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Mostre

Fontana al Metropolitan: un attesissimo ritorno

La più completa retrospettiva degli ultimi quarant'anni negli Stati Uniti

New York 1961: da sinistra, Lucio Fontana, il critico Michel Tapié e la gallerista Martha Jackson. Courtesy Fondazione Lucio Fontana, Milano

New York. Se quest’anno si è celebrato il 50mo anniversario della morte di Lucio Fontana, nel 2019 cadono i 120 anni dalla sua nascita. Questa doppia ricorrenza, ma anche la straordinaria notorietà internazionale dell’artista di origine argentina (1899-1968), nonché una delle punte di diamante del mercato dell’arte contemporanea italiana, ha ispirato una vasta retrospettiva al Metropolitan Museum.

Organizzata in collaborazione con la Fondazione milanese intitolata all’artista (presieduta da Paolo Laurini), «Lucio Fontana. Sulla soglia» si aprirà dal 23 gennaio al 14 aprile. È annunciata come uno degli eventi espositivi più attesi dell’anno, e in effetti è la più importante e completa tra quelle dedicate a Fontana negli ultimi quarant’anni negli Stati Uniti.

La rassegna è curata da Iria Candela ed Estrellita B. Brodsky, curatrici del Dipartimento d’arte moderna e contemporanea latinoamericana del Met; Iria Candela, proveniente dalla Tate Modern di Londra (dove ha all’attivo una retrospettiva di Joan Miró), firma il catalogo (edito dal Met e distribuito da Yale University Press) in compagnia di Emily Braun (studiosa americana esperta d’arte moderna italiana), Enrico Crispolti, Andrea Giunti (curatrice argentina), Pia Gottschaller e Anthony White.

Saranno esposti dipinti, sculture, ceramiche e disegni datati dal 1931 al 1968. Per l’occasione, verranno ricostruiti il celebre «arabesco» al neon concepito da Fontana nel 1951 per la IX Triennale di Milano e due ambienti spaziali, «Utopia» (ideato per la XXX Triennale, e «Luce rossa» del 1967). Contemporaneamente, al Met Breuer sulla Madison Avenue sarà allestito «Ambiente spaziale a Documenta 4» (1968).

La mostra si arricchisce di suggestioni se si considera l’intenso rapporto di Fontana con New York (che visitò nel 1961 in occasione di una sua personale da Martha Jackson), un «incontro» per gli ultimi anni di attività. «New York, scrisse, è più bella di Venezia! I grattacieli di vetro paiono delle grandi cascate d’acqua, che cascano dal cielo. Di notte è una grande collana di rubini, zaffiri, smeraldi». E ancora «New York è una città fatta di colossi di cristallo sui quali il sole batte provocando torrenti di luce». Il bronzo e le strutture dorate del Seagram Building  di Mies van der Rohe lo spingono alla sperimentazione di materiali atti a tradurre quella tempesta luminosa.

Ecco allora gli squarci sulle lamiere specchianti di rame e alluminio. «Sto provando questi nuovi materiali per la mostra che dovrò fare in America e che si intitolerà contemplazione di New York». E ancora: «Come faccio a dipingere questa terribile New York... Poi d’un tratto mi è venuta una intuizione: ho preso delle lamiere di metallo luccicante e mi sono messo a lavorarle, ora rigandole verticalmente per dare il senso dei grattacieli, ora sforacchiandole con un punteruolo, ora ondulandole per creare cieli un po’ drammatici, ora riflettendoci dentro un pezzo di stagnola colorata per ottenere dei bagliori tipo neon... nessuna materia riesce così bene a dare il senso di questa metropoli tutta fatta di vetri, di cristalli, di orge di luci, di bagliori di metallo».

Redazione, edizione online, 18 gennaio 2019


  • Lucio Fontana «Spatial Concept, Expectations» (1959). Olnick Spanu Collection © 2018 Fondazione Lucio Fontana - Artists Rights Society (ARS), New York-SIAE, Rome

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