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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 7. Gebel Barkal

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

Le piramidi del Gebel Barkal al tramonto. Foto di Francesco Tiradritti

Come preannunciato da Abdelhai, la casa prenotataci dalle antichità a Karima ha i pavimenti piastrellati. Il problema è tutto il resto. Due piccoli ambienti con un bagno alla turca e una doccia troneggiano al centro dell’angusto cortile intorno al quale si affacciano due stanze ingombre di letti e prive di altri mobili. La cucina è in uno stato di pietoso abbandono, con un piano di lavoro sul quale sembra che Ferlini abbia condotto una delle sue «ricerche archeologiche».

Non ho tempo di occuparmi della casa. Sistemo le valigie in fretta, afferro la macchina fotografica, saluto gli altri e m’incammino velocemente in direzione del Gebel Barkal, che sorge a poche centinaia di metri di distanza. Il nome significa «Altura pura» e non è altro che l’esatta traduzione del toponimo in egiziano antico.

Il Gebel Barkal ha un’altezza di novantotto metri. Si scorge da grande distanza perché s’innalza isolato vicino alle coltivazioni sulla riva occidentale del Nilo. In quel punto il fiume, dopo avere fatto un’ampia curva in corrispondenza della città di Abu Hamad, scorre da nord a sud prima di riprendere la sua corsa verso il Mar Mediterraneo.

Il Gebel Barkal è un rilievo di pietra arenaria scura che da lontano assomiglia a un Pan di Spagna con la crosta bruciacchiata e problemi di lievitazione sul lato occidentale. In corrispondenza dell’estremità meridionale sorge un pinnacolo di roccia che gli egizi avevano identificato con un ureo, il cobra simbolo della regalità faraonica.

Alle pendici del Gebel Barkal sorgeva la città di Napata, la capitale del regno di Kush. Da qui, a metà dell’VIII secolo a.C., partirono le armate dei sovrani nubiani che conquistarono tutto l’Egitto. Fin da tempi immemorabili, a Napata veniva adorato un dio-ariete che gli egizi identificarono con il loro Amon di Tebe. Quando Thutmosi III (metà del XV secolo a.C.) spinse le proprie conquiste fin quaggiù, fece erigere un enorme tempio in onore dell’Amon di Napata. I suoi successori, tra i quali figura anche Tutankhamon (seconda metà del XIV secolo a.C.), lo ampliarono e abbellirono.

Dell’imponente struttura oggi rimane poco. Sono visibili soprattutto le mura perimetrali e le numerose colonne delle sale ipostile. L’area circostante accoglieva un buon numero di altri templi e palazzi. Nonostante il Gebel Barkal sia noto come sito archeologico sin dagli anni Venti del Diciannovesimo secolo, le prime indagini estensive vi sono state condotte soltanto agli inizi del 1900. Fu l’archeologo bostoniano George Reisner a condurre scavi che avevano impiegato centinaia di operai.

A partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, cominciò a operare la missione archeologica dell’Università «La Sapienza» di Roma, con la quale venni a scavare nel 1984. Anche quella volta salimmo sulla cima del Gebel Barkal per assistere all’alba della luna in contemporanea con il tramonto del sole.

È proprio il ricordo di quei momenti che mi spinge ad affrettare il passo. Il sole è già sparito dietro il Gebel e non ho ancora raggiunto le sue pendici. Dall’ultima volta che vi sono salito sono trascorsi quindici anni e ho soltanto un vago ricordo di dove si trovi il sentiero. Per fortuna un gruppo di ragazzi ha deciso di tentare la mia stessa impresa e mi metto a seguirli per gli impervi tracciati di roccia e sabbia. Sono decisamente fuori allenamento e il peso della macchina fotografica non aiuta. Sono costretto a fermarmi varie volte. Per darmi un tono con i ragazzi che mi precedono e osservano tutto quello che faccio, ogni volta che mi fermo a riprendere fiato faccio finta di scattare una o due fotografie. Riesco a raggiungere la sommità della collina con il fiato in gola.

Il Gebel Barkal termina in un’ampia spianata, al di là del suo bordo occidentale vedo il sole che sta ormai quasi per toccare l’orizzonte. Dalla parte opposta nessuna traccia della luna. Vi sono altri gruppi di giovani appollaiati sulle rocce che parlano, schiamazzano e ridono in attesa del tramonto. Alcuni si avvicinano curiosi e mi chiedono le solite cose: come mi chiamo e qual è la mia nazionalità. Mi dicono che studiano inglese e me lo dimostrano. Ridono del mio arabo egiziano. Mi salutano e se ne vanno verso il lato occidentale della spianata. Io mi fermo e aspetto.

La vista del panorama circostante è mozzafiato. Il Nilo si srotola tra il verde delle rive coltivate. Lungo quella occidentale si distende Karima, dove tra le case cominciano ad accendersi le prime luci. La città si è molto sviluppata in questi anni e non riesco a percepirne la fine.

Sulla riva opposta si trova Marawi, la capitale della provincia. Alla luce del crepuscolo ne distinguo appena i contorni. È un momento incantevole. Ho raggiunto una mèta agognata da anni. L’immensità del panorama circostante mi riempie di una sensazione d’illimitatezza e la gioia che provo è sconfinata. Ho la sensazione di essere salito sul tetto del Sudan. L’oscurità che avanza veloce restringe la mia vista ma esalta la mia immaginazione. Con gli occhi della mente spingo lo sguardo a sud, supero decine di chilometri e raggiungo di nuovo Khartoum. Sembra siano trascorsi giorni da quando l’ho lasciata. Era soltanto ieri.

Sono felice. Ho l’animo pieno di questo grande paese fatto di poco o di nulla, ma che nasconde un grande insegnamento, semplice ma difficile da capire per noi occidentali abituati ad avere tutto a disposizione: la felicità non si raggiunge accumulando, ma privandosi di quanto più possibile.

L’avevo intuito la prima volta che ero salito qui, l’avevo percepito con maggiore chiarezza nel mese trascorso a Musawwarat es-Sufra, ma l’ho capito per davvero soltanto quando mi sono ritrovato l’ultima volta quassù, sulla sommità del Gebel Barkal. Anche allora ero da solo.

La medesima sensazione di felicità mi avvolge ora, mi esalta e m’inebria. Quante volte sono stato così pienamente consapevole di me stesso? Poche. Con un sorriso ebete stampato in volto, attendo di vedere spuntare la luna. Il tramonto sta sopraggiungendo rapido, ma l’astro notturno si fa desiderare.

Mi viene voglia di condividere la grandezza del momento con la persona che mi è più cara. Un tempo mi sarebbe stato impossibile, oggi mi basta tirare fuori dalla tasca il telefonino per avere davanti agli occhi, contro lo sfondo del panorama circostante, il dolce viso di mia moglie. È talmente bello parlare con Olivia, raccontarle le mie avventure, mostrarle dove mi trovo (basta girare lo schermo), al punto da non rendermi conto del tempo che passa. Il sole tramonta e la notte comincia a impossessarsi del cielo.

Saluto Olivia e guardo impaziente a Oriente. La luna tarda a mostrarsi. I minuti passano. Alla fine arriva. Spunta veloce e precipitosa quasi volesse farsi perdonare il ritardo. La osservo salire e occupare il posto che le spetta nel cielo. Giovane brillante regina della notte consapevole del proprio splendore.

Le sorrido un’ultima volta e le volgo le spalle. È ora di tornare. Mi dirigo verso il limite occidentale della montagna oltre il quale la luce del tramonto si ritira veloce. Mentre percorro il sentiero tra i sassi neri, a malapena visibile nella luce del crepuscolo, la felicità di poc’anzi si stempera nell’affiorare dolce e amaro dei ricordi. Mi tornano in mente le persone che erano con me quando sono salito quassù la prima volta e che ora non ci sono più. Il pensiero va a mio padre e a mia madre che vissero con gioia e trepidazione la mia prima scorribanda sudanese. Erano orgogliosi, ma anche preoccupati per la totale assenza di notizie. Altri tempi, la stessa altura.

Quando raggiungo la sommità del sabbione che copre il lato occidentale del Gebel, ritrovo i ragazzi che erano saliti con me. Mi chiedono di posare per un paio di selfie e di scattare loro alcune foto. Alla fine tutti insieme ci lanciamo in una corsa a perdifiato nella sabbia. Rido come un bambino mentre corro e saltello precipitando verso il basso. Arrivo alla fine del sabbione sfinito, con il cuore in gola. Guardo l’ora. Ho impiegato neanche un minuto per raggiungere i piedi della collina.

Altri selfie con i ragazzi e poi saluti. Mentre li vedo sparire in direzione delle piramidi a sud, mi tolgo le scarpe e le giro per liberarle dalla sabbia. Con quella accumulatasi al loro interno si potrebbe riempire una clessidra. M’incammino verso nord, verso Karima. La luce della luna rischiara la via che porta a casa.

Andiamo a cenare nella piazza vicina al capolinea degli autobus che collegano Karima al resto del Sudan. Abdelhai e Taha hanno saputo che c’è un posticino poco distante dove fanno un ottimo full, ci salutano e spariscono. Forse hanno bisogno di restare un po’ tra sudanesi. Noi ci sediamo a un tavolino del ristorante Al-Tayebat. Cartelli multicolori pieni di scritte dichiarano che qui si può mangiare di tutto: anche la pizza. Ana Maria, Giulia ed io, optiamo per questa. Nell’attesa che la portino, discutiamo a lungo se abbiamo fatto bene a ordinarla. La curiosità vince su tutto: che gusto avrà la pizza del deserto?

MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe
7. Gebel Barkal
8. Master Chef Sudan
9. Mi scusi, professore
10. Hotel Al-Tamouda
11. El-Kurru
12. Ritorno al Gebel Barkal

Francesco Tiradritti, edizione online, 8 dicembre 2019


  • Particolare della decorazione del Tempio di Mut al Gebel Barkal: Amon di Napata sullo sfondo della rappresentazione egizia del Gebel Barkal. Foto di Francesco Tiradritti

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