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I Carracci spagnoli di nuovo insieme dopo duecento anni

Nel 2020 il Mnac di Barcellona e il Prado di Madrid riuniranno in una grande mostra gli affreschi di Annibale Carracci per la Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli a Roma

La sala del Museu Nacional d'Art de Catalunya con i nove affreschi di Annibale Carracci, già nella Cappella Herrera della Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli a Roma. Altri sette frammenti sono nel Prado di Madrid, uno è a Roma e tre risultano dispersi

Madrid e Barcellona. Duecento anni dopo essere state strappate dalla Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli a Roma per salvarsi dalla rovina e finire disperse tra Madrid e Barcellona, le 20 pitture murali di Annibale Carracci tornano insieme.

L’occasione è una grande mostra organizzata dal Museu Nacional d’Art de Catalunya (Mnac) di Barcellona e dal Museo del Prado di Madrid che accoglierà la première nell’estate del 2020. Successivamente la rassegna, comprensiva anche dei disegni preparatori conservati nelle collezioni del Louvre e del Castello di Windsor, andrà a Barcellona e a Roma (non si sa ancora in quale ordine).

In seguito alla guarigione figlio malato, all’inizio del Seicento il banchiere spagnolo Juan Enríquez de Herrera commissionò ad Annibale Carracci una serie di affreschi dedicati al santo francescano Diego di Alcalá. Allo scopo comprò uno spazio nella Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, in piazza Navona a Roma, affidando la costruzione di una cappella all’architetto Flaminio Ponzio e le decorazioni murali a Carracci, l’artista più quotato del momento dopo la recente conclusione del suo capolavoro in Palazzo Farnese.

«All’epoca la pittura elegante e tradizionale di Carracci era molto più valutata e richiesta della proposta rivoluzionaria di Caravaggio, oggi molto più apprezzato», ha spiegato Pepe Serra, direttore del Museu Nacional, in occasione dell’annuncio della mostra. Purtroppo appena terminati i disegni preparatori Carracci ebba un infarto e fu costretto a passare l’incarico ai suoi più stretti collaboratori: Francesco Albani, Sisto Badalocchio, Giovanni Lanfranco e il Domenichino. «Anche se il tratto vigoroso del maestro non appare in tutte le opere, i suoi aiutanti riuscirono a imprimere una straordinaria omogeneità stilistica agli affreschi», assicura Andrés Úbeda, responsabile del Dipartimento di conservazione e ricerca del Prado, che curerà la mostra.

Gli esperti sono invece concordi nell’affermare che la pala raffigurante san Diego che presenta il figlio di Herrera a Gesù fu realizzata proprio da Carracci. L’opera, conservata a Roma nella Chiesa di Santa Maria in Monserrato, probabilmente fu realizzata per ripagare il committente insoddisfatto. Il poco comprensivo Herrera prese infatti molto male la notizia dell’infarto di Carracci, si rifiutò di pagare l’anticipo pattuito e minacciò di fargli causa, ma l’artista era già molto malato e morì nel 1609, due anni dopo aver consegnato l’opera.

Mentre lavora all’organizzazione della mostra Úbeda continua le ricerche per fare luce sulle molte zone d’ombra che ancora circondano le pitture, per esempio com’erano collocati i riquadri che hanno forme diverse: trapezoidali, rettangolari e ovali.
Nel 1824 la Chiesa di San Giacomo fu sconsacrata perché gli spagnoli preferirono mantenere la Chiesa di Santa Maria che aveva rappresentato per più di quattro secoli la Corona d’Aragona in Italia. Per salvare gli affreschi, nel 1830 il re Ferran VII diede allo scultore catalano Antoni Solà, direttore dei pensionati spagnoli di Roma, l’incarico di metterli in salvo trasferendoli dal muro alla tela.

Dopo la sconsacrazione, per il tempio iniziò una lunga agonia fino al 1878 quando fu venduto ai missionari francesi del Sacro Cuore che lo modificarono al punto da renderlo irriconoscibile. Tutti gli oggetti di valore rimasti furono trasferiti a Santa Maria in Monserrato, compreso il quadro che rappresenta la guarigione miracolosa del giovane Herrera. Le notizie dei vent’anni successivi sono confuse e non si sa perché le pitture furono separate, ma è certo che nel 1850 nove opere arrivarono a Barcellona, sette a Madrid, una restò in Italia e tre andarono disperse.

Da allora sono passati quasi 200 anni e per la prima volta le 17 opere e i relativi disegni preparatori stanno per essere riuniti. Ci sono buone probabilità che riappaiano anche le tre tavole disperse.

Roberta Bosco, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


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