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Inaugura oggi il piano terra del Museo Salinas di Palermo

Il Museo Archeologico Antonino Salinas presenta il nuovo percorso espositivo

Il Museo Archeologico Antonino Salinas di Palermo. Foto Iole Carollo

Oggi alle 19.00 si inaugura, parzialmente, il nuovo Museo Archeologico Antonino Salinas di Palermo. Dopo sette anni di restauro, per il museo più antico e prestigioso di Sicilia (che, comunque, ha continuato, salvo brevi periodi, a non interdire completamente l’accesso ai visitatori) si tratta, infatti, di un’apertura  limitata al piano terra. Il fatto è che il Salinas, negli ultimi due anni e mezzo, è un museo che viaggia a due velocità: quella lentissima del restauro e del riallestimento e quella degli straordinari sforzi della direttrice Francesca Spatafora  per mantenerlo «vivo», nonostante la chiusura, con un fitto calendario di iniziative (esposizioni, seminari, convegni, etc. elencati nella pagina Facebook alla voce «eventi»), tra cui  le mostre temporanee, allestite nelle quattro salette del piano terra già disponibili, con cui si è riusciti a fare più di 51.000 visitatori nel 2015. Iniziative rilanciate sui social media grazie a strategie di comunicazione museale curate da Sandro Garrubbo, tanto da farne un case study (Elisa Bonacini, The Tafter Journal, n. 85, nov.-dic.’15) nel panorama italiano e, in particolare, in quello siciliano, del tutto privo  di politiche di digitalizzazione culturale.

Ed è proprio all’impegno della Spatafora, direttore del nuovo Polo regionale (uno dei 13 in vigore dal primo luglio) di Palermo per i Parchi e i Musei Archeologici, che fa capo, appunto, al Salinas, che si deve il raggiungimento di questo primo importante step verso la riapertura integrale. Si tratta, infatti, di una parte rilevante della nuova esposizione che comprende oltre 2000 reperti: «A prescindere dalle più note e importanti opere delle collezioni del Salinas, ha dichiarato, la maggior parte delle quali integralmente restaurate nel corso dell’ultimo anno, circa  il 30% dei reperti esposti sono inediti, per la prima volta inseriti nel percorso espositivo permanente».

Nel complesso, l’intervento, secondo il progetto di Stefano Biondo (oggi direttore del Centro regionale per il Restauro), ha inteso far emergere l’originaria organizzazione della struttura conventuale dei Padri Filippini (fine XVI sec.), in parte sacrificata man mano all’adattamento museale, e ha riguardato il consolidamento statico delle strutture, il rifacimento di tutti gli impianti (ex novo quello di condizionamento), i servizi di accoglienza allocati nei locali sul cortile d’ingresso e, infine, un nuovo allestimento museografico e museologico. La superficie è stata ampliata di circa 900 mq, distribuiti tra primo e secondo piano, che vanno ad aggiungersi ai precedenti 2.594 mq, per un totale di 3.494 mq.

Lavori ritardati, però, da numerosi intoppi amministrativi, tecnici e da una previsione di spesa sottostimata. Ai 9 milioni e 500 mila euro circa stanziati col Por 2000-2006 si sono dovuti aggiungere, infatti, i 2 milioni di euro stanziati nel 2012 dal Cipe. Perché, oltre ad alcuni interventi architettonici (sistemazione e musealizzazione del Terzo cortile, del loggiato e dell’area su via Roma) non si era previsto che, a lavori ultimati, il museo avrebbe pur dovuto riesporre le proprie collezioni. Un imbarazzante déjà vu, se si pensa che recentemente anche un altro Archeologico, il museo dei Bronzi di Riace a Reggio Calabria, tra i venti Grandi Musei della riforma Franceschini, ha avuto necessità di rimpolpare sostanzialmente il budget a causa di una simile amnesia e ricorrendo allo stesso canale del Cipe. Cosicché il progetto scientifico si è dovuto adeguare a quello architettonico, invece che definirsi congiuntamente.

Ma per l’allestimento a mancare non sono stati solo i soldi. Nel 2009, a lavori già iniziati, Alessandra Mottola Molfino denunciava la mancanza di un chiaro progetto museologico in una lettera aperta a nome del International Council of Museums – Comitato Italiano: «nessuno degli archeologi, architetti e specialisti del museo ha idea di dove, al termine dei lavori, ricollocare l’immenso patrimonio» (cfr. n. 343, ‘giu. ’14, p.22). Sarà così solo nel 2011 che si insedierà un Comitato Scientifico coordinato dall’allora direttrice Agata Villa e dalla attuale dal 2013. Ne fanno parte, tra gli altri, specialisti del calibro di Dieter Mertens, Clemente Marconi, Chiara Portale, Antonella Magagnini, Nunzio Allegro.

Né le incognite sono finite. Dopo la conclusione del restauro dell’edificio l’anno scorso, e con la previsione di chiudere il prossimo settembre i lavori per la copertura a vetri del terzo cortile e del loggiato su Via Roma, non si conoscono ancora i tempi del completamento dell’esposizione (primo e secondo piano). Né è dato sapere a quale nuovo canale di finanziamento si intende agganciare il relativo progetto, benché sia definitivo, e quindi appaltabile, dal 2014.  Non è stato finora inserito né tra i progetti del POIN, né del PON né tra quelli del PO FESR: per l’amministrazione centrale dei BBCC siciliani e per gli assessori al ramo succedutisi in breve sequenza negli ultimi anni il completamento non sembra essere una priorità. Anche se l’assessore in carica, Carlo Vermiglio, proprio in occasione di questa inaugurazione ha dichiarato il proprio impegno ad «assicurare il necessario finanziamento» e a «restituire il museo integralmente e in tempi brevi». Dichiarazioni, tuttavia, ancora generiche: perché non si dà una scadenza cronologica meno vaga? E se è stato individuato il canale finanziario perché non lo si indica chiaramente? Dovrebbe essere «Il Patto per la Sicilia», piano di opere finanziate dal Governo centrale per 2, 3 miliardi di euro, di cui 107 milioni ai Beni Culturali.

Senza dire che c’è una pregiudiziale che mette in forse anche la stessa apertura parziale del museo. Restano, infatti, da risolvere «i problemi legati al personale di custodia da reintegrare», cui ci aveva accennato la Spatafora (cfr. n. 365, giu. ’16, p. 17) e che ci riferisce adesso di una soluzione consentita dalla nuova possibilità di spostare il personale all’interno dei siti del nuovo Polo museale, prima invece incardinato in ciascuno di essi: «ho chiesto aiuto temporaneo al personale di Himera e Solunto, ricevendone una discreta disponibilità». Ma si tratta di una soluzione solo temporanea. E poi?

Troppi interrogativi, insomma. Che si stia pensando di candidare la più antica istituzione museale isolana ad esemplare di quell’estetica dell’«incompiuto», ufficialmente riconosciuta da architetti come Stefano Boeri o Massimiliano Fuksas ribaltando la percezione negativa delle opere pubbliche non finite fino a dichiararne la dignità di opere d’arte? D’altra parte, siamo sempre nella Regione in cui il folle progetto dell’Incompiuto Siciliano fino a qualche anno fa, non pago del saccheggio negli anni ’70, avrebbe voluto drenare risorse ai contribuenti per il recupero di mostri di cemento avviati e mai completati a Giarre (Catania).


Il nuovo percorso espositivo, illustrato da Francesca Spatafora
Si sviluppa attorno ai due splendidi chiostri, comprendendo anche le celle della corsia settentrionale del Chiostro Maggiore, adesso recuperate come nuovi spazi espositivi. Al loro interno e lungo il portico trovano posto, oltre a importanti opere già note – quali il torso dello Stagnone, i famosi sarcofagi fenici della Cannita e la statua colossale di Zeus da Solunto accuratamente restaurata e restituita alla sua originaria configurazione – anche interi contesti, mai esposti prima, provenienti dagli scavi promossi nell’800 dalla Commissione di Antichità e Belle Arti.

In particolare si segnalano le splendide oreficerie dalla necropoli di Tindari, città da cui provengono anche alcune importanti sculture di età romana, diverse epigrafi e una originale meridiana di marmo; il complesso di vasi, epigrafi e sculture da Centuripe, i materiali dalla necropoli di Randazzo, alcuni straordinari vasi figurati dalla necropoli di Agrigento e sculture architettoniche e materiali votivi dai santuari agrigentini, oltre alla collezione del console inglese Robert Fagan che comprende anche un frammento del fregio orientale del Partenone.

Sul lato occidentale del Chiostro Maggiore una saletta racconta la storia della scrittura attraverso i reperti del Museo, tra cui la famosa Pietra di Palermo con la cronaca di circa 700 anni di vita egiziana e gli annali delle prime cinque dinastie (3100-2300 a.C.), un pezzo straordinario donato al Museo Nazionale di Palermo nel 1877 dall’Avvocato Ferdinando Gaudiano. Nella stessa sala trovano posto, per la prima volta esposti insieme, tre degli otto decreti entellini (più un falso) iscritti su tavolette di bronzo, sfuggiti alla dispersione nel mercato antiquario clandestino internazionale.

È dedicata a Selinunte l’intera ala orientale dell’edificio con le sue otto sale che ruotano intorno al Terzo cortile, di cui si sta completando la copertura a vetri e che ospiterà un nuovo spazio polivalente ed espositivo dove troveranno posto il complesso delle gronde leonine del tempio della Vittoria di Himera e la grande maschera gorgonica del tempio C di Selinunte.

Una sala, in cui è collocato un plastico della grande colonia greca affacciata sul Mediterraneo, introduce alla storia e alla vita della città. Il percorso, quindi, si snoda focalizzando i temi più rilevanti e restituendo per la prima volta l’idea della grandiosità e della complessità della più occidentale delle città greche di Sicilia: i culti, l’architettura, la scultura, l’ideologia funeraria per concludersi con la vita della città dopo la distruzione del 409 a.C. da parte di Cartaginesi guidati da Annibale. Moltissimi sono, in questo settore i reperti esposti per la prima volta. Si tratta, in particolare, di alcuni materiali votivi dal Santuario di Demetra Malophoros – tra cui una selezione delle deposizioni votive scavate negli anni sessanta nel campo di stele dedicato a Zeus Meilichios, oltre alle numerose offerte di oggetti metallici quali armi, ami da pesca o attrezzi agricoli in ferro – di numerosi e preziosi corredi rinvenuti tra l’ottocento e il novecento nelle diverse necropoli della città, delle terrecotte architettoniche policrome che decoravano i più antichi templi selinuntini, delle membrature appartenute allo straordinario tetto marmoreo del tempio A sull’acropoli, dei capitelli che ornavano i più importanti monumenti funerari e delle iscrizioni rinvenute negli stessi contesti cimiteriali.

Fulcro dell’esposizione rimane il grande refettorio dei Padri Filippini che ospita da oltre centocinquanta anni le famose metope dei Templi selinuntini, definito il più importante complesso dell’arte greca d'Occidente, adesso arricchito dalla contestuale esposizione di nuovi frammenti scultorei e di una consistente selezione di terrecotte architettoniche che conservano ancora la originaria  vivace policromia.

Silvia Mazza, edizione online, 27 luglio 2016


  • Il Prospetto su Piazza Olivella  dopo il restauro
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