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Calvesi, Castelnuovo, Sgarbi: quanto l’arte «patisce» la crisi

Paese in declino arte in declino?

Dagli editorialisti italiani e stranieri alla borsa della spesa, alle aziende, alla fuga dei giovani: la decadenza del Paese Italia è sotto gli occhi di tutti. Anche la cura dell’arte e la capacità di fare arte? «Il Giornale dell’Arte» lo ha chiesto a tre autorevoli connoisseur

«L’Italia non sta precipitando nell’abisso. Più semplicemente si sta perdendo, sta lentamente disfacendosi. (…) Sopraggiunta dopo anni e anni di paralisi, la crisi è lo specchio di tutti i nostri errori passati così come delle nostre debolezze e incapacità presenti. Siamo abituati a pensare che essa sia essenzialmente una crisi economica, ma non è così. (…) Cade a pezzi tutto il nostro sistema culturale: dalle biblioteche ai musei ai siti archeologici. Siamo al vertice di quasi tutte le classifiche negative europee. (…) Quale futuro può esserci per un Paese così?». Questo estratto dall’editoriale di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul «Corriere della Sera» del 20 ottobre, è inequivocabile e ben sintetizza altri numerosi articoli pubblicati in tempi recenti e, insieme, la coscienza diffusa di quanto il Paese sia in profondo arretramento.
Quali effetti dobbiamo aspettarci nel mondo dell’arte?

Calvesi
«Gli artisti non possono non risentirne»
L’aumento della massa alfabetizzata, non solo in Italia, grazie alla diffusione del mezzo televisivo, non ha prodotto un maggiore interesse per la cultura; anzi, al contrario. La logica televisiva, infatti, si ispira al principio dell’audience, ovvero indulge al divertimento dell’ascoltatore e la cultura non è mai stata divertimento ma semmai passione. Una passione che si conquista con un lento processo avviato fin dall’infanzia. Fino a qualche anno fa, gli avvenimenti artistici trovavano spazio anche nei telegiornali e ricordo che io stesso, o qualche mio collega, eravamo chiamati a commentarli, sia pure brevemente. Che fine hanno fatto i profili di artisti curati con tanta grazia da Franco Simongini?
È questa certamente una delle ragioni che ha prodotto quell’indifferenza verso la cultura, e verso l’arte, che si tocca con mano anche nell’impressionante calo delle vendite, con la chiusura, almeno a Roma, delle principali case d’asta. È la crisi, si dirà; e certamente la crisi ha contribuito a creare quel disinteresse verso qualsiasi valore che non sia quello del denaro. Valori morali? Meglio non parlarne, tra vendite di deputati e bestiali strangolamenti quotidiani. La cultura è moralità, non può attecchire su un terreno così arido di valori morali. L’arte annega in questo mare di indifferenza. Ed è ben triste dirlo, ma io stesso, che ho una casa piena di opere d’arte, talvolta mi sorprendo a guardarle chiedendomi: ma a che servono questi strani oggetti? Sono pensieri che metto subito in fuga, ma che lasciano una traccia amara in un cuore che ha sempre battuto per l’arte.
E allora gli artisti? Non possono che risentire di questa sfiducia, di questa mancanza di calore, dunque di stimoli, a parte le macroscopiche e scoraggianti aberrazioni di un mercato internazionale che mette sugli altari opere più somiglianti talvolta (vedi gli abominevoli palloni di Jeff Koons) a Peppa Pig (un personaggio buffo che è l’idolo dei bambini di oggi) che non alla memoria di un dipinto o di una scultura. Questi abominevoli palloni sono appunto figli di un’arte concepita come spasso, gioco e presa in giro: figli dell’indifferenza che contempla solo il divertimento.
Non tutto è così, si dirà. Vero, e c’è da sperare che questi continui conati o aborti di rivoluzione che attraversano la nostra pur sempre indifferente società, trovino un giorno un esito davvero innovativo. Resta però tristissima la condizione di inferiorità degli artisti italiani, trascurati dalla cosa pubblica come trascurate sono anche le antiche bellezze della nostra arte, e condannati a essere marginali in un mondo tiranneggiato dal mercato e dal prepotente egoismo dei Paesi concorrenti. q Maurizio Calvesi


Castelnuovo
«Tra arte e società terreno comune è la speranza»
Un amico mi ha chiesto se pensassi che, dalla situazione melmosa scoraggiata e scoraggiante dell’Italia di oggi, un impulso positivo potesse nascere dall’arte. Non so se questa domanda abbia un senso e non me la sarei mai posta se non fossi stato stimolato a rispondere. Ricordate Il Terzo Uomo, il film di Carol Reed del 1949, sceneggiato da Graham Greene? In una Vienna buia, deserta, piena di macerie, percorsa dalle jeep degli occupanti, quale era quella che vidi qualche anno dopo la fine della guerra, il protagonista Harry Lime (Orson Welles) risponde al vecchio amico (Joseph Cotten) che gli chiedeva conto dei suoi traffici criminali: «In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù». Possiamo, per dirla alla toscana, scaldarci a questa fascina? Lasciandone da parte gli aspetti morali e le assurde semplificazioni, un nesso di questo genere viene messo in dubbio da Michael Baxandall quando nel 1985, in un articolo pubblicato sulla mitica rivista californiana «Representations», evocava la Legge di Bouguer per mettere in guardia dagli eccessi di chi intendesse legare troppo strettamente arte e società. Queste, essendo sistemi non omologhi, necessitavano di trovare un terreno comune su cui potessero compararsi, analogo a quello su cui nel Settecento lo scienziato Pierre Bouguer era riuscito a misurare la capacità luminosa di due differenti candele poste a diversa distanza. Nessun nesso diretto, dunque, tra la situazione sociale e la produzione artistica.
Nel 1960 Luigi Einaudi ricevette a Dogliani i collaboratori della casa editrice del figlio Giulio. Ricordo un suo asciutto e appassionato discorso in cui parlò delle grandi speranze nate alla Liberazione e andate deluse. Pensando allo stato miserabile del nostro Paese quando nacquero capolavori come «Roma città aperta» (1945) o «Ladri di biciclette» (1948) si capirà come tra «arte» e «società» ci potesse essere allora un terreno comune: la speranza. Temo che questo non sia il caso di oggi. q Enrico Castelnuovo


Sgarbi
«Aumenta il fatturato di Michelangelo & C.»
Gli indici economici dovrebbero suggerire strade da percorrere soprattutto in tempi di crisi, i «modelli di sviluppo» così efficaci dagli anni ’60 fino ai primi anni ’90 hanno mostrato i loro limiti, e le stampelle per garantire lo Stato sociale ci hanno portato al gravissimo debito pubblico. Debito con chi e verso chi? E per quanto tempo? C’è da pensare che dovranno passare molti anni per abbatterlo. Molti dei creditori saranno morti o falliti, nell’impossibilità, a loro volta, di saldare il debito. A chi dobbiamo i duemila miliardi del debito cosiddetto «pubblico»? Esso si è accumulato mentre si arricchivano, in proporzioni molto più vaste, i privati con il lavoro e con il risparmio e magari anche, nel sommerso, con l’evasione.
Oggi tutto è cambiato. L’introduzione dell’euro ha determinato gli scompensi del debito delle valute locali, tra i diversi Stati membri. È chiaro che la decadenza dell’Italia è dovuta al sostanziale fallimento del suo modello di sviluppo industriale. Basta guardare alla decadenza della principale industria automobilistica. Ma era giusto che l’Italia del Grand Tour, l’Italia dei monumenti, l’Italia delle civiltà antiche e moderne, dovesse pensare il suo futuro nell’asfalto delle autostrade, nello sviluppo automobilistico? Forse sarebbe stato più utile, come si sta facendo oggi, potenziare le infrastrutture ferroviarie, metropolitane, fluviali. Di quell’epoca di sviluppo deviato (e definito «sostenibile») conserviamo le autostrada, per ciò che possono consentire di sviluppo turistico. Ma, in questi anni, con la crisi economica abbiamo assistito anche a una regressione del potenziale turistico dell’Italia, almeno nelle sue mete più prevedibili, dalla costa romagnola alla costa Smeralda. Ma gli indici parlano chiaro. Ciò che non arretra è la cultura, nelle sue diverse manifestazioni. A partire dall’incremento turistico nelle città d’arte, all’aumento di visitatori nei musei, fra il moltiplicarsi di Festival letterari, filosofici, musicali, culturali in generale. Questo dovrebbe suggerirci che, mentre declina il modello di sviluppo industriale, perseguito negli ultimi decenni, cresce lo sviluppo culturale, come cresce la consapevolezza dell’importanza del patrimonio artistico e monumentale. Se agli indici statistici che abbiamo indicato si aggiungono i modelli alternativi di sviluppo, si conclude facilmente che sarebbe opportuno assecondare la nuova tendenza, accrescendone il potenziale economico. Alcuni esempi sono illuminanti. E il primo, forse, maturato nell’ultimo decennio, potrebbe essere il modello pilota per centinaia di altri luoghi analoghi. Mi riferisco al sito, un tempo pressoché abbandonato, di Santo Stefano di Sessanio (Aq), dove l’intuizione estetica ed economica di un imprenditore acuto di origine svedese, Daniele Kihlgren, ha portato non solo all’esemplare recupero, interni ed esterni, di un borgo storico che non ha saturato le sue meravigliose caratteristiche di tradizione, storia, vita rurale, ma ha moltiplicato il valore degli immobili. Questo dato economico non va ovviamente, trascurato, e va nella stessa direzione, anche se opposta nel metodo, dello straordinario, e talvolta mortificante, sviluppo immobiliare della costa Smeralda. I valori economici, prima e dopo la cura, sono gli stessi. Santo Stefano è stato preservato nella sua natura evitando ogni intervento arbitrario e ogni umiliazione speculativa. Eppure, per strade diverse e in tempi diversi, si è riscontrato un aumento di valore, in perfetta corrispondenza con la mutata prospettiva culturale e la nuova e diffusa sensibilità per la tutela del patrimonio storico, paesaggistico e architettonico. Se gli ultimi governi avessero riflettuto a questo mutamento e avessero assecondato la sensibilità maturata negli ultimi due decenni dai cittadini (in perfetta corrispondenza con l’unica rilevante impresa culturale rappresentata da Carlo Petrini con Slow Food), avremmo un diverso sviluppo e un’Italia più competitiva rispetto a ciò che nessun altro Paese può rivendicare: la sua caratteristica primaria per quantità e qualità. Nella stessa scia, con diversi pesi, si sono mossi, tra i casi più rimarchevoli, Alberta Ferretti, Tonino Guerra e Brunello Cucinelli. L’intuizione che contengono è evidente: se l’industria automobilistica perde terreno, e così ogni altra impresa industriale che non sia basata sulla peculiarità della tradizione italiana (penso al «made in Italy»: le scarpe, la ceramica, il mobilio...), Michelangelo, Raffaello, Tiziano conquistano terreno e consensi e fidelizzano visitatori stranieri per un turismo d’arte che non può che crescere. A un cinese e a un indiano è impedito di riprodurre il sublime di Giotto, di Botticelli, di Bernini. Per questo è un errore non avere meditato per tempo, in occasione dell’Expo 2015 a Milano, a una mostra su Leonardo. Miopia, mancanza di intelligenze? Incapacità di capire i tempi? I musei si riempiono e i libri si vendono. I centri storici sono più che mai visitati, e una mostra periferica, per luogo, ma non per soggetto, come il «Barocco nelle Marche. Da Rubens a Maratta» a Osimo, può in tre mesi superare i 25mila visitatori. Questo significa (io l’ho applicato fino da mio primo mandato di sindaco, nelle Marche, a San Severino) la ripresa economica di alberghi, ristoranti a compensazione della possibile diminuzione di presenze per attività commerciali. Quello che un tempo era un metodo, adesso si conferma nello specifico: la vocazione dell’Italia e la sua possibilità di recuperare terreno proprio attraverso la cultura. Crisi dello Stato, crisi economica, ma esaltazione dei siti monumentali e anche legati al turismo religioso. Non ho verificato la differenza di afflusso di pellegrini tra Santiago de Compostela, Loreto e i luoghi di padre Pio, ma posso affermare che l’accoglienza turistica a Santiago è eccezionale per la quantità di alberghi, ostelli, paradores. A Loreto non c’è neppure un albergo e questo penalizza molte meravigliose realtà di borghi abbandonati e destinati a diventare, da luoghi di vita, ruderi. Da questa riflessione si può concludere che al declino economico dell’Italia non può e non deve corrispondere un declino dei beni culturali e del loro interesse. Lo dimostra non solo il formidabile seguito di iniziative culturali di varia natura, ma anche dall’apertura di monumenti nelle giornate del Fai. Il Fai dovrebbe essere, con Slow Food, il faro della gestione del patrimonio monumentale, e al loro impegno dovrebbe ispirarsi lo Stato. Così non è. E abbiamo allora lo scollamento tra la sensibilità dei cittadini e la consapevolezza di chi governa.
Per intendere come la bellezza possa dare, a suo modo, risposte economiche conviene rileggere, pur nella diversa situazione storica, le parole dell’economista John Kenneth Galbraith sull’Italia e il suo sviluppo economico, profeticamente scritte trent’anni fa. Esse fotografano la situazione dell’Italia in altri tempi, ma suggeriscono anche una consapevolezza dell’Italia del futuro nel rispetto della sua più alta peculiarità: «L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della gestione amministrativa e politica, né infine la disciplina e la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura, e che città come Torino, Milano, Parma, Lucca, Firenze, Siena, Venezia, Trieste, Bologna, Roma, Napoli, Siracusa, Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del Pil, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società». Il futuro è arrivato. Il declino economico non è il declino della civiltà.
q Vittorio Sgarbi

da Il Giornale dell'Arte numero 336, novembre 2013


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