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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 10. Hotel Al-Tamouda

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

Ingresso dell’albergo Al-Tamouda (Fotografia di Francesco Tiradritti)

Sono passati alcuni giorni dall’ultima volta che sono riuscito a scrivere queste note. Abbiamo cominciato a lavorare e sono giornate abbastanza faticose. Lunghe ore trascorse sotto il sole che quaggiù martella ancora uomini, animali e cose. La storia della casa è andata a finire come molto spesso succede da queste parti.

Visto che esisteva una disputa tra Ahmed Moussa e me, Abdelhai, la persona con maggiore autorità nel nostro gruppo, ha convocato una riunione nel cortile. Ahmed e io ci siamo seduti uno di fronte all’altro, Abdelhai e Taha ai due lati. Ahmed ha cominciato lamentandosi per l’ingente perdita subita a causa del nostro arrivo ritardato e mi ha chiesto duecento dollari: cento per la notte in cui avevamo dormito nella sua casa e cento per quella in cui vi avremmo dovuto dormire. Ho ribadito che cento dollari a notte non li pagavo neanche all’Hilton di Los Angeles (l’esagerazione è parte integrante della retorica di queste dispute). Ahmed ha allora tirato di nuovo fuori la storia del gruppo di turisti a cui aveva rifiutato la casa.

Gli ho chiesto come potessero degli esseri umani desiderare di alloggiare in un tale tugurio visto che persino i miei gatti si sarebbero rifiutati di cacciarvi i topi (anche la schiettezza fa parte della retorica di queste dispute). Ahmed ha risposto che c’era il bagno all’occidentale. Mi sono scusato. Ho detto che aveva ragione e che la cifra era congrua e forse irrisoria dato che c’era anche la piscina formatasi nel cortile proprio a causa del bagno che perdeva.

Siamo andati avanti così per una buona mezz’ora. Ahmed offeso e arrabbiato, io ironico e strafottente. Ha minacciato di non volere nulla. L’ho ringraziato. Ha fatto per alzarsi e andarsene. Abdelhai lo ha fermato e lo ha fatto rimettere a sedere. Abbiamo ripreso a discutere.

Alla fine gli ho dato cento dollari. Ahmed mi ha chiaramente raggirato, ma non ci potevo fare nulla. Abdelhai si era impegnato a pagare quella cifra. Sapevo sin dall’inizio che glieli avrei dovuti dare. La discussione? Serviva a non fare perdere la faccia a nessuno dei due. Io mi sono fatto raggirare, ma non l’ho dato a vedere perché (in teoria, visto che non glieli dovevo dare) ho risparmiato cento dollari. Ahmed mi ha raggirato, ma è sembrato che ci rimettesse, perché non ha avuto i duecento dollari che mi aveva chiesto.

Questo tipo di discussione in cui ci si arrabbia, si impreca, ci si dispera, si urla e ci si insulta senza mai esagerare è tipica di queste parti. Una volta un guardiano egiziano l’ha conclusa con un’espressione che la definisce bene. Ha urlato per un bel po’ e poi se n’è andato sorridendo e esclamando: «Amalna film» («Abbiamo fatto un film»). Il senso di queste due parole è che ognuno ha recitato la propria parte, ora la commedia è finita e si può tornare alla vita reale. Con Ahmed ci siamo lasciati abbracciandoci con trasporto.

Il passo successivo è stato quello di trovare una nuova sistemazione. Abbiamo visitato un paio di case, troppo grandi e malmesse, e fatto un giro degli alberghi di Karima. Per problemi di budget abbiamo escluso a priori il Nubian House, costruito da un’agenzia di viaggi italiana agli inizi dei Duemila. Vi avevo preso alloggio nel 2004. Ero l’unico ospite, mi ero goduto il lusso in mezzo al deserto e le cene sotto le stelle.

Oggi ne esiste anche una versione ridotta: l’Hotel Damira. Siamo stati costretti a scartare anche questa sistemazione perché al di sopra dei nostri mezzi. È in stile beduino, accogliente, con letti che veniva voglia di tuffarcisi al solo guardarli e ha bagni dotati di tutti i servizi. L’autista si è invece rifiutato di portarci a vedere la Locanda Shamalya sostenendo che non era adatta neanche per i sudanesi. Siamo passati poi all’albergo Al-Nassr. Molto essenziale e spartano, ma con quasi tutte le camere con il bagno privato. Se non vi fosse stata un’alternativa ci saremmo accontentati di questo.

Abbiamo invece trovato l’Hotel Al-Tamouda. Non troppo distante dal Gebel Barkal e di recente costruzione. Alcune camere, quelle con il bagno all’occidentale, erano purtroppo ancora in costruzione. Sulle prime Al-Tamouda sembra un nome arabo. Facendo però alcune ricerche ho scoperto che non significa niente. Taha e Abdelhai mi hanno detto che doveva essere il nome di qualcuno, ma non lo avevano mai sentito. Alla fine ho avuto l’illuminazione. È un nome italianissimo, ma va letto in modo diverso. Non «Al-Tamouda», ma «Alta moda». Chic, non vi pare?

L’Al-Tamouda è un ampio rettangolo di deserto recintato. In un angolo si trovano un edificio con la reception, una caffetteria che sembra un negozio di elettrodomestici e due camere riservate alle coppie in luna di miele al piano superiore. All’angolo opposto del rettangolo, a più di duecento metri di distanza, si trova il blocco delle camere, sei con il bagno alla turca a destra e sei in costruzione con il bagno all’occidentale a sinistra.

Quando ho chiesto al padrone perché le avesse costruite così distanti, mi ha risposto che voleva assicurare la tranquillità agli ospiti. Tranquilli si sta tranquilli. Il problema è che, tornando stanchi morti dopo il lavoro, abbiamo sempre dovuto farci accompagnare fino in camera dal pulmino che avevamo noleggiato. Una volta si è anche insabbiato in modo serio nello spazio antistante alle camere. Ci è voluto così tanto tempo a tirarlo fuori che avevamo pensato di trasformarlo nella tredicesima camera.

Ad Al-Tamouda si sta comunque bene. È essenziale, ma pulito e da queste parti il bagno privato è un vero e proprio lusso. Una doccia fresca (acqua calda non ce n’è) al ritorno da una faticosa giornata sotto il sole del deserto regala un momento di ebrezza senza fine.

Sistemate le faccende logistiche abbiamo potuto dare inizio alle nostre attività. In questa fase lavorativa si tratta soprattutto di compiere una ricognizione dei luoghi per studiare le modalità di intervento sul terreno. Devono essere necessariamente tenuti in conto numerosi fattori, quali i mezzi a disposizione e la tempistica di realizzazione.

La National Corporation for Antiquities and Museums sudanese vorrebbe lavorassi su un territorio molto esteso che comprende almeno tre diverse necropoli. Si trovano sulla riva orientale del Nilo nel deserto antistante Marawy, la capitale della provincia. Sono state individuate negli ultimi anni e parzialmente rilevate. Si tratta di appezzamenti di terra in prossimità di centri abitati che rischiano di sparire. Il pericolo maggiore deriva dall’eccessiva e rapida espansione urbana che questa regione ha conosciuto da quando è stata completata la diga di sbarramento in corrispondenza della Quarta Cateratta del Nilo.

In questi giorni trascorsi a compiere ricognizioni della zona non so più quanti chilometri abbiamo macinato. Lo scopo era quello di individuare cerchi di pietre o piccoli rilievi nel terreno al di sotto dei quali si trovano sepolture di epoche imprecisate. Anche i pochi frammenti di ceramica ritrovati non aiutano. Sono di tipologie e impasti molto comuni che sono rimasti in uso per secoli. Un tempo le tombe erano sovrastate da tumuli di pietra che sono però state portate via e riutilizzate altrove. Se ci fossero ancora, la loro tipologia avrebbe potuto fornire quell’elemento datante fondamentale per capire che cosa ci troviamo davanti. Le sepolture rilevate sono letteralmente centinaia e restano ancora chilometri quadrati da indagare.

In una delle nostre ricognizioni siamo dovuti anche entrare nello spazio di deserto antistante a una base dell’esercito nelle vicinanze di Nuri. Nell’attesa di ottenere il permesso delle autorità militari siamo andati a visitare il vicino sito archeologico. Qui Taharqo (prima metà del VII secolo a.C.), forse il più importante sovrano della dinastia nubiana che regnò sull’Egitto, fece costruire la propria piramide. Ne seguirono l’esempio i re e le regine che governarono il Sudan fino al IV secolo a.C. A causa delle continue depredazioni, delle sessanta che ve n’erano un tempo, oggi soltanto poco più di una decina conservano la loro imponenza originaria.

Quanto sopravvive è comunque sufficiente a dare un’idea della loro originaria maestosità. Le piramidi sono disposte lungo una linea a qualche decina di metri da quella di Taharqo che occupa così una posizione di indiscussa preminenza. Quelle più recenti sono più lontane dal Nilo ed è come se si tenessero a distanza dalla piramide del celeberrimo predecessore in una sorta di rispettosa deferenza.

Al termine della visita, il permesso dei militari non era ancora arrivato e stavolta abbiamo deciso di ingannare l’attesa andando a bere una jabana in un caffè nella città di Nuri. Qui Abdelhai è stato avvicinato da un ragazza di sua conoscenza che voleva informarlo di avere individuato una nuova serie di tombe a tumulo tra le abitazioni del villaggio che sorge in prossimità delle piramidi…



MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

1. Ricomincia l'avventura
2. Una jabana a Khartoum
3. Ana sudani, ana afriki!
4. Musawwarat es-Sufra
5. Naqa
6. Meroe
7. Gebel Barkal
8. Master Chef Sudan
9. Mi scusi, professore
10. Hotel Al-Tamouda
11. El-Kurru
12. Ritorno al Gebel Barkal

Francesco Tiradritti, edizione online, 23 dicembre 2019


  • Scorcio delle piramidi di Nuri (Fotografia di Francesco Tiradritti)
  • Scorcio delle piramidi di Nuri (Fotografia di Francesco Tiradritti)

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