contribuito a portare la Grande Cina a una posizione di parità con il mercato dell’arte del Regno Unito (pari a una quota del 20% ciascuno) e al secondo posto nella classifica globale. Gli Stati Uniti rimangono il centro dominante del commercio con una quota del 42%. Questo nonostante abbiano affrontato la peggiore recessione degli ultimi cinquant’anni con il Pil in calo del 3,4%.

Gallerie orfane delle fiere
Una delle maggiori vittime del 2020 sono state senza dubbio le fiere d’arte. Delle 365 fiere pianificate a livello globale per il 2020, il 61% è stato cancellato. La prognosi è mista. Meno della metà dei collezionisti intervistati con un patrimonio netto elevato ha dichiarato che sarebbe disposta ad andare a una fiera d’arte nei primi sei mesi del 2021, anche se il 64% si riferiva a eventi locali.

Nel frattempo, anche i galleristi stanno scegliendo di fare meno fiere. Nel 2016 e nel 2017 hanno registrato una media di 5 fiere all’anno, mentre nel 2021 ne hanno pianificate 3. Clare McAndrew pensa che sia improbabile che nel 2021 si verifichino «grandi eventi internazionali», anche se c’è interesse per fiere regionali più piccole. «Art Basel a Hong Kong sarà un evento piuttosto regionale, ha aggiunto. I collezionisti provenienti da qualsiasi luogo consentito dal viaggio di accesso saranno probabilmente sufficienti per sostenere una fiera di questo tipo».

Una delle maggiori sfide che le gallerie devono affrontare è lo sviluppo di nuove relazioni con i collezionisti in assenza di eventi dal vivo. «Si potrebbe trovare un acquirente una tantum online, ma è difficile trasformarlo in una cosa normale senza avere lo stesso tipo di contatto personale, ha precisato. I galleristi in particolare perderanno le fiere se non si riprenderanno entro quest’anno. Se la loro base non viene aggiornata, col tempo rimarranno schiacciati».

In effetti, è probabile che si possa quantificare l’entità effettiva delle conseguenze della crisi sulla vita delle gallerie solo tra alcuni mesi se non addirittura anni. Il rapporto suggerisce che solo l’1% delle gallerie ha chiuso a causa della pandemia, anche se la McAndrew riconosce che è improbabile che abbiano preso parte al suo sondaggio coloro che sono a maggior rischio di chiusura.

L’occupazione è diminuita su base annua del 5% nel settore delle gallerie e del 2% in quello delle aste, mentre si stima che l’occupazione nelle case d’asta di alto livello sia diminuita del 13%. Ma, come scrive ancora la McAndrew, «i calcoli riguardanti l’occupazione e le strutture aziendali effettuati alla fine del 2020 probabilmente sottostimano in modo significativo il vero impatto della crisi, con chiusure di attività che si verificano solo dopo un periodo di tempo, in particolare poiché alcune sono state mantenute tramite programmi di sostegno pubblico. Poiché tali aiuti vengono gradualmente eliminati, è probabile che più aziende potrebbero non essere in grado di continuare a operare».

L’ultima mania: gli Nft
Mentre il mondo dell’arte continua a essere radicalmente rimodellato dalla pandemia, altre tendenze stanno emergendo come risultato dell’accelerato spostamento online. Gli Nft (Non Fungible Token) sono l’ultima mania anche se, trattandosi di un fenomeno molto recente, non sono presi in considerazione in questo rapporto. Tuttavia Clare McAndrew osserva che tali innovazioni digitali potrebbero rendere sempre più difficile tenere sotto controllo il mercato dell’arte già di per sé opaco.

«Nell’ultimo decennio il mio rapporto si è sempre concentrato sul mercato dell’arte tradizionale: gallerie, commercianti e aste, conclude la McAndrew. Ma la quantità di denaro che viene ora trasferita tramite altre piattaforme è enorme. Non ho mai approfondito, ad esempio, se un artista vende direttamente a un collezionista o se i collezionisti vendono tra di loro. Non è escluso che le vendite per un valore di 50 miliardi di dollari registrate quest’anno diventino una porzione sempre più piccola rispetto a ciò che sta realmente accadendo».

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