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L'Avvocato dell'arte

L’Avvocato dell’arte

Ri-creazione o retrodatazione

La datazione costituisce elemento identitario

Fabrizio Lemme

Ogni artista ha una sua evoluzione stilistica. Prendiamo quello che è probabilmente il più grande pittore italiano del ’900, Giorgio de Chirico: i suoi esordi sono legati ai Deutsch Römer (Böcklin) e alla Secessione di Monaco (Von Marées, Romako): in questo contesto, egli realizza un grande capolavoro come «La battaglia dei Lapiti e dei Centauri» (1909). Poi, all’inizio degli anni ’10, a Ferrara, il Maestro scopre la pittura metafisica e il tema della surrealtà è il motivo dominante della sua lunga esperienza parigina, dei suoi contatti con André Breton, Guillaume Apollinaire, Tristan Tzara. Negli anni ’30 si accosta a «Les Réalismes», cultura dominante nell’Europa dei dilaganti regimi totalitari. Poi, dopo il ’50, inizia la sua stagione finale, il Neobarocco rubensiano, cui rimarrà sostanzialmente fedele fino alla morte.
Delle quattro tappe eccelle su tutte il momento metafisico di Ferrara e Parigi, i grandi capolavori dei «Manichini» e delle «Piazze d’Italia». I collezionisti si contendono le opere di questo momento e, a quanto si dice, per accontentarli tutti, De Chirico retrodatava le sue opere, facendole risultare più antiche di quaranta o cinquanta anni.
Svelare la retrodatazione è cosa certamente difficile, peraltro non impossibile, anche perché il velo magico del momento metafisico almeno qualche volta si appanna. Inoltre, le rare opere di Ferrara o di Parigi sono quasi tutte documentate e Maurizio Fagiolo dell’Arco, con un prodigioso lavoro di storico dell’arte detective, è riuscito a reperirne la memoria, anche fotografica.
Ci si chiede allora: un artista può essere considerato contraffattore di se stesso e, come tale, punito, ai sensi della Legge Pieraccini? A stare alla lettera della legge, si dovrebbe rispondere di sì: la contraffazione è un reato «comune» (vale a dire, può essere realizzata da chiunque, nessuno escluso) e vano sarebbe affermare che nella stessa persona non possono coincidere i due ruoli di soggetto attivo e di soggetto passivo del reato. Infatti, nella contraffazione di opere d’arte, la subiettività passiva va sì riferita all’artista imitato e ai suoi successori ai sensi dell’art. 20 della Legge sul Diritto d’autore; ma anche al soggetto (normalmente, l’acquirente o il collezionista) ingannato dalla mistificazione.
Aggiungo però che non sarei sicuro della incriminazione di un artista che abbia retrodatato le sue opere, anche perché questi potrebbe difendersi sostenendone un ideale processo di «ri-creazione». Ma, al di là dell’aspetto penale, il tema della datazione dell’opera d’arte pone un problema anche in termini civilistici. Infatti, nella vendita di un bene culturale il venditore assume nei confronti dell’acquirente due distinte responsabilità: quella per l’assenza di qualità o presenza di vizi, che si prescrive in un anno dal contratto ed è soggetta a un termine di decadenza di otto giorni per la denunzia della scoperta dell’una o dell’altra (artt. 1490-1497 c.c.); quella per l’identità della cosa venduta («aliud pro alio»), che è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, decorrente dalla conclusione del contratto, e si sostanzia nell’azione di risoluzione da inadempimento (artt. 1453 e ss., 2946 c.c.). Ognuno vede come la diversità tra i due rimedi abbia rilevanti conseguenze sul piano della difesa della parte acquirente.
Ci si pone allora il problema se la datazione del bene culturale attenga alla sua identità o sia soltanto una sua qualità. Come si risolve, allora, l’ascrizione della datazione all’una o all’altra categoria?
Per risolvere il problema, ritengo ci si debba riferire alla nozione normativa, ormai corrente, che identifica l’opera d’arte, come ogni altro bene culturale, quale «testimonianza avente valore di civiltà» (art. 2/2 D.lgs. 42/04). Il bene culturale, come dice il precedente art. 1/2, «concorre a preservare la memoria della comunità nazionale», per come si è storicamente sviluppata e quindi la sua datazione ha una rilevanza storicizzata: un dipinto ha un suo significato storico-artistico in quanto documenti lo sviluppo dell’autore nei suoi rapporti con la società. In questo senso, come appare evidente, la retrodatazione altera tali rapporti e quindi priva l’opera del suo preciso significato storico e artistico. Proprio per questo, la disciplina che studia scientificamente le opere d’arte si definisce «storia dell’arte moderna» o «storia dell’arte contemporanea»: anche il presente ha una valenza storica!
Affermare, conseguentemente, che la retrodatazione incida solo sulla qualità dell’opera, non sulla sua essenza, significa fraintendere totalmente il significato culturale dell’opera d’arte.
La mia conclusione è pertanto la seguente: chi venda un’opera retrodatata vende cosa diversa rispetto a quella pattuita ed è soggetto pertanto all’azione di risoluzione per vendita di «aliud pro alio».

Fabrizio Lemme, da Il Giornale dell'Arte numero 340, marzo 2014


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