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Opinioni

Paganini non ripete. Sgarbi sì

Bologna. L’11 febbraio, alla conferenza stampa di presentazione della sua (discussissima) mostra «Da Cimabue a Morandi» dedicati all’eccellenza dell’arte bolognese, il curatore e ideatore Vittorio Sgarbi (ma pur di questo si potrebbe discutere, essendo progetto che circolava negli ambienti accademici bolognesi da tempi immemori, vero omaggio a Francesco Arcangeli) ha dato il meglio di sé.
Forse non avvertito di partecipare a una presentazione istituzionale con tanto di autorità pubbliche presenti e non di fare la consueta comparsata in uno dei talk-show o televisivi spettacoli circensi e gladiatorii a cui è ormai avvezzo e in cui le sue sceneggiate (offensive e tediose ormai anche per le deliziose esponenti del genere Capra Hircus) trovano l’unica ratio nei picchi Auditel. Perciò profluvi d’insulti, denigrazioni, disapprezzamenti da caserma e da latrina su chi aveva osteggiato e criticato la mostra, a partire logicamente da Daniele Benati e dall'«Historicus Maximus» Carlo Ginzburg (i due capofila della famigerata petizione!) per toccare poi una studiosa già soprintendente di Modena e Bologna (e alla quale, fosse solo quello, va l’encomio del salvataggio di quella gemma del Barocco padano e italiano che è il Palazzo Ducale di Sassuolo) fino a chiamare «mediocre studiosa» una storica dell’arte tanto internazionalmente nota e acclamata (quanto lui all’estero è conosciuto e segnalato per il tentato trafugamento di un volume dal Courtauld Institute of Art di Londra) da vantare un palmarès che spazia dall’essere Senior Fellow alla Columbia University di New York e al Center for Advanced Study in the Visual Arts della National Gallery of Art di Washington alla nomina a Chevalier de l'Ordre des Arts et des Lettres in 1996, Chevalier de la Légion d'Honneur in 2001 e nel 2011 Officier dans l'Ordre des Arts et des Lettres. Il tutto condito da tanto pecorecci quanto extra-vagantes commenti sulle predilezioni sessuali sue e del presidente del Genus Bononiae Fabio Roversi-Monaco, tanto che lo stesso si è sentito costretto a pregarlo di soprassedere e tralasciare.
Il tutto fra i sorrisini (compiaciuti o imbarazzati?) e le risate, dall’accennate a labbra strette alle più sonore e sguaiate, di assessori e soprintendenti in carica e pubblico plaudente.
Non pago, la sera dell’inaugurazione della mostra, dopo il bagno di folla in estatica o ipnotica, e spesso poco «cognoscente», ammirazione, fra divini presenzialisti mondani e dame bolognesi sdilinquite in Sindromi di Stendhal, Sgarbi, a differenza di Niccolò Paganini, non si è trattenuto dal concedere il bis. A seguire l’inaugurazione fastoso dîner organizzato da uno dei più noti antiquari cittadini nella sua casa-museo in via Galliera (fra le vie bolognesi più eleganti di artistici palazzi gentilizi) nonché fra i più solerti prestatori di molte delle oltre 40 opere di proprietà di antiquari (e incuriosisce riflettere che in un’esposizione dedicata ai capolavori dell’arte bolognese figurino opere che in anni remoti o recenti non siano state acquistate da un qualsiasi museo locale) che in mostra figurano accanto a quelle plurime della Fondazione Cavallini-Sgarbi.
Il Vittorio nazionale vi giunge come d’abitudine con estremo ritardo (ma, si sa, «la ponctualité c’est la politesse des Rois») e accompagnato dalla consueta corte di «nani, ballerine, funamboli e cavallerizze da circo».
Aggirandosi fra i presenti, apostrofa una storica dell’arte di chiara fama e chiari meriti, colei che negli ultimi due decenni ha reso Bologna uno degli annuali centri di riferimento internazionale per l’arte moderna e contemporanea nonché sua amica fin dagli anni universitari, richiedendole il suo parere sulla mostra (parere peraltro già espresso in un’ampia e apprezzativa recensione sulle pagine di «Repubblica»). «La sventurata rispose», per dirla con Manzoni. E aggiunge un amichevole commento sul forse eccessivo numero di opere presente nella seconda parte della mostra. Apriti cielo! Si squarcia il Velo del Tempio e ne esce un’esondazione di insulti, contumelie, volgarità varie (salvate le capre, stavolta!) del solito forbito e colorito tenore a cui lo Sgarbi televisivo ci ha ormai purtroppo abituati. In un crescendo rossiniano esasperato dalla prima esterrefatta e poi imperturbabile reazione della signora (una gran signora) che si limitava a contrapporre agli epiteti un sorriso fra il beffardo e il compassionevole e uno sguardo fermo e glaciale.
Pessimo il comportamento del padrone di casa, a cui poco varrebbe l’inane sforzo della lettura di un manuale di Buone Maniere, che non interveniva a salvaguardare la sua ospite dall’aggressione per quanto venisse dall’«ospite d’onore» ma pure, benché bonariamente, la rimproverava di aver provocato la reazione «dello Sgarbi» (come reciterebbe un verbale delle forze dell’ordine). E altrettanto patetica la reazione degli astanti, immobili spettatori, pavidi e impietriti, dimentichi come lo Sgarbi d’ogni regola di civiltà e di decoro (cos’avrebbero mai detto Arcangeli e Longhi e Gnudi?).
Speriamo infine che quella splendida «Fortuna» di Giovanni Andrea Sirani d’emblée trasformata in una mediocre «Fortuna» di Guido Reni sia davvero di buon auspicio alla mostra.

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Giovanni Pellinghelli del Monticello, edizione online, 16 febbraio 2015


  • La «Fortuna» di Gian Andrea Sirani secondo Sgarbi sarebbe opera di Guido Reni

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