Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Aste

È il momento di Dorotheum

Martin Böhm, ad della trecentenaria casa d'asta, culla degli Old Master e del moderno più chic: «Il mercato è alla fine di un picco e ci avviamo verso una fase più sofisticata»

Martin Böhm, amministratore delegato di Dorotheum con Lucas Tinzl. Foto: Klaus Pichler

Vienna. Dorotheum, la casa d’aste prediletta dagli imperatori, è un luogo frequentato assiduamente nel cuore di Vienna, parte del tessuto urbano e della tradizione cittadina. Fu fondata dall’imperatore Giuseppe I nel 1707 come monte di pietà, poi nobilitata da Giuseppe II, figlio di Maria Teresa d’Austria, che la aprì al pubblico, la impostò secondo le basi delle moderne case d’asta e stabilì la sede nell’antico monastero annesso alla Chiesa di Santa Dorotea da cui prese il nome e dove si trova tutt’oggi. Nel 1901 Francesco Giuseppe inaugurò il fastoso rifacimento della sede in stile neobarocco, su progetto dell’architetto della Ringstrasse, Emil Ritter von Förster. Il ricavato delle aste era versato a enti benefici.

Dorotheum è stata di proprietà statale fino al 2001, quando è stata rilevata con un gruppo di investitori da Martin Böhm, amministratore delegato della società con Lucas Tinzl. Oggi Dorotheum è presente in molti Paesi europei, leader in Europa centrale, con oltre 40 settori, tra opere d’arte e oggetti da collezionismo, che realizza circa 600 aste l’anno. I suoi ariosi saloni e il caffè all’interno del palazzo evocano atmosfere alla Schnitzler. «Il palazzo è tra due strade e si entra da entrambe. Se sei viennese ami questo posto, dice Martin Böhm. La percezione è che sia ancora un luogo pubblico, dello Stato, anche se sin dall’inizio uno dei nostri obiettivi è stato quello di internazionalizzare Dorotheum, mantenendone lo charme e modernizzandone la patina».

All’indomani delle aste invernali di arte del dopoguerra e contemporanea, Böhm racconta dei molti legami con l’Italia: «Siamo sempre stati vicini: forti nell’arte antica, abbiamo sempre avuto stretti contatti sia con gli antiquari e i dealer sia con i collezionisti italiani. Dorotheum ha una sede a Milano, dove dal 2005 proponiamo la preview delle aste di arte moderna e contemporanea di Vienna; altra sede è Roma; abbiamo consulenti a Napoli, Torino e Urbino e gli artisti italiani sono molto presenti nelle nostre aste di arte contemporanea». In effetti gli artisti italiani nelle due tornate di Post War and Contemporary Art erano 90 su 278, un terzo dell’offerta. L’asta è stata il momento del maggior successo per Carla Accardi (Trapani, 1924-Roma, 2014): una grande opera a caseina, quel che si dice un dipinto a caratura museale, «Integrazione ovale» del 1958, valutata 160-240mila euro, è stata aggiudicata a 295.800, stabilendo il record mondiale per l’artista. Era uno dei top lot della serata insieme con Günther Uecker (491mila per «Field», uno dei suoi quadri-rilievo con chiodi) e Hans Hartung (259.200 euro per una sua opera del 1989). Le vendite hanno registrato un totale di 9,88 milioni di euro.

Martin Böhm, come vede evolversi il mercato?
Credo che siamo alla fine di un picco e forse ci avviamo verso un momento più sofisticato. La globalizzazione è dominata da grandi numeri e opere fuori dalla portata dei più, è un peccato concentrarsi solo su quelli, anche per l’impressione che si produce sul pubblico. Per i veri collezionisti questo è irrilevante.

Quindi il collezionismo sta cambiando?
I giovani collezionisti hanno imparato in fretta, arrivano qui con le idee chiare, il grado di conoscenza è diverso rispetto a trent’anni fa. Ho la sensazione che guardino l’arte con maggior profondità e abbiano interessi più articolati. Iniziano acquistando opere magari di piccole dimensioni ma di artisti eccellenti. In questo, Dorotheum è un buon punto di partenza; la nostra offerta è diversificata, con selezioni molto varie grazie ai nostri esperti.

Non sente la pressione del momento?
Sono per natura positivo, altrimenti non avrei acquistato Dorotheum. Abbiamo trecento anni di storia e una prospettiva sul lungo termine. Non siamo sotto pressione e crediamo nei collezionisti seriamente interessati all’arte. Inoltre sono gli Old Master il mercato importante per l’Austria.

È contrario agli artisti giovani in asta?
Non credo che si debbano avere in vendita «fresh canvases», quadri nuovi. Le aste sono fatte per artisti consolidati, già con un mercato. Nel 1910 a Vienna c’erano circa 8mila artisti che vivevano del proprio lavoro: solo Schiele, Kokoschka e pochi altri hanno fatto carriera. La qualità è dettata dal tempo, è più facile vederla vent’anni dopo. Con l’asta non si crea il mercato per un artista, perché una sola opera non basta di certo e non serve all’artista. Per quello ci sono le gallerie, con un mercato diverso.

Negli ultimi tempi il divario tra galleria e casa d’asta si è fatto più labile; ci sono collezionisti che acquistano solo alle aste o alle fiere.
Le gallerie sono mercato primario, noi case d’asta siamo gli intermediari, il mercato secondario. Se si mischiano le due cose si rischia un gran conflitto. È anche per questo che non sono un grande fan delle garanzie, che coinvolgono interessi diversi, in cui l’acquirente non sa qual è la terza parte e non è al corrente della vera situazione. È una pratica problematica che sta crescendo. In Austria è proibita.

Nelle sale sono esposti non solo dipinti ma anche squisite porcellane, arredi, gioielli. Anche in un giorno feriale i visitatori vanno e vengono.
Siamo stati i primi, negli anni Ottanta, a tenere aste di design e tutti ridevano di noi, adesso ne abbiamo due l’anno: una molto internazionale e una più «normale». Come austriaci dobbiamo provare vie diverse dagli altri, abbiamo avuto tempo per costruire la fiducia dei clienti. Si fidano perché ad esempio i pezzi sono descritti nei cataloghi con grande correttezza... Sì, credo sia la fiducia ad aver costruito la nostra centralità.

Sugli scaloni sono ancora esposte le grandi opere aggiudicate la sera precedente, ognuna con un risalto diverso dall’affastellamento di altre case d’asta: Böhm contribuisce all’allestimento, passando quattro o cinque giorni prima dell’asta a decidere dove appenderle. Forse c’entra anche la passione.

Michela Moro, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


Ricerca


GDA gennaio 2019

Vernissage gennaio 2019

RA Case d

Vedere a ...
Vedere a Bologna 2019

Vedere in Campania 2018

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012