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Il meglio e il peggio del 2019: le pagelle di 86 esperti

L'inchiesta del Giornale dell'Arte nel numero di gennaio: Canova batte Cattelan (c’è sempre speranza)

L’autore della «banana di Miami» batte Banksy tra i «cattivi», mentre tra i «buoni» è testa a testa tra lo scultore delle «Tre Grazie» e Kounellis. L’acqua alta a Venezia e il rogo di Notre-Dame le peggiori notizie, deludono le «leonardiadi» e il Padiglione Italia alla Biennale, superpromossi i grandi galleristi e antiquari, da Sperone a Orsi, da Minini a Sargentini. È stato l’anno delle rivincite: ovazioni per i direttori di museo stranieri (Schmidt agli Uffizi, Bradburne a Brera), per Verrocchio e per il ministro Franceschini.

Macché Banksy, l’artista dell’anno è Maurizio Cattelan. «Purché se ne parli, anche se bene», diceva Dalí, per spiegare che in certe cose il segno più o il segno meno non contano nulla e anzi, più se ne parla male meglio è. Il padovano di New York ottiene ben sei indicazioni nella casella che in fondo più gli piace, quella dei cattivi, staccando di due punti il misterioso street artist britannico.

Ma a Cattelan, si sa, piace vincere facile: un cesso d’oro qui, una banana «scocciata» là e il gioco è fatto. Quello che in fondo scoccia anche chi non è una banana né un famoso gallerista di Milano (Massimo De Carlo, tra i «promossi» di quest’anno) sono le cifre: 11,1 milioni di euro per il grande quadro raffigurante un parlamento di scimmie firmato da Banksy e battuto dalla Sotheby’s; 140mila euro per la banana («tirata» in tre esemplari, tutti venduti).

Ecco perché i 14,7 milioni di dollari versati il primo aprile scorso alla Sotheby’s di Hong Kong per la rivisitazione della copertina dell’album dei Beatles «Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club» griffata da KAWS, rendono piuttosto antipatico l’ormai ex street artist americano, ben più del «topolone» di 37 metri, una sua scultura galleggiante al Victoria Harbour di Hong Kong in occasione della locale edizione di Art Basel, lo scorso marzo, poco prima dell’asta record.

Quando poi si scopre che KAWS (al secolo Brian Donnelly, New Jersey, 1974), oltre a lavorare per Uniqlo e Air Jordan, ha deciso di diversificare i suoi investimenti entrando nel mercato immobiliare con l’acquisto per 17 milioni di dollari di un edificio di mille metri quadrati a Brooklyn, nel quartiere ex bohèmien che i suoi colleghi non possono più permettersi, allora è veramente troppo: dàgli a KAWS! Intanto lui si tiene i suoi 2,6 milioni di follower su Instagram e in questo momento ha una mostra al Qatar Museum.

La cura l’ex poverista ma tuttaltro che povero Germano Celant, che però il suo mestiere lo sa fare: grazie alla retrospettiva da lui curata nella sede veneziana della Fondazione Prada dutrante la Biennale, votatissima dai nostri giurati, Jannis Kounellis è, tra i promossi, l’altro artista dell’anno. Curiosamente a insidiare il primato (in memoriam) a questo straordinario artista del carbone e del fuoco, all’ultimo esponente del Realismo d’ispirazione romantica, è uno scultore che gli sta agli antipodi: che ovazione per l’apollineo Canova e per la mostra curata da Stefano Grandesso e Fernando Mazzocca alle Gallerie d’Italia a Milano! E, sempre in tema di Neoclassicismo, quanti consensi per Valadier, voluto da Anna Coliva alla Galleria Borghese...

A riprova di una diffusa voglia di eleganza e quiete neoclassicista (vedi anche i voti ottenuti dal più apollineo degli ex poveristi, Giulio Paolini) in un’Italia ancora una volta sconvolta da uno Sturm und Drang nel significato ambientale del termine: Venezia sommersa dall’acqua alta, dall’incuria e dall’incompetenza è, con l’incendio di Notre-Dame a Parigi, la notizia peggiore dell’anno.

Un anno che doveva essere all’insegna di Leonardo del quale invece si lamenta l’assenza di una mostra davvero significativa (un fatto aggravato dal prestito al Louvre, decretato dal Tar, dell’«Uomo Vitruviano» conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e dall’insulsaggine delle mostre virtuali) a riprova della debolezza organizzativa e finanziaria delle nostre istituzioni. Così su quel genialissimo ma un po’ inconcludente allievo si prende la rivincita il maestro Verrocchio, in virtù della votatissima mostra a Palazzo Strozzi. Nel 2020 cade il cinquecentesimo anniversario della morte di Raffaello: si riuscirà a non replicare il flop? Un’eccellente notizia, per ora, è l’apprezzatissimo restauro del cartone dell’Ambrosiana con «La Scuola di Atene».

E sempre a proposito di ricorrenze e di geni italiani: sarà anche il trecentesimo anniversario di Giovanni Battista Piranesi, di cui il nostro Paese vanta sostanzialmente l’opera omnia (matrici incluse, all’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, per tacere dei ricchissimi Taccuini di Modena) ma anche (con Ginevra Mariani) uno dei massimi esperti dell’incisore e architetto, Luigi Ficacci, segnalato tra i promossi dalla nostra giuria: utilizzarne la competenza sarà inevitabile (o almeno si spera).

Il 2020 sarà un anno senza Biennale d’Arte di Venezia: il buon lavoro fatto dal suo presidente Paolo Baratta, giunto alla fine del suo lungo «governo» è sottolineato nella nostra inchiesta; per quanto riguarda la Biennale 2019, sembrerebbe che verrà ricordata in negativo per il Padiglione Italia, giacché tra i «cattivi» ricorre il nome del curatore Milovan Farronato. Si direbbe, tra parentesi, che la categoria dei curatori non stia godendo di particolare popolarità; è più di moda utilizzare in quel ruolo gli artisti, ad esempio Francesco Vezzoli, a giudicare da quanto emerge dalle «pagelle» dell’anno appena concluso. O forse il problema riguarda un po’ tutta l’arte contemporanea, che furoreggia sul mercato umiliando l’antiquariato ma non nel gusto dei «saggi» chiamati a esprimersi in queste pagine.

Il Castello di Rivoli guadagna consensi, ad esempio, perché con una mossa illuminata della sua direttrice, Carolyn-Christov Bakargiev, ha inglobato la Collezione Cerruti, dove triofano l’antico e il moderno. Tra i galleristi, si omaggiano due grandi vecchi: il «dissidente» Gian Enzo Sperone, che ad Artissima preferisce la più classica e mista fiera Flashback, un appassionato che dichiara il suo non recente amore per l’arte antica nel volume dedicato alla sua collezione (edito pochi mesi fa da Umberto Allemandi); e Fabio Sargentini, uno degli ultimi testimoni degli anni d’oro di Roma capitale dell’arte del ’900.

Lo stesso Massimo Minini, pure segnalato, appartiene a quella scuola, piuttosto lontana dalla bocconiana prassi dei suoi più giovani colleghi. Galleristi come «beni culturali», al pari di antiquari come Carlo Orsi, il più votato quest’anno. Ma a far del bene ai beni culturali italiani sono stati anche i direttori di museo stranieri, come Eike Schmidt agli Uffizi e James Bradburne a Brera, plurivotati tra le eccellenze del 2019. Li portò in Italia la riforma Franceschini, il ministro tornato al suo posto (tra i molti applausi dei nostri «saggi») dopo la caduta del Governo gialloverde.

Fischiatissimo, al contrario, il suo predecessore, Alberto Bonisoli. Pazienza, infine, se il Cimabue ritrovato e come tale segnalato tra i lieti eventi, resterà in Francia. Viviamo in un Paese fragilissimo per economia, geologia, politica, equilibri sociali, ambiente ecc. Eppure fortissimo, poliedrico e dotato in tutto ciò che ha a che fare con la ricchezza culturale in ogni suo settore, anche oltre i confini nazionali.

Non è un caso se ben tre segnalazioni riguardino il cinema: il restauratore Bruno Zanardi vede in Pupi Avati un grande critico e storico dell’arte per la sua sensibilità paesaggistica; Giorgio Di Genova, che storico dell’arte lo è di professione, suggerisce di non dimenticare, tra i restauri, quello del film «Vertigo» di Hitchcock; la sua collega Laura Laureati indica infine tra le buone notizie la riapertura del Cinema Quattro Fontane a Roma. Ecco perché, in questo delicato e ricchissimo tessuto, desta particolare inquietudine, scrive Wanda Rotelli, capo ufficio stampa della Sotheby’s, il rogo doloso di una libreria, la Pecora elettrica di Centocelle.

Nel numero del Giornale in Arte in edicola a gennaio, l'inchiesta completa di 14 pagine: «IL MEGLIO E IL PEGGIO 2019»

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020


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