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Solovki, rinasce il monastero. Era diventato anche un gulag

Remoto e inaccessibile, è stato il principale centro del monachesimo ortodosso. Dopo anni di usi impropri oggi è al centro di un importante progetto di restauro

Nel XVI secolo a difesa del Monastero di Solovki fu costruita una potente cinta muraria, utilizzando i colossali blocchi granitici formatisi durante le grandi glaciazioni

Al centro del Mar Bianco, il bacino subartico che separa, nel nord della penisola scandinava, la penisola di Kola dalla Russia continentale, si trova l’arcipelago di Solovki (o Solovetski), un gruppo di isole che fin dal XV secolo sono state al centro di una delle più importanti vicende del monachesimo ortodosso.

L’arcipelago è composto da oltre 100 isole, ma solo sei maggiori ospitano monasteri, skete (piccole comunità monastiche) ed eremi individuali. Queste isole erano state abitate, in epoca preistorica (II e I millennio a.C.), da popolazioni da cui si sono originate le comunità indigene attuali dei Sámi (conosciuti anche come Lapp). Tracce importanti di queste prime occupazioni sono ancora oggi visibili e consistono in piccoli insediamenti, sepolcri e meravigliosi labirinti rituali, alcuni dei quali sono considerati tra i più grandi del mondo e raggiungono un diametro di oltre 25 metri.

La vicenda monastica inizia nel 1429, con l’arrivo nell’arcipelago dei santi Sabbatius (Савватий; morto nel 1435), Herman (Герман; morto nel 1479) e Zosima (Зосима; morto nel 1478), che dettero avvio alla cristianizzazione delle isole e iniziarono la costruzione di quello che divenne il Monastero Stauropegico (cioè dipendente direttamente dal Patriarcato) della Trasfigurazione del Salvatore, riconosciuto dalla Repubblica di Novgorod, e dopo il 1479, dai nuovi sovrani, i principi di Mosca.

Questo luogo remoto e inaccessibile per gran parte dell’anno per via del suo isolamento e dei ghiacci, divenne, nei secoli successivi, il principale centro del monachesimo ortodosso, arrivando a ospitare fino a mille monaci. Nel XVI secolo fu costruita una potente cinta muraria, utilizzando in modo sapiente i colossali blocchi granitici formatisi durante le grandi glaciazioni. Queste mura avevano un’importante funzione difensiva, poiché prima delle conquiste di Pietro il Grande (1672-1725) e della fondazione di San Pietroburgo, nel 1703, tutto il Nord-ovest della Russia era sotto il dominio o l’influenza degli svedesi. E infatti gli svedesi attaccarono il Monastero di Solovki nel corso di diverse guerre che si svolsero tra il 1570 e il 1620, cercando di conquistarlo ma senza successo.

Tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento il monastero visse il suo momento più alto, giungendo a competere, per importanza e prestigio, con il più famoso monastero ortodosso, il Monte Athos, istituito dagli imperatori di Bisanzio nel X secolo nel Nord della Grecia. In quel periodo furono realizzate le più importanti strutture del complesso, quali la Chiesa della Dormizione (1552), l’imponente Refettorio, una sala con pilastro centrale di quasi 500 metri quadrati di superficie e l’edificio più importante, la Cattedrale della Trasfigurazione del Salvatore (1566).

Ma questa età dell’oro non era destinata a durare. Gravidi di conseguenze furono infatti gli avvenimenti che seguirono la rivolta del monastero contro la riforma dell’Ortodossia avviata dal patriarca Nikon nel 1668-76. In risposta alla ribellione, le truppe zariste assalirono il monastero e tutti i monaci ribelli furono giustiziati. Ristabilito l’ordine, il favore degli zar ricreò gradualmente l’antico prestigio: Pietro il Grande visitò due volte il monastero nel 1694 e 1702 e costruì, con le sue stesse mani, una piccola cappella nell’isola Zayatsky, che ancora oggi si può visitare. Ma Pietro il Grande e la zarina Caterina II di Russia (1729-96) erano contrari a concedere un eccessivo potere ai monasteri e attuarono riforme che diminuirono l’influenza e il controllo su beni e terre.

Una forte ripresa del pellegrinaggio nell’Ottocento diede nuova energia al monastero: risale a quell’epoca la costruzione della Cattedrale di San Nicola e della Cattedrale della Santa Trinità di Zosima e Sabbatius. Moltissime skete furono costruite nelle isole maggiori dell’arcipelago, come la bellissima skete del Monte Golgota nell’isola Anzer e quella di San Sergej di Radonezh (1314-1392) nell’isola Muksalma.

All’inizio del XX secolo, più di 20mila pellegrini si recavano ogni anno a Solovki. Ma la fine del monastero giunse, rapida, con la Rivoluzione d’Ottobre. Nel 1920 Solovki fu trasformato in un campo di concentramento dal Governo bolscevico e, a partire dal 1923, entrò a far parte dell’amministrazione dei gulag, diventando il campo più famoso del sistema concentrazionario sovietico: nel 1928 vi si trovavano ben 60mila detenuti. Tutti i monaci vennero imprigionati e costretti, assieme ai prigionieri politici, ai lavori forzati. Solovki divenne un luogo di pena e di martirio (ben 60 sono i martiri canonizzati dalla chiesa ortodossa) fino al 1939, quando per ragioni militari il complesso venne dato in gestione alla Marina sovietica e tutti i prigionieri vennero trasferiti. I militari adattarono il complesso alle loro esigenze, costruendo anche un aeroporto nelle vicinanze.

Nel dopoguerra, la Marina lasciò l’arcipelago e Solovki venne trasformato in un museo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, lo Stato russo restituì alla chiesa ortodossa il monastero dove, a partire dal 1990, è stata avviata un’imponente operazione di rinascita sia dei monumenti, sia delle comunità monastiche. La chiesa ortodossa russa attribuisce un’enorme importanza a questo monastero, al punto che l’archimandrita (il «superiore» nei monasteri ortodossi) è lo stesso patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill.

Nel 1992 il complesso venne iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco e oggi sono in corso grandi lavori di restauro, di ricostruzione delle chiese distrutte, di manutenzione dei sistemi di canali costruiti nei secoli dai monaci e di miglioramento delle infrastrutture del vicino villaggio. Solovki sta gradualmente tornando all’antico splendore. Moltissimi sono i pellegrini che vi si recano e anche il turismo si è affacciato. Ma le esigenze di ammodernamento delle infrastrutture e di miglioramento delle condizioni di vita hanno creato pressioni che minacciano l’equilibrio del sito. Per evitare sviluppi indesiderati e per assicurare il sostegno al monastero, è stata di recente creata a livello centrale una fondazione che è di fatto la struttura di gestione di tutte le operazioni di conservazione e sviluppo del sito, con alla testa il patriarca Kirill a fianco del primo ministro della Federazione Russa.

Francesco Bandarin è consigliere speciale dell’Unesco per il patrimonio. Le opinioni qui espresse sono dell’autore e non impegnano l’Unesco

Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


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