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Spoliazioni naziste e arte degenerata

Che cosa succederà adesso al tesoro del signor Gurlitt?

Non è chiaro che cosa decideranno le autorità tedesche con le opere d’arte confiscate o rubate scoperte a Monaco

Hitler e Goebbels alla mostra di «Arte degenerata» (Monaco, 1937)

Monaco di Baviera (Germania). Le notizie sono di quelle forti. Quando si è scoperto che gli investigatori delle dogane tedesche avevano messo sotto sequestro 1.400 opere d’arte trovate in un anonimo appartamento di Monaco e che il proprietario, l’ottantenne Cornelius Gurlitt, figlio di Hildebrand Gurlitt, mercante di Amburgo che aveva una posizione privilegiata sotto il regime nazista, il mondo dell’arte internazionale è rimasto molto scosso. Può trattarsi di altro se non di arte rubata agli ebrei o condannata come «degenerata» dai nazisti e confiscata dai musei tedeschi?
La realtà non è così semplice. Alcune opere, la maggior parte su carta, furono sicuramente sottratte ai loro legittimi proprietari, soggetti privati e musei, durante il nazismo. Dopo la confisca da parte delle autorità, il 28 febbraio 2012, e non, come suggerirebbe il rapporto, un anno prima, la berlinese Meike Hoffmann, specialista in ricerche sulla provenienza, è stata incaricata dal pubblico ministero di Amburgo di ispezionare la collezione e di determinare chi fossero gli autori di queste opere. In una conferenza stampa dopo l’annuncio a sorpresa della scoperta di Monaco, la Hoffmann, che dirige il progetto «Degenerate Art» Research Centre alla Freie Universität di Berlino dal 2006, ha rivelato che opere fino ad allora sconosciute, come un autoritratto di Otto Dix, erano nell’appartamento di Gurlitt. La collezione comprendeva anche opere del pittore Biedermeier Carl Spitzweg e persino di Canaletto. Il silenzio del pubblico ministero circa la scoperta del tesoretto ha sollevato una forte protesta. L’influente avvocato di Berlino Peter Rauce lo ha definito un comportamento «incredibile» . Ma mantiene tutti i tratti caratteristici della riservatezza richiesta durante indagini di questo tipo. Dopo tutto, al momento di andare in stampa, Gurlitt non era stato accusato di alcun reato.
Tuttavia, dopo l’intervento della Cancelleria federale e del ministro per la Cultura, le autorità hanno deciso con riluttanza di pubblicare 25 opere, per le quali esiste il «ragionevole sospetto di confisca nazista», sul database online lostart.de. Tra queste, «Donna seduta» (1942), probabilmente di Henri Matisse, sottratta dalla Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (la task force nazista che si occupava della confisca dell’arte degli ebrei) dal caveau del mercante d’arte parigino Paul Rosenberg e quindi venduta dai nazisti a Hildebrand Gurlitt nel 1944, e «Riders on the beach» (1901) di Max Liebermann dalla collezione di David Friedmann di Breslavia.
Secondo l’ufficio centrale tedesco per la documentazione dei beni culturali scomparsi (il Koordinierungsstelle Magdeburg, che gestisce il Lost Art Database), 590 opere sarebbero sotto esame perché potrebbero essere state sottratte illegittimamente ai loro proprietari ebrei, e altre 380 furono etichettate come «degenerate» dai nazisti e confiscate ai musei. Tuttavia, le istituzioni coinvolte non hanno diritto alla restituzione. La storia delle restanti 430 opere sequestrate nell’appartamento di Gurlitt non è del tutto chiara. Uwe Hartmann, direttore dell’istituto per la ricerca museale ai Musei statali di Berlino, suggerisce che Hildebrand Gurlitt acquistò molte delle opere dal Ministero per la Propaganda di Goebbels. «A quel tempo era il legittimo proprietario delle opere», afferma Hartmann. Tuttavia, la pressione pubblica ora sta salendo e le autorità hanno deciso di aprire il caso.
Nel frattempo, il ministro bavarese della Cultura ha definito «un disastro» le tattiche messe in atto dalle autorità che, mentre andiamo in stampa, avevano in programma la pubblicazione di 590 opere di dubbia provenienza, in seguito alla decisione della task force federale recentemente istituita dal ministro nazionale della Cultura e diretta da Ingeborg Berggreen-Merkel, ex viceministro nazionale della Cultura. Questo significa che «i potenziali aventi diritto possono essere rapidamente messi nella condizione di identificare le opere scomparse e, se legittimati, rivendicarne la proprietà», afferma Berggreen-Merkel. Rappresentanti di tutte le autorità tedesche sono ora coinvolti in questa task force, dopo la critica iniziale per la presenza di un unico esperto (Meike Hoffmann) incaricato delle ricerche.
Anche se la pubblicazione di un elenco delle opere di Monaco potrebbe aiutare a dare credibilità alle richieste di restituzione, respingendole quando non giustificate, da un punto di vista legale la decisione è problematica. Se i collezionisti privati iniziassero a preoccuparsi che le loro collezioni possano essere rese pubbliche, verrebbe compromessa la volontà di collaborare per trovare «una soluzione equa e giusta» secondo le indicazioni della Dichiarazione di Washington del 3 dicembre 1998, che non è vincolante per i soggetti privati. È importante trovare un accordo amichevole con Gurlitt; per evitare quanto già accaduto l’anno scorso, quando interruppe le trattative con gli eredi del proprietario originario, il mercante Alfred Flechtheim, vendendo in asta «Lion Tamer» di Beckmann.
Hildebrand, il padre di Gurlitt, certo non fu senza colpa. Fu uno dei quattro mercanti incaricati di «riciclare» le opere confiscate dalla propaganda del ministro, Joseph Goebbels, la forza trainante nella lotta contro l’«arte degenerata». Si sono analizzate a lungo le attività degli altri tre: Bernhard Böhmer, Karl e Ferdinand Möller. Solo quella di Gurlitt non era stata indagata a fondo. Dopo la guerra, Gurlitt dichiarò che tutti i suoi documenti erano andati perduti nel bombardamento di Dresda del 1945. Il tribunale alleato lo considerò «meno coinvolto» nel regime nazista e potè così continuare con la sua attività.
Hildebrand Gurlitt (1895-1956) ha una biografia interessante. Come direttore del museo di Zwickau, in Sassonia, dal 1925 acquistò arte contemporanea, soprattutto Espressionismo, ma fu pesantemente attaccato dai politici nazisti nel Consiglio municipale al punto da essere costretto ad abbandonare l’incarico nel 1930. Lavorò quindi per l’Hamburger Kunstverein ma nel 1933 fu etichettato come «Jüdisch versippt» (sposato o in rapporti con ebrei; una delle sue nonne era ebrea) e fu licenziato. Da allora lavorò come mercante d’arte. Grazie ai suoi ottimi contatti tra i collezionisti di arte moderna, diventò uno dei principali mercanti d’arte, incaricato nel 1937 di vendere l’arte confiscata all’estero. Più tardi, fu inoltre coinvolto in acquisti per conto del Führer Museum di Linz, dove fu nominato «responsabile degli acquisti» per il mercato di Parigi e per la Cancelleria del Reich. Riceveva una commissione su queste transazioni, che variava dal 5 al 25% e gli fece guadagnare centinaia di migliaia di marchi. Gurlitt tenne per sé molti dei quadri e dei disegni che ora sono stati confiscati a suo figlio.
Cornelius Gurlitt nacque nel 1933, aveva 12 anni quando la guerra finì e probabilmente ignorava l’esatta provenienza delle singole opere. Al momento possiamo solo immaginare le ragioni di una così consistente collezione. Forse Hildebrand Gurlitt non riuscì a trovare sufficienti collezionisti ricchi, anche se il commercio di «arte degenerata» proseguì ancora durante il Terzo Reich. In quel periodo, collezionisti come Joseph Haubrich di Colonia e Bernhard Sprengel di Hannover misero insieme le loro collezioni di opere moderne condannate dai nazisti, e lo fecero proprio sotto al naso della Gestapo. Gurlitt non voleva vendere i propri beni ai musei, danneggiati dopo la guerra.
Nel nascondiglio di Cornelius Gurlitt si trovano due diverse categorie di opere: l’«arte degenerata» rimossa dai musei tedeschi dai nazisti e conseguentemente confiscata dalla legge nel 1938. Questa legge non fu mai abolita e vale ancora oggi nella Repubblica federale. Gli alleati vittoriosi (in particolare il governo militare degli Stati Uniti) e, in seguito, la rinata Repubblica federale, volevano salvare i collezionisti privati e il mercato dell’arte dalle battaglie legali senza fine sulle opere acquisite durante il nazismo. Il MoMA di New York potè acquisire opere magnifiche che appartenevano ai musei tedeschi, così come il Guggenheim e il Kunstmuseum di Basilea (in particolare nel corso della vergognosa asta di Lucerna del 1939). Le altre opere rientrano nella categoria «arte rubata», tesori sottratti o ai loro legittimi proprietari ebrei o acquistati esercitando pressione e minacce. Al momento non è chiaro come siano arrivate le opere nella collezione Gurlitt, se attraverso acquisto o scambio, legale o illegale, e se Gurlitt ne abbia la proprietà o siano in amministrazione fiduciaria. Stabilirlo caso per caso sarà difficile, anche se non più di tanti altri casi di restituzione che coinvolgono musei pubblici tedeschi. L’affermazione di Hildebrand Gurlitt che i suoi documenti sarebbero stati bruciati si è rivelata una menzogna: sono stati infatti ritrovati in casse nel suo appartamento. Forse aiuteranno a ricostruire le vicende delle singole opere.

Nel caso in cui Cornelius Gurlitt non possa dimostrare di essere il legittimo proprietario delle opere, queste andranno con ogni probabilità allo Stato tedesco. I politici coinvolti, allarmati dagli attacchi di avvocati (sia tedeschi che stranieri) e di esperti museali, hanno promesso che tutto si risolverà in adempienza alla Dichiarazione di Washington, e che rinunceranno al diritto di prescrizione solitamente valido per i casi civili. Non ci si aspetta tuttavia rapidi progressi. Gurlitt, che viveva come un recluso, non ha mai lavorato, e sopravviveva vendendo di tanto in tanto qualche opera, ha dichiarato al «Der Spiegel» di volere indietro i suoi quadri: «Non ho intenzione di restituire niente, ha spiegato al giornale tedesco. Quando sarò morto, che facciano quello che vogliono». 

Bernhard Schulz , da Il Giornale dell'Arte numero 337, dicembre 2013


  • Lo stabile di Monaco di Baviera in cui sono state ritrovate le 1.400 opere
  • Cornelius Gurlitt

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