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I preziosi mosaici nelle mani di Erdogan

Trasformare in moschea la chiesa di San Salvatore in Chora, oggi museo, sarebbe un precedente, come teme l’Unesco

L'affresco con la rappresentazione della Resurrezione nell’attuale Kariye Museum, già chiesa bizantina di San Salvatore in Chora a Istanbul. © Till Niermann

Istanbul. Il Consiglio di Stato turco ha emesso un provvedimento che mette a rischio i preziosi mosaici della chiesa di San Salvatore in Chora, nella capitale. La sentenza del massimo organo amministrativo stabilisce infatti che l’edificio, oggi Museo Kariye (molto frequentato per la straordinaria qualità dell’edificio, dei mosaici e degli affreschi interni), deve tornare a essere una moschea e a ricoprire «la sua funzione essenziale». Secondo il quotidiano «Yeni Safak» la decisione è ora nelle mani del presidente Recep Erdogan (in carica dal 2014), che può decidere di darle corso o fare marcia indietro e tutelare il complesso e le opere d’arte al suo interno.

La chiesa nacque come luogo di culto ortodosso nel V secolo, ma l’aspetto attuale si deve a una serie di interventi succedutisi tra l’XI e il XIV secolo, periodo a cui risalgono i magnifici affreschi e mosaici, prima della trasformazione in moschea di inizio Cinquecento a opera degli Ottomani (con relativa copertura delle immagini). Tra il 1948 e il 1958 fu poi trasformata in museo e aperta ai visitatori per ammirare quelli che sono considerati fra i migliori esempi di arte bizantina.

La questione è delicata perché potrebbe costituire un precedente per altri monumenti, a partire dalla riconversione in moschea di Santa Sofia (museo dal 1935 grazie ad Ataturk) già annunciata dallo stesso Erdogan, come ennesimo atto della sua politica, da alcuni definita «neo-ottomana». Entrambi i complessi sono parte del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, che in passato ha già sottolineato la possibilità di ritirare la propria tutela in caso di modifica dello status delle chiese museo. «Durante l’impero Ottomano i musulmani pregavano a Chora di fronte alle effigi cristiane, e la trasformazione in museo costituì un compromesso tra gli esponenti delle due fedi. La nuova inquietudine che il passato bizantino suscita in molti è solo frutto di un populismo che si appella all’identità etnica, nazionale e religiosa per fare presa su parte della popolazione», dice Edhem Eldem, professore di Storia all’Università Bogazici.

Ayla Jean Yackley, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020



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