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Mostre

Parigi

L’antipicasso

Braque era troppo serio per essere un divo

Brigitte Léal

Parigi. L’ultima retrospettiva in Francia dedicata a Georges Braque fu quella svoltasi nel 1973 all’Orangerie. In occasione della grande e attesa mostra «Georges Braque 1882-1963», allestita al Grand Palais dal 18 settembre al 6 gennaio, abbiamo intervistato la curatrice Brigitte Léal (nella foto).
Perché sono dovuti trascorrere quarant’anni per vedere una nuova retrospettiva di Braque?
Non si può dire che Braque sia stato dimenticato dagli storici dell’arte, ma di sicuro non ha goduto della mediatizzazione che ebbe Picasso, per il quale fu tra l’altro creato un museo nel 1985, a Parigi. Se Braque è stato, per così dire, accantonato, si deve in parte alla sua indipendenza, al fatto che non si sia mai voluto allineare a un movimento. Inoltre, la sua figura neutra e appartata ha finito col danneggiarlo. Diversamente da Picasso, fu molto riservato sulla sua vita privata. Non bisogna dimenticare tuttavia che nel 1982 il Centre Pompidou dedicò una mostra formidabile ai papiers collés di Braque e che la Fondation Maeght lo sostenne molto. Oggi esiste un reale movimento di riscoperta della sua opera.
Intende dire che la personalità dell’artista ha inciso sulla sua carriera?
Senza dubbio. Braque rivendicava l’etica di Cézanne, quella stessa visione dell’artista solitario e potente. Era al contempo sprezzante e generoso nei confronti della nuova generazione di pittori, come Nicolas de Staël e Pierre Soulages. Viveva isolato, tra la casa di Parigi e l’atelier di Varengiville, in Normandia. Era un uomo austero, ma di convinzioni, autentico, integro. Un elitario, nel senso migliore del termine.
Quest’anno ricorrono i 50 anni della sua morte. L’anniversario ha ispirato la retrospettiva?
La mostra del Grand Palais rientra nelle celebrazioni nazionali per il cinquantenario della morte di Braque. Ma desidero sottolineare che sin da quando l’ho proposto alla Réunion des musées nationaux c’è stata un’adesione immediata al progetto. È stato riconosciuto che esiste un vuoto e che è necessario porvi rimedio riscoprendo l’opera integrale di Braque, senza fermarsi al solo ruolo nel Cubismo.
Qual è dunque l’ambizione della mostra?
La nostra conoscenza dell’opera di Braque è stata rinnovata di recente dalla traduzione di una monografia dello storico tedesco Carl Einstein, a lungo introvabile in Francia. Einstein si discosta dalla lettura strettamente ideologica della tradizione francese ed è quello che anche noi intendiamo fare. Per il resto, il percorso della mostra è concepito in maniera classica. Si va dai primi paesaggi fauve e dal primo papier collé all’ultimo dipinto del 1963. Ma un’ampia documentazione permette anche a chi lo desidera di esplorare i diversi risvolti della sua creazione, le influenze che musica, poesia, filosofia e letteratura ebbero sulla sua iconografia solo apparentemente monotona, nell’alternanza di nature morte e paesaggi, ma che si arricchì via via di nuove letture e delle amicizie con Pierre Reverdy, René Char ed Erik Satie, tutte figure non convenzionali. Inoltre, le numerose fotografie esposte, tra cui gli scatti di Man Ray e di Cartier-Bresson, mostrano Braque al lavoro nell’atelier. Sono immagini che fanno eco alla sua riflessione pittorica sull’atelier, in cui l’artista non compare maiUna visione opposta a quella di Picasso.
Quali sono i grandi temi che affronta la mostra?
Il rapporto rispetto al mito; i paesaggi; il ciclo degli atelier. Si individua quel filo rosso che attraversa tutta la pittura di Braque, quella fedeltà al Cubismo che Reverdy definì «avventura metodica», trovando le due parole giuste per descrivere la pittura di Braque: «avventura» e «metodo». Si affronta il suo gusto per la musica e la poesia. Naturalmente un’ampia sezione è dedicata all’amicizia con Picasso.
Ce ne parli.
Sarebbe impossibile fare una mostra su Braque senza parlare di Picasso. Anche se le loro personalità erano diametralmente opposte, tra i due nacque un’intesa straordinaria. Braque e Picasso vissero un’incredibile avventura comune, uniti dall’idea folle di ribaltare il mondo. Fu una straordinaria storia di gioventù che rimase intensa anche quando i loro cammini creativi si separarono.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 334, settembre 2013


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