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Archeologia

Meraviglie dal SUDAN | 9. Mi scusi professore

Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

La sala principale del museo del Gebel Barkal (Foto F. Tiradritti)

Al risveglio nella casa di Karima procurataci da Abdelhai mi convinco di una cosa: dobbiamo trovare una nuova sistemazione. Di mattino è ancora peggio che di pomeriggio. Appartiene ad Ahmed Moussa, il figlio di un guardiano che ho conosciuto negli anni Novanta del secolo scorso. Forse l’unico sudanese sulla cui onestà ho sempre nutrito seri dubbi. Approfittarsi dello straniero deve essere un comportamento trasmissibile per via ereditaria. Tale il padre, tale il figlio.

Ahmed vuole che paghi duecento dollari per il tugurio in cui ci ha sistemati. Cento per la notte trascorsa e cento per quella non trascorsa. Pare che confidando nell’evoluto sistema viario sudanese, Abdelhai gli avesse annunciato il nostro arrivo per il giorno precedente. Ahmed sostiene di avere rifiutato l’alloggiamento a un numero imprecisato di turisti. Non posso non ridergli in faccia. Gli dico che ho da fare e che ne riparleremo in seguito.

Proprio da Ahmed vengo a sapere che è appena arrivata a Karima anche Irene Vincentelli e che si trova nella casa dirimpetto a quella dove stiamo noi. Con Irene ho condiviso l’esperienza sudanese del 1984. Sta scavando il sito di Sanaam sulla riva orientale del Nilo ed è probabilmente una delle archeologhe italiane più rinomate nel settore degli studi di Sudanologia.

La trovo indaffarata a caricare i materiali da portare sullo scavo. È così stupita di vedermi che all’inizio stenta persino a riconoscermi. Scambiamo qualche frase di convenevoli, qualche battuta, riandiamo col ricordo alle passate esperienze e ci salutiamo. Ha fretta di raggiungere lo scavo dove gli operai la aspettano.

Dal canto nostro andiamo al museo del Gebel Barkal, una piccola costruzione che sorge nel deserto subito a nord dell’altura. Ho fretta di sbrigare le pratiche amministrative e dare inizio ai lavori. Abdelhai mi presenta Lohay, l’ispettore locale al quale mostro i nostri documenti. Tutto in regola. Possiamo cominciare.
Rimango piacevolmente esterrefatto. In Egitto la stessa procedura avrebbe preso un paio di giorni e necessitato della firma di almeno quattro-cinque funzionari.

Abdelhai e Taha devono parlare con Lohay e ne approfitto perciò per visitare il piccolo museo. L’aspetto generale è di notevole abbandono. Polvere ovunque e didascalie stinte che cadono a pezzi. Il percorso espositivo comprende due sale e un cortile e prevede alcuni dei monumenti ritrovati nell’area archeologica del Gebel Barkal negli ultimi anni. Devo dire con orgoglio che i più significativi sono proprio quelli ritrovati dalla Missione Archeologica dell’Università di Roma, diretta prima da Sergio Donadoni e poi da Alessandro Roccati nel corso degli scavi del palazzo di Natakamani, le cui rovine si intravedono anche dal museo.

Ritrovo «vecchie conoscenze», come la statua di leone frantumatasi nel corso delle operazioni di rimozione dallo scavo. Pare che fosse fissata male al supporto al quale era stata fissata e sia caduta nel corso delle operazioni di sollevamento. Si tratta di un fatto accaduto prima del mio arrivo in Sudan, ma gli operai ne serbavano ancora il ricordo e si divertivano a imitare Donadoni che si metteva le mani nei capelli e urlava contro di loro «Limada? Limada?» («Perché Perché?»).

Nel 1984 ebbi però modo di assistere al restauro della statua effettuato da Carlo Usai. Quasi un miracolo. La rimontò e la consolidò superando la limitatezza dei mezzi che angustiava il Sudan dell’epoca. Accanto a questa statua se ne trova una seconda con la testa rivolta verso sinistra, riportata alla luce nel 1995. Di modellato molto migliore rispetto alla precedente è diventata un po’ il simbolo degli scavi italiani al Gebel Barkal.

A questo proposito segnalo che, chi fosse interessato a saperne di più, può andare a visitare la piccola mostra «La montagna e il leone» a cura di Emanuele Ciampini, l’attuale direttore della missione. È aperta al Museo Barracco di Roma fino al 19 gennaio 2020. Sono andato all’inaugurazione. In una vetrina erano esposte la sciarpa e la teiera di Donadoni e due fotografie della campagna di scavo 1984. C’ero anch’io. Mi ha fatto una certa impressione vedermi «esposto». Mi ha fatto sentire «antico».

La statua di leone ritrovata nel 1995 fu oggetto di un paziente scavo da parte dell’architetto Carlo Cataldi Tassoni, altro membro leggendario della Missione Archeologica Italiana in Sudan. A causa della fragilità della pietra si decise di lasciarla sul posto. Fu recuperata l’anno successivo dopo un consolidamento preventivo. In quell’occasione, poco distante, fu anche recuperata il muso dell’animale staccatosi già in antico.

Continuo la mia visita e dopo pochi metri mi fermo davanti a un pezzo in arenaria quasi quadrato che suscita ancora oggi la mia più profonda emozione. Si tratta di una stele con un’iscrizione in meroitico corsivo di cui si riescono ancora a leggere almeno otto linee. Fu scoperta nel 1984 proprio nell’unico giorno in cui ero rimasto a casa per la forte stanchezza accumulata. Immaginatevi la frustrazione. Dallo scavo esce qualcosa di significativo e io sono a letto con una stupida febbriciattola. Credo che il desiderio di vedere la stele appena ritrovata mi abbia fatto guarire in modo miracoloso. L’indomani ero al museo dove era stata portata. Donadoni mi concesse di copiarla e di studiarla.

Ora come allora il meroitico era leggibile ma non traducibile. Jean Leclant, pioniere negli studi di questa lingua, aveva raccolto tutte le iscrizioni note in un repertorio. Sperava di ricavare qualcosa da questo repertorio e le aveva fatte copiare in un elaboratore (la parola computer non aveva ancora grande utilizzo). Ne aveva ricavato una sorta si indice delle parole (in meroitico sono divise da un segno speciale e perciò riconoscibili) che aveva fatto stampare e distribuire tra i colleghi.

Donadoni aveva una delle copie nella casa della missione a Karima. Gliela chiesi in prestito e cominciai a identificare i segni sulla copia della stele che avevo fatto. Tornai varie volte a verificare l’originale al museo dove intanto la pietra era stata trasportata. Dopo qualche giorno Donadoni convocò una riunione nel corso della quale dovevamo discutere le possibili interpretazioni della stele. Ogni momento di quel tardo pomeriggio è rimasto impresso nella mia memoria e lo posso ancora oggi rivivere quasi istante per istante.

Ci riunimmo nel diwan, l’ambiente che in una casa musulmana è posto accanto all’entrata e dove vi soggiornano gli uomini e vengono ricevuti gli ospiti. Donadoni lo aveva trasformato in una sala di studio. Tavolini, sedie e un paio di scaffali in ferro dipinto d’azzurro ne costituivano lo scarno mobilio. Da fuori proveniva il leggero ronzio del generatore. La notte era già scesa, a Karima non era ancora arrivata l’energia elettrica e quello era l’unico sistema per avere un minimo di luce con la quale lavorare.

Al fioco chiarore emanato da una lampada da tavolo Donadoni diede conto di quello che aveva letto sulla stele, Irene Vincentelli fece alcuni commenti, il silenzioso Sergio Bosticco, professore di Egittologia a Firenze e altro egittologo della missione, rimase in silenzio. Nessuno di loro era arrivato a nulla di concreto e la stele continuava a conservare i suoi segreti. Marina De Luca, altra restauratrice della missione troppo presto scomparsa, prese la parola senza essere stata interpellata come faceva spesso. Disse che mi aveva visto lavorare sulla stele e che forse avevo anch’io qualcosa da dire al proposito. Sette paia di occhi si rivolsero verso di me. Donadoni mi osservava perplesso dietro le spesse lenti degli occhiali e mi esortò a esporre quello che ero riuscito a ricavare. Sudavo.

Mi feci coraggio. «In realtà io qualcosa avrei letto».
«Sentiamo», fece Donadoni.
Abbassai gli occhi e feci finta di guardare gli appunti che avevo davanti per togliermi dall’imbarazzo che mi provocavano gli sguardi degli altri.
«Ecco. Se si va alla fine della linea quattro ci sono due segni che letti con quelli della linea cinque darebbero Arkakharor, che è il figlio di Natakamani. Se poi si torna alla fine della linea due, l’ultima parola sembrerebbe proseguire nella linea tre e darebbe così Amanitore che è la moglie».

Pronunciai più o meno queste parole senza quasi riprendere fiato tale era l’emozione. Silenzio. Alzai lo sguardo. Le sette paia di occhi mi osservavano tra lo stupito e il perplesso. Donadoni prese il volume di Leclant e cominciò a sfogliarlo. Tutti gli si fecero intorno.

«Ma… ragazzo mio, qui non c’è il nome del figlio che ha detto. E Amanitore? Non mi sembra che i segni si possano leggere così. Sì… In verità "Amani" si legge e non fa molta difficoltà. Vuol dire "Amon" ed è perciò probabile che qui sia citato il dio. Il segno ‘to’ però proprio non riesco a leggerlo. Mi spiace».

«Mi scusi, professore». A queste due parole l’intero universo si fermò. In seguito seppi che nessuno osava replicare a Donadoni. Malgrado lo conoscessi ormai da quattro anni, questo particolare mi era sfuggito. Proseguii «Guardi professore che il segno "to" è scritto così perché ha una legatura e alla linea successiva la "r" e la "e" si vedono abbastanza malgrado le scalfitture. Arkakharor non l’ho invece trovato nell’indice principale, ma per un puro caso alla fine del volume. Ce n’è uno con soltanto i nomi di persona».

Donadoni riprese a sfogliare il volume. Si fece passare la mia copia della stele. La confrontò con la sua. Io mi stavo sentendo male. Gli sguardi di disapprovazione di quelli che conoscevano meglio Donadoni mi dicevano chiaramente che la mia carriera da egittologo era finita prima ancora di cominciare. Stavo per dire qualcosa, ma Carlo Cataldi Tassoni mi fece cenno di tacere e aspettare. Donadoni continuò a sfogliare e a controllare il volume di Leclant. Ogni tanto comparava la mia copia con la sua. Trascorse un tempo interminabile. Poi alzò la testa e mi guardò fisso negli occhi, un’espressione di pietra sul viso. «Bravo!». Null’altro. Poi tornò a tuffarsi nella consultazione dell’indice di Leclant.

La tensione si sciolse e gli altri presero a congratularsi con me. Cataldi e io uscimmo e ci accendemmo una sigaretta. Allora fumavo. Finii e mi allontanai con la scusa di andare in bagno. Avevo bisogno di stare da solo. Mi tremavano le gambe. L’emozione era stata troppo forte e piansi. Di gioia, ma anche per la tensione del momento. Ma ci pensate? Donadoni mi aveva detto «Bravo!». A me, un ragazzo che non aveva mai visto il mondo e che non aveva ancora completato di Egittologia. «Bravo!» e ancora non ci credo lo abbia detto. Credo sia stata la prima e l’ultima volta in tutti i lunghi anni trascorsi insieme. In quell’occasione ebbi una buona dose di fortuna e altrettanta presunzione.

«Bravo!» e le due sillabe riecheggiano ancora nel mio animo mentre osservo quella che oggi è nota come la Stele di Amanitore e Arkakharor. Per tutti un monumento appoggiato a una parete scalcinata; per me il primo passo di un percorso scientifico che mi ha riportato oggi in questo museo dove trentacinque anni fa trascorsi ore e ore a copiare e leggere i segni di una lingua che ancora oggi serba intatto il suo mistero.


MERAVIGLIE DAL SUDAN
Il taccuino di viaggio di Francesco Tiradritti

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12. Ritorno al Gebel Barkal

Francesco Tiradritti, edizione online, 17 dicembre 2019


  • Leone in arenaria ritrovato tra i resti del palazzo di Natakamani nel 1995 (Foto e scontorno F. Tiradritti)
  • Entrata del museo del Gebel Barkal (Foto F. Tiradritti)

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