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Il Tondo Taddei in nuova luce

Riallestita l'opera di Michelangelo alla Royal Academy di Londra

Il Tondo Taddei di Michelangelo è esposto vicino a una copia cinquecentesca  dell'Ultima Cena di Leonardo nella nuova Royal Academy. © Royal Academy of Arts. Foto: Rory Mulvey

Londra. Il Tondo Taddei di Michelangelo, il capolavoro della sua prima maturità che rappresenta il grande tesoro artistico della Royal Academy, ha trovato una nuova collocazione. 

Il rilievo circolare incompiuto in marmo della «Madonna col Bambino e san Giovannino», che dal 1991 ha serenamente occupato una nicchia appositamente concepita nella Sackler Wing della Royal Academy, ha percorso lo scorso anno il breve tragitto fino alla National Gallery per la mostra «Michelangelo & Sebastiano». Qui, lontano dalla forse troppo discreta sistemazione della Royal Academy, alla fine di un lungo corridoio, allineato a stampi in gesso, poteva essere visto in una luce letteralmente nuova.

Non solo il Tondo emergeva da dietro il cristallo antiproiettile verdognolo per mostrare la dinamica tecnica scultorea di Michelangelo in tutti suoi splendidi dettagli (grazie alle più recenti tecnologie del vetro), ma l’illuminazione, che creava gentili giochi d’ombre tra i rilievi, cristallizzava l’immensa potenza emotiva e spirituale della scultura e della sua capacità narrativa.

Dopo la mostra, il Tondo è stato esposto, con visite a ingresso gratuito, in un altro contesto della National Gallery, appeso in una sala accanto a un altro capolavoro del Rinascimento, ovvero il cartone di Leonardo da Vinci, che la Royal Academy vendette alla National Gallery nel 1962 per 800mila sterline.

Il Tondo venne donato alla Royal Academy nel 1830 da Sir George Beaumont, un talentuoso pittore dilettante di paesaggi e conoscitore che, a sua volta, l’aveva acquistato dal pittore neoclassico francese e collezionista Jean-Baptiste Wicar durante un suo viaggio a Roma.

Wicar non era soltanto un importante collezionista di disegni di Michelangelo, ma era anche il responsabile dell’esproprio napoleonico di opere d’arte in Italia, Francia, Austria e Olanda per le collezioni dei musei francesi. Approffittando senza dubbio della sua posizione si procurò il Michelangelo, che dichiarava di avere acquistato nel 1812 direttamente dal Palazzo di Taddeo Taddei a Firenze, dove era esposto in origine, e di averlo in seguito venduto all’appassionato Beaumont per un prezzo considerato esorbitante. Antonio Canova aiutò a concludere la transazione e organizzò l’imballaggio e il trasporto dell’opera in Inghilterra.

Una volta installato nel «nascondiglio» di Beaumont in Grosvenor Square a Londra, il Tondo era «sulla bocca di ogni artista», come riferì entusiasticamente il pittore David Wilkie, mentre Füssli presumibilmente cercò di trattenere la sua collega scultrice Anne Damer «dal finirlo». Wilkie ne fece uno schizzo, e così pure John Constable in occasione del suo arrivo alla Royal Academy nel 1830, a seguito della morte di Beaumont.

Beaumont aveva stabilito nel suo testamento che il Tondo dovesse essere lasciato all’istituzione che aveva così tanto ammirato. Il grande marmo di Michelangelo venne successivamente inviato alla Royal Academy, che allora aveva sede a Somerset House, al costo di 1 sterlina.

Nella sua storia, il Tondo è stato prestato solo due volte dalla Royal Academy (l’unica altra occasione è stata nel 1966, al Victoria & Albert Museum), pur avendo cambiato collocazione diverse volte nei suoi 188 anni all’interno della Royal Academy. Ora occupa il posto d’onore nella nuova Collection Gallery, curata dal presidente della Royal Academy Christopher Le Brun e progettata da Adrien Gardère, dove lo si può vedere di nuovo in compagnia di copie.

Appeso all’estremo nord della galleria, con finestre da entrambi i lati, costituisce il punto focale di una prospettiva fiancheggiata dalla copia del XVI secolo, opera del Giampietrino, dell’«Ultima Cena» di Leonardo a sinistra, e da tre delle copie di James Thornhill dei «Cartoni» di Raffaello a destra.

L’obiettivo di Le Brun era di collocare nuovamente Michelangelo nel «triumvirato» dei grandi maestri del Rinascimento. In un certo senso, questo è l’insegnamento dell’approccio accademico: mostrare i maestri che la prima Accademia indicava come i grandi esempi di come si possano creare grandi drammi narrativi con il colore e con la pietra.

Alison Cole, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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