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Lo scandalo della Galleria Nazionale d'Arte Antica

Quel Circolo è l'unica «occupazione» di cui i militari sono capaci?

Su quali diritti i militari motivano il rifiuto di lasciare libero il palazzo Barberini sul Quirinale destinato ad ospitare il museo? Cesare D'Onofrio, documenti alla mano, dimostra che non ce n'è neanche uno, che anzi dovrebbero essere fuori dal 1951

Roma. Il fatto di cui sto per parlare è talmente noto a tutti che poche parole basteranno a riassumerlo: la Galleria Nazionale di Arte Antica, benché istituita nel 1883, non riesce ancora ad ottenere tutto per sé il Palazzo Barberini nel 1949 acquistato dallo Stato a tale scopo, in quanto buona parte del medesimo era già ed è rimasto occupato dall'ormai famoso «Circolo Ufficiali delle Forze armate d'Italia». Tanto facile è tale enunciato, tanto kafkianamente complesso è il groviglio delle motivazioni (non ho detto ragioni) che hanno finora permesso siffatta stortura.
Alle origini, nel 1949, il problema non esisteva, in quanto il binomio Galleria-Palazzo Barberini appariva risolto con l'acquisto di questo.
Il problema, invece, comincia da quando, per colpevole arrendevolezza dei Ministri della Pubblica Istruzione (poi Beni culturali) alle pressioni della Difesa si cominciò a credere che fosse strettamente legato e dipendente da un altro falso problema, e cioè che per ottenere tutto intero il Palazzo Barberini e pertanto l'allontanamento del Circolo fosse necessario che i Beni culturali di propria iniziativa reperissero prima una nuova sede (vale a dire un edificio altrettanto comodo e prestigioso) dove collocare il Circolo. Impresa, come dimostra un cinquantennio di carteggi, non soltanto titanica, ma impossibile vista la totale indisposizione dei Militari a qualunque trapasso pazientemente e varie volte proposto dai Soprintendenti dei Beni culturali, e soprattutto al di fuori di ogni principio logico: per quale ragione nei rapporti, anche se amichevoli, un Ministero deve essere tanto succube di un altro al punto che il primo, per occupare gli spazi di un edificio appositamente acquistato e assegnatogli per legge, deve esser costretto a reperire un'altra sede per il secondo?
Insomma, perché devono essere i Beni culturali a darsi tanto da fare, come appunto ha fatto Ronchey con Villa Blanc, per trovare una sede per il Circolo ricreativo del Ministero della Difesa? Non possono costoro trovarsela da sé?
Vediamo ora alcuni punti-cardine sull'appartenenza attuale di questa mirabile «Reggia del Sole» com'era definito nel Seicento il palazzo dei principi Barberini sul Quirinale, ed insieme sulle pretese di volta in volta prospettate dal Circolo che han dato luogo a un voluminoso dossier di rivendicazioni assolutamente prive di fondamento. Non vorrei esser tacciato di spirito antimilitarista: i «militari» (ho qui numerosi telegrammi di plauso inviatimi da alte personalità dello Stato Maggiore) sanno bene quanto mi sia battuto con i miei scritti per le loro sacrosante ragioni sull'ammodernamento dell'Ospedale del Celio (militare e civile). Anzi, a questo proposito, torno a ricordare la encomiabile disponibilità della Difesa a favorire gli scavi archeologici nel sottosuolo dell'Ospedale, per agevolare i quali non solo ha accettato che gli architetti, benché a lavori avanzati, varie volte modificassero i progetti, ma che quegli scavi ha reso possibili con propri contributi che ammontano ad oltre 4 miliardi. Mai gli archeologi avrebbero potuto avere a disposizione dal Ministero per i Beni culturali quella somma mentre indiscussa è stata la sensibilità di uno staff di generali di prim'ordine.
Fin dal settembre del '48 interrogazioni parlamentari lasciano intendere che lo Stato voglia esercitare la prelazione del Palazzo Barberini, allora in vendita, allo scopo di farne sede della Galleria Nazionale di Arte Antica la cui imponente quadreria si trova frammentata in diversi edifici (soprattutto Palazzo Corsini e Palazzo Venezia). Infatti, nel giugno del '49 avviene la compravendita dell'edificio per 800 milioni (dal principe Enrico a un privato): somma che il 13 ottobre del '49 viene sborsata dallo Stato che ha prontamente esercitato il diritto di prelazione. Benché nell'atto non fosse indicata la utilizzazione, non c'era dubbio sullo scopo culturale, come risulta da immediati interventi parlamentari (ne ricordo uno per tutti, quello del 30 ottobre '49: «... che accolga la intangibile maestà dell'Arte nella auspicata Galleria nazionale»), dai quali traspaiono, già allora, anche i timori di destinazione ad altri servizi (si tenga presente che il Circolo militare era stanziato nel Palazzo fin dal 1934).
Di lì a poco nel verbale di consegna del palazzo dal Demanio al Ministero della Pubblica Istruzione ed esattamente alla Soprintendenza ai Monumenti del Lazio in data 12 gennaio 1951, i due rappresentanti, in maniera inequivocabile, dichiarano e sottoscrivono: «Il Palazzo Barberini sarà adibito a Galleria Nazionale d'Arte Antica, e a sede d'Istituti culturali dipendenti dal Ministero usuario». È questo un documento di fondamentale importanza, lapidario nella sua chiarezza a futura memoria: eppure è stato costantemente ignorato.
Infatti, già il 27 aprile del '53 si assiste alla stipula di una «Convenzione tra il Ministero della Pubblica Istruzione e il Circolo delle Forze armate per l'uso di Palazzo Barberini», dove l'articolo 7 addirittura stabiliva la coabitazione per la durata di 12 anni. A parte il fatto che tale durata, non essendo mai stata «confermata e denunziata da ciascuna parte un anno prima della scadenza», è da ritenere sepolta fin dal '65, è davvero inspiegabile come la Pubblica Istruzione abbia potuto accettare un simile accordo-diktat che la metteva in condizione di non poter mai realizzare lo scopo per cui il Palazzo era stato acquistato. Incongruenza pienamente spiegabile se invece pensiamo alle pressioni del Circolo quali incessantemente, fino ai nostri giorni, continueranno ad affiorare in questa vicenda. Dalla lettura attenta dei documenti concluderei che proprio a partire dalla «Convenzione» del '53 si sia andata formando nelle gerarchie della Pubblica Istruzione (poi Beni culturali) la convinzione dell'obbligo, da parte loro, di dover reperire una nuova sede a favore dei Militari. Insomma, quasi un plagio.
Al riguardo devo però ricordare che, mentre nessun ministro (fino a Ronchey) si sarebbe direttamente interessato per la soluzione del problema, alcuni soprintendenti ai Beni artistici cercarono di opporsi a quella dipendenza: soprattutto la compianta Paola della Pergola la quale, avendo per fortunata controparte, quale presidente del Circolo, un generale di squisita sensibilità come Giuseppe Calamani, era quasi riuscita nell'intento di convincere la Difesa a provvedere da sé per la nuova sede (la soprintendente ne propose una ventina, da ultimo il cinquecentesco Palazzo Salviati alla Lungara, soluzione, questa, auspicabile anche oggi, in quanto l'edificio è di spettanza dei Militari dal 1870). Ma ahimè: hic manebimus optime...: non si trovò un Palazzo che al Circolo andasse bene! Il che era logico per chi s'era abituato alla «Reggia del Sole». Ed infatti neppure Villa Torlonia, alla cui cessione però si oppose fieramente il Comune allora governato dai comunisti, andava bene: al riguardo il Circolo si dichiarò disposto ad accettare la parte migliore della Villa, ma al solo patto di «conservare la disponibilità del primo piano di Palazzo Barberini per lo svolgimento dell'attività di alta rappresentanza» (lettera della Difesa del 21 novembre '81)!. Sulle orme di Paola della Pergola è doveroso ricordare che si mosse il suo successore Dante Bernini, con non minore tenacia e con la stessa sfortuna.
Ma su quali documenti si basava (e si basa tuttora anche in sede giuduziaria) la pervicacia militare a pretendere l'inamovibilità dal Palazzo barocco? A parte il fatto dimostrabile che il Circolo ha dato per scontata tale inamovibilità fin dalle origini (direi almeno dal '48), sarà proprio il generale Calamani a mettere in luce tali documenti. All'indomani degli incontri cordia-lissimi con la professoressa della Pergola (in data 10 novembre '75), la quale, dati i buoni rapporti, riteneva che si fosse pervenuti alla soluzione integrale a favore della Galleria (aveva addirittura redatto e proposto alla Difesa un preciso scadenzario per la liberazione di tutti gli ambienti, da realizzare entro l'anno '78), il 10 novembre '79 il generale Calamani scriveva preoccupato alla Soprintendente: «... Un approfondito esame del problema da parte degli Organi interessati della Difesa ha portato alla luce alcuni elementi che né io né i miei diretti collaboratori conoscevamo il giorno della riunione. Mi riferisco alla vasta normativa, susseguitasi nell'arco di molti anni, con cui viene sancito che il Circolo Ufficiali delle Forze armate d'Italia ha la propria sede in Roma, Palazzo Barberini...»; e quindi chiedeva nuovi incontri.
Ma quale era cotesta «vasta normativa» cortesemente acclusa alla lettera? Nient'altro che un regio decreto del 15 ottobre 1934 n. 2111 (poi ripetuto quattro volte in tempi successivi tale e quale salvo piccole varianti su questioni interne al sodalizio), col quale il Circolo era stato eretto in Ente morale. Dato che in atti del genere è necessario che l'Ente interessato dichiari una sede-recapito, all'articolo 3 fu dettato: «Il Circolo ha la propria sede nel Palazzo Barberini...». Ma attenzione: tale esplicito riferimento non rappresenta affatto una sanzione legislativa di attribuzione al Circolo della sede in questione (che, non si dimentichi, nel '34 era ancora proprietà privata dei Barberini ai quali il Circolo pagava il fitto): consiste soltanto nella presa d'atto in sede di erezione in Ente morale (unico scopo di quel decreto) del sodalizio militare e di contestuale approvazione dello Statuto. Niente altro; assolutamente. Dinanzi a così patente fragilità e insussistenza documentaria, rimane davvero inspiegabile come mai quel decreto possa tuttora far credere inamovibile il Circolo dal Palazzo Barberini, arrivando perfino ad esser collegato con la tribolata questione di Villa Blanc e ad impedirne la prelazione.
Barberini e Blanc sono dunque due questioni nettamente distinte, senza nessun legame tra loro. La prelazione della Villa, come ha tentato Ronchey con unanime consenso, va giudicata come l'iniziativa coraggiosa e responsabile di un Ministro per i Beni culturali: da non tramutarsi però in una conditio sine qua non per risolvere l'altro incancrenito problema.
Si acquisti o no la Villa, ciò non deve essere evento determinante per la conclusione dell'altro; il punctum dolens dell'occupazione militare va rimosso per se stesso. Nell'unica maniera possibile e decorosa: il Circolo non può e non deve ulteriormente occupare (Costantino avrebbe detto: «instinctu militari») quel Palazzo per la propria «ricreazione», che nulla ha da spartire con la cultura. Il Ministero della Difesa in certe sue gerarchie (ma non tutte, per fortuna) deve rendersi conto una buona volta di quale scandalo di fatto continui a rendersi colpevole dinanzi al mondo non solo della cultura, ma perfino militare.
Ciononostante, il Circolo ha di recente chiesto di godere dei benefici derivanti dall'articolo 15 del decreto 17 gennaio 1990 n. 44 e ottenuto esito favorevole mediante l'intervento della Direzione generale del Demanio la quale, con nota del 4 settembre '91, ha autorizzato l'Intendente di Finanza «a regolarizzare i rapporti col suddetto sodalizio mediante la stipula di un atto di concessione a titolo gratuito della durata di 19 anni a decorrere dall'1.1.1991»: il che significa la permanenza del Circolo nel Palazzo Barberini fino al 2010 senza più pagare i 152 milioni di fitto mensile e i 3-4 miliardi di arretrati.
Eppure, a parte queste ultime operazioni sulla cui liceità il Magistrato non potrà non interessarsi, il mezzo per cancellare tante incertezze e sotterfugi è a portata di mano: la legge dell' 11 luglio 1987 n. 390 concernente la «Disciplina delle concessioni e delle locazioni di beni immobili demaniali e patrimoniali dello Stato in favore di enti o istituti culturali...», dalla quale estraggo solo qualche brano. L'articolo 1: «L'Amministrazione finanziaria può dare in concessione o locazione per la durata di non oltre 19 anni, beni immobili o demaniali o patrimoniali dello Stato, non suscettibili anche temporaneamente di utilizzazione per usi governativi...». L'articolo 5: «La concessione è revocata e la locazione è risolta per sopravvenuta necessità di utilizzazione dei beni per usi governativi».
Insomma, una legge che, a giudizio unanime di esperti e di studiosi, sembra fatta apposta per ottenere l'immediata liberazione del Palazzo. A meno che qualche compiacente soccorritore non venga a dimostrarci che «culturalmente» il Circolo Ufficiali è più valido della Galleria Nazionale d'Arte antica.
Per concludere, vorrei citare una lettera che la soprintendente della Pergola inviava il 23 ottobre '76 a «La Repubblica»: «Questa Soprintendenza non ha alcun obbligo di fornire un cambio. Il Circolo delle Forze Armate d' Italia, che non ha più contratto dal 1965, che non ha doveri culturali, tra cui comunque non possono certo annoverarsi presentazioni di libri dell'Utet come una qualunque libreria romana; che affitta le proprie sale per matrimoni come un qualunque albergo di Roma, impedisce in realtà un'opera di alta cultura quale è quella di raccogliere il patrimonio della Galleria Nazionale in un insieme museale di importanza mondiale, e impedisce anche che l'Accademia dei Lincei, che ha sede in Palazzo Corsini, possa rientrare in possesso degli ambienti tuttora occupati, in prevalenza come deposito, dai quadri della Galleria Nazionale d'Arte antica. Mi auguro che le buone prospettive di un accordo, già apertesi con il Segretario generale del Ministero della Difesa [il citato generale Calamani], possano approdare al più presto al risultato desiderato. Tale è anche il voto di tutti gli Istituti di Cultura di Roma, mentre tutti i musei del mondo guardano a questa realizzazione, non più procrasti-nabile».
Sono passati diciassette anni: le cose non sono cambiate; anzi sono peggiorate. Sicché oggi non ci resta che sostenere la tenacia di Ronchey quando dichiara (nello scorso numero del Giornale dell'Arte, p. 6): «Anche se perderò la battaglia di Villa Blanc, non farò morire il progetto di Palazzo Barberini. I militari se ne devono andare e dovranno cercarsi, ma questa volta da soli, un'altra sede». A nostro avviso, è questa l'unica strada da percorrere. Tenendo a mente l'incoraggiamento che Virgilio ripete a Dante: «Non sbigottir ch'io vincerò la prova», cui segue il monito: «Questa lor tracotanza non è nuova».

Cesare D'Onofrio, da Il Giornale dell'Arte numero 114, settembre 1993


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