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Vernissage

Un realista di belle maniere

Bronzino bello ma gelido? Macché, anticipa Caravaggio: a Palazzo Strozzi si torna all'interpretazione di Roberto Longhi

Bronzino, «Ritratto di Eleonora di Toledo col figlio Giovanni», 1545, Firenze, Galleria degi Uffizi

Si apre dal 24 settembre al 23 gennaio, a Palazzo Strozzi, la mostra «Bronzino, pittore e poeta alla corte dei Medici», curata da Carlo Falciani e Antonio Natali (catalogo Mandragora). È una delle più importanti monografiche mai dedicate al pittore Agnolo di Cosimo (1503-72). Tra le oltre novanta opere esposte, figurano una sessantina di suoi dipinti e cinque arazzi su suo disegno, provenienti da tutto il mondo, inclusi tre inediti, due dei quali citati dalle fonti e fino ad oggi sconosciuti: un «Cristo crocifisso» e un «San Cosma» dipinti, rispettivamente, per Bartolomeo Panciatichi e per la Cappella di Eleonora da Toledo a Palazzo Vecchio, da dove fu rimosso e andato perduto (cfr. Gda n. 299, giu. ’10, p. 73). I due curatori descrivono gli aspetti salienti di questa retrospettiva.
Perché proprio Bronzino?
Antonio Natali: La mostra si pone come il seguito ideale di «Officina della maniera» che curai agli Uffizi nel 1996, il cui percorso si snodava dalla nascita della prima Repubblica (1494) alla capitolazione drammatica della seconda (1530), aspirando a distinguere il primo anticonformistico trentennio del Cinquecento dalle età successive, quando si afferma una lingua figurativa nuova, quella dell’arte di corte, di cui Bronzino sarà illustre rappresentante. Nell’ultima sala era esposto infatti l’«Alabardiere» di Pontormo, la cui coperta di ritratto raffigurante «Pigmalione e Galatea» era stata dipinta dal giovane Bronzino. Ad aprire il percorso della mostra odierna, ribadendo la forte relazione che lega Agnolo a Jacopo, sono invece i quattro Evangelisti che ornano i pennacchi della Cappella Capponi di Santa Felicita, dov’è conservata la «Deposizione» di Pontormo e che quindi si possono ammirare per la prima volta da vicino. Sono opere in cui è difficile distinguere le mani dell’allievo da quelle del maestro, con l’unico punto fermo dell’ascrizione a Pontormo di «San Giovanni».
Qual è la vostra lettura critica?
A.N.: La nostra interpretazione si discosta in parte dagli studi critici degli ultimi decenni e, rifuggendo da formule classificatorie più utili a intendere un momento cronologico che non uno stile, si rifà invece a indicazioni di Roberto Longhi. Questi, nel 1927, riferendosi all’arte del secondo Cinquecento consigliava di guardare «anche più addietro per avvertire […] che proprio nel cuore dei movimenti più irrealistici del cosìdetto Manierismo, e addirittura nei più famosi rappresentanti dell’irrealismo come il Bronzino e il Pontormo, si possano scorgere […] frammenti e residui di una vena naturalistica, amorosa, e dedita all’apparenza ottica delle cose, ai valori». Un’eredità quattrocentesca insomma che poi arriverà fino al Seicento, alla pittura della Controriforma e a Caravaggio. L’ultima sala, dedicata all’allievo di Bronzino Alessandro Allori, chiarisce il senso di questa eredità trasmessa al secolo successivo.
Ma le fonti del tempo di Bronzino che cosa dicono?
Carlo Falciani: Notazioni riguardo il naturalismo si trovano già in Vasari, il quale scrive, ad esempio, che Bronzino «fece ritratti tanto naturali che paiono vivi veramente e che non manchi loro che lo spirito»; per il «Crocifisso» Panciatichi annota che «ritrasse da un vero corpo morto confitto in croce». Eppure di questa sua peculiarità nessuno più parla, avendo classificato il Bronzino come pittore algido e seguace di Michelangelo.
Da dove viene il titolo della mostra?
C.F.: Bronzino non è solo uno dei principali pittori della sua epoca ma anche un poeta capace di alternare il verso petrarchesco a quello burlesco in componimenti pubblicati da lui vivente. E questa commistione tra le arti, pittura, poesia e scultura, è ripercorsa nella sala centrale della mostra, dove sono riunite due delle tre allegorie di Venere di Bronzino e quella del Pontormo su disegno di Michelangelo, accanto a sculture di Cellini, Tribolo e Pierino da Vinci, i quali ebbero con Bronzino anche uno scambio di poesie. A.N.: Non si tratta di un titolo a effetto, bensì lo specchio di una situazione reale. D’altronde, il problema della storia dell’arte odierna è quello di non considerare le opere d’arte come testi poetici, di non interessarsi al loro contenuto, ma solo alla forma. Oggi per far apprezzare un artista si cerca di attirare il pubblico con feticci come le ossa ecc.., quando invece basterebbe appuntare lo sguardo su che cosa le opere abbiano voluto esprimere.
Avete qualche rammarico per progetti che non è stato possibile realizzare?
A.N.: Sebbene la mostra sia davvero molto nutrita di capolavori provenienti dalle più importanti istituzioni internazionali, siamo rimasti tuttavia delusi dalla negazione del prestito dell’«Alabardiere» di Pontormo dal Getty Museum di Malibu: il dipinto è una tela, non una tavola, quindi non presenta problemi particolari di conservazione. Poco comprensibile anche il rifiuto da parte della National Gallery di Londra, che possiede tre opere di Bronzino, di concedere prestiti, adducendo come motivazione il fatto che si tratta di opere importanti per il museo. Dal momento che quadri degli Uffizi sono richiesti da musei di tutto il mondo, non capisco perché le relazioni internazionali debbano essere concepite solo a senso unico, con l’Italia che presta e l’estero che riceve. © riproduzione riservata
In «Vernissage», in edicola insieme a «Il Giornale dell'Arte» di settembre, il «catalogue de poche» della mostra

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 301, settembre 2010



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