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Il re nudo

Nulla di sacro. Il Metropolitan dovrebbe scusarsi con il Vaticano

«Heavenly Bodies», la mostra che si proponeva di analizzare il legame tra moda e arte sacra, si è rivelata inutilmente offensiva nei confronti dei cattolici

Una veduta della Medieval Europe Gallery del Metropolitan Museum di New York in cui è in corso fino all’8 ottobre «Heavenly Bodies». Foto © The Metropolitan Museum of Art

Povero vecchio Vaticano, è stato proprio ingannato, vale proprio la pena di dirlo. Quando il Metropolitan Museum di New York gli ha chiesto opere in prestito per una mostra che avrebbe dovuto essere «un dialogo tra moda e capolavori d’arte medievale nelle collezioni del museo per esaminare i continui legami della moda con le pratiche devozionali e le tradizioni del Cattolicesimo», non si sarebbe potuto aspettare la frivola, ignorante e a volte sacrilega stravaganza cui il cardinale Timothy Dolan si è trovato ad assistere alla serata inaugurale di «Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination» (fino all’8 ottobre).

Stendiamo un velo pietoso sull’abbigliamento degli invitati. Anche se devono essere stati essere caldamente incoraggiati dal curatore della mostra Andrew Bolton a spingersi fino a quegli oltraggiosi livelli, comunque è stata una loro scelta quella di venire o meno con una scena della Natività in testa (solo per citare un esempio). Invece che cosa rivela del Met questa mostra? Tanto per cominciare, l’intenzione dichiarata della mostra è una menzogna; non c’è nessun legame con «le pratiche devozionali e le tradizioni del Cattolicesimo».

Il mosaico bizantino «Madonna» di Gianni Versace che forma il corsetto di un abitino succinto non ha nessun nesso con la devozione alla persona venerata come la Madre di Dio se non quello di deriderla. Un capo esposto è intitolato «Comunione», con un calice ricamato sotto la profonda scollatura di un vestito di chiffon. Lo sa lo stilista Jean Paul Gaultier che la Comunione è il momento più sacro di una messa cattolica, quello in cui i fedeli si inginocchiano?
La corona di spine realizzata da Alexander McQueen come pezzo di gioielleria non è un tributo al sacrificio di duemila anni fa di un uomo chiamato Gesù che diede inizio a una della grandi religioni del mondo e alla cultura dell’Occidente e non ha nemmeno alcuna relazione con le opere sul tema della Passione presenti nella collezione del museo. È una cosa totalmente priva di senso, eccetto il puerile desiderio di essere oltraggiosi.

Un quotidiano di New York scrive che gli altoparlanti «cinguettano l’Ave Maria» e che un tenue aroma di incenso pervade le gallerie. Quant’è prevedibile, quant’è volgare. Questa mostra è tutta sulle sensazioni effimere, sul femminismo modaiolo (l’abito femminile da vescovo di John Galliano), sulla cultura della celebrità, sul superficiale valore di scioccare e sulla mercificazione di forme e iconografie cattoliche (anche tu puoi acquistare un abito da suora creato da uno stilista di grido).

Quando sono sdraiata su un lettino per massaggi con il corpo schiaffeggiato al suono di monaci che intonano «Deus in adiutorium meum intende. Domine, ad adiuvandum me festina», perdono la mia massaggiatrice perché non ha la benché minima idea di quello che sta facendo quando sceglie questa come musica d’atmosfera. Il Met invece non è scusabile. Il museo conosce le proprie collezioni storiche e quindi dovrebbe sapere che cosa significano, ma nelle sue esposizioni permanenti non comunica quel significato; è ancora ingessato nella vecchia presentazione tassonomica delle opere d’arte (data, tecnica, artista, origine).

Paragonate questo fatto con i ciclopici sforzi fatti dal Victoria & Albert Museum di Londra, quando alcuni anni or sono riorganizzò le sue gallerie medievali e rinascimentali, per spiegare a persone di tutte le fedi o di nessuna, oltre alle qualità artistiche, i significati religiosi e devozionali delle opere d’arte sacra. In effetti la storia dell’arte accademica è capace di mettere in mostra concetti religiosi, come abbiamo visto con l’esposizione di pittura e scultura spagnole del XVII secolo tenutasi nel 2009 alla National Gallery di Londra.

Questi due musei hanno dato prova di rispettare le opere d’arte sacra; il Met le presenta come prive di significato, morte, il che ha consentito a una mostra come «Heavenly Bodies» di svolgersi sotto il suo tetto. Dopo tutto, se una croce è solo un ornamento, un oggetto di studio accademico, allora chi si preoccupa se si espongono abiti da sera con delle croci sopra? Eppure, in molti musei, gli oggetti rituali di altre culture sono oggi trattati con i riguardi che loro competono. Perché il Cattolicesimo dovrebbe rappresentare un’eccezione?

Ciò che sta andando oggi in scena al Met non dovrebbe essere paragonato alla celebre sfilata di moda ecclesiastica di Fellini nel suo film satirico «Roma» (1972). Quella sì che aveva intenzione di offendere, ma per una ragione intelligente: era l’attacco a un Vaticano che ingeriva pesantemente nelle questioni politiche italiane dai salotti dorati dell’aristocrazia romana ed era una presa in giro dell’abbigliamento e dell’etichetta clericali anacronisticamente barocchi allora ancora comuni negli ambienti dell’alto clero. Una mostra come «Heavenly Bodies», che offende tanta gente ma in modo stupido, degrada il Met. Il museo deve delle scuse al Vaticano e al pubblico.

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Anna Somers Cocks, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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