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A New York è corsa a Mary Corse

La clamorosa riscoperta di una veterana del monocromo che a 72 anni ha finalmente una retrospettiva museale

Mary Corse nel suo studio a Topanga Canyon con l'opera «Untitled (Space + Electric Light)», 1968. Foto di João Canziani

New York. All’età di 72 anni Mary Corse è protagonista sino al 25 novembre della sua prima retrospettiva in una istituzione museale al Whitney Museum of American Art. Intanto, un nucleo dei gruppo dei suoi dipinti astratti è stato recentemente acquistato dalla Dia Foundation.

Le opere della Corse, di cui sono ormai riconosciute le affinità con il lavoro di artisti del California Light and Space Movement, tra i quali James Turrell e Robert Irwin, sono infatti esposte in permanenza al Dia:Beacon accanto a quelle dei suoi citati (e più noti) colleghi, attivi negli anni ’60-70.

Nella sua casa studio sulle aspre alture del Topanga Canyon, dove si trasferì, ragazza madre, nel 1970 da Los Angeles, la Corse è stata impegnata negli ultimi tempi a ultimare nuovi dipinti monocromi e a righe per una sua personale appena chiusasi alla Lisson Gallery di Londra. L’artista è rappresentata dal 2012 da Lehmann Maupin, ma a partire dallo scorso anno è salita a bordo anche della Kayne Griffin Corcoran.

Tutta questa attenzione la diverte: «Per anni, dichiara, non sono stata minimamente accettata», riferendosi a una collettiva che comprendeva artisti come Irwin e Dan Flavin e che includeva un suo dipinto di 6 metri, «eppure nella recensione della mostra non sono stata nemmeno citata». Ma spiega di essere sempre stata più interessata al lavoro e a crescere i figli che non alla carriera, sottolineando che solo a partire dagli anni Settanta gli studenti che uscivano dal California Institute of the Arts iniziavano a essere più orientati a fare dell’arte una professione.

Nel 1964, a 19 anni, la Corse abbandonò lo stile espressionista astratto, sotto l’influenza di Hans Hofmann e Josef Albers, per sperimentare le tele bianche percorse da sottili nervature fatte di vari strati di vernice che sono diventate uno dei suoi marchi di fabbrica. La retrospettiva al Whitney documenta mezzo secolo di attività e, spiega la curatrice Kim Conaty, «è focalizzata sui momenti in cui Mary Corse si imbatteva in un nuovo materiale o in una nuova struttura che la aiutavano a dare forma alle sue idee sulla luce e su come la si può trovare nelle tele». Sono incluse le lightbox elettriche, iniziate nel 1966: solide casse di plexiglas bianco fatte di tubi fluorescenti che emettono luce. Due anni dopo liberò completamente i tubi, facendoli fluttuare senza più cavi.

Mentre frequentava corsi di fisica all’Università della South California e si laureava in belle arti al Chouinard Art Institute, l’artista iniziava a usare le bobine Tesla incassate a parete o su un piedistallo per dare energia e ionizzare l’argon dei tubi al neon delle lightbox. «Non che fossi particolarmente portata per la scienza, ma volevo risolvere il problema», confessa.

Se con i suoi primi monocromi la Corse aveva raggiunto l’oggettività attraverso pennellate levigate, lo studio della fisica quantistica sviluppa in lei un interesse per la percezione della soggettività. Durante un viaggio di ritorno da Malibu nel 1968, fu colpita da come il sole, che era alle sue spalle, illuminava la riga bianca di mezzeria dell’autostrada. Iniziò così a utilizzare sulla superficie dei suoi dipinti le microsfere di vetro usate sulle autostrade per catturare e rifrangere la luce. «È sabbia high-tech», spiega l’artista, che usa questo materiale ancora oggi, applicato sulla pittura bianca in bande verticali che dividono le tele in segmenti di uguali dimensioni. Da un lato, un quadro può sembrare un monocromo perfettamente piatto; da un altro, le microsfere si illuminano in strisce alternate che rendono visibili le pennellate.

Hilarie M. Sheets, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


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