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Mostre

Gaudenzio, fine del silenzio

In tre tappe, da Varallo a Vercelli, il pittore che stupì persino il toscocentrico Vasari

Gaudenzio Ferrari, Storie della vita di Gesù, Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Varallo

Sebbene fosse notoriamente tosco-centrico, Vasari non poté esimersi dal definire «bellissimo» il «Cenacolo» realizzato da Gaudenzio Ferrari (1480 ca - 1546) per la Chiesa della Passione di Milano: un dipinto che certamente vide di persona, poiché aggiunse la notazione, corretta, «che per la morte sua rimase imperfetto», incompiuto. Giovanni Paolo Lomazzo, poi, lo poneva «nel Tempio della Pittura» tra i «sette governatori». E Roberto Longhi, negli anni Cinquanta, affidando a Giovanni Testori l’incarico di studiarlo, gli raccomandò di «situarlo ben in alto, su vertici umanamente assoluti». Eppure Gaudenzio Ferrari non è mai entrato nel canone dei «grandi» del Rinascimento. E dalla mostra curata nel 1956 al Museo Borgogna di Vercelli da un gruppo di studiosi piemontesi e lombardi (Anna Maria Brizio, Aldo Bertini, Luigi Mallé e Testori) non si è più vista una grande rassegna su di lui, con la sola eccezione di quella del 1982, magnifica ma molto specialistica, in cui Giovanni Romano esibiva a Torino i cartoni dell’Accademia Albertina.

La mostra «Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari» (nella Pinacoteca di Varallo Sesia, dal 24 marzo al 16 settembre; all’Arca di Vercelli e al Broletto di Novara, dal 24 marzo al primo luglio), curata per la Regione Piemonte da Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, con un gruppo di giovani allievi, è perciò il primo, grande omaggio a Gaudenzio da allora, ma è anche un omaggio a Giovanni Romano, lo studioso che meglio l’ha indagato negli ultimi cinquant’anni, tanto che i curatori gli hanno chiesto una «supervisione generale». Nel libro-catalogo (Officina Libraria) la campagna fotografica di Mauro Magliani e un regesto completo dei documenti di Roberto Cara.

Professor Agosti, professor Stoppa, quali sono le ragioni di questa mostra?
G.A.: Già la mostra del 1956 aveva sottratto Gaudenzio Ferrari al limbo in cui era stato relegato, dal primo Ottocento, dall’operazione promozionale dei Savoia, che volevano avere un «loro» pittore del Rinascimento. Gaudenzio, in realtà, era lombardo. La Valsesia, dove nacque, faceva parte dello Stato di Milano e fu nello Stato di Milano che operò in prevalenza, sebbene Vercelli, dove pure lavorò, appartenesse ai Savoia. Sentivamo però l’esigenza di fare una nuova, grande mostra su Gaudenzio, che ne raccontasse tutta la storia mostrandone la grandezza, e che mettesse in scena le scoperte del lavoro di una vita di Gianni Romano. Molto, però, dobbiamo anche allo psichiatra novarese Filippo Ferro e alla nostra carissima collega Rossana Sacchi Leydi.

Come avete articolato la mostra?

J.S: La mostra è divisa in tre sedi, che seguono cronologicamente la vita di Gaudenzio. Il primo atto (la gioventù sperimentale, il suo guardare agli artisti milanesi, come il Bramantino, ma anche a figure come il Perugino, visto nella Certosa di Pavia) è a Varallo. E qui la mostra si è potuta fare solo perché un generosissimo mecenate milanese ha interamente finanziato la climatizzazione della Pinacoteca. Il dialogo si estende però, ovviamente, al Sacro Monte, dove tutte le cappelle di Gaudenzio sono state restaurate, e alle chiese della Madonna di Loreto e della Madonna delle Grazie, dove per l’intera durata della mostra ci sarà un ponteggio che permetterà di vedere da vicino gli affreschi del famoso «tramezzo». La seconda tappa è a Vercelli, all’Arca: qui va in scena la maturità, con la presenza eccezionale della «Sacra Famiglia» da Sarasota, non più vista dal 1956. Ma a Vercelli c’è anche la Chiesa di San Cristoforo, con la «Madonna degli aranci» e gli affreschi del presbiterio: forse il capolavoro della maturità di Gaudenzio. A Novara, infine, ci sono i grandi formati della vecchiaia, fino all’«Ultima Cena» della Passione.
G.A.: A questa pala, in chiusura, abbiamo accostato una tavola di Bernardino Lanino, da San Nazaro a Milano; una tela di Valerio Profondavalle (Diependale), fiammingo attivo a Milano, che qui documenta sullo sfondo lo stato della cupola di San Pietro a Roma nel 1595, e una di Raffaele Crespi, padre del più noto Cerano, che mostrano l’autorevolezza di Gaudenzio.
J.S: Intendevamo infatti documentare non solo il suo magistero sugli allievi, ma il suo lascito generazionale, che giunge fino ai pittori di Federico Borromeo.

Oltre ai dipinti esponete anche cartoni?

G.A. Certamente: ci sono confronti come quello tra il cartone dell’Albertina e il relativo dipinto della «Pietà», dal Szépmüvészeti Múzeum di Budapest. Ma ci sono anche importanti ricomposizioni: come quella del Polittico di Romagnano, di cui presentiamo tre tavole della collezione Borromeo e due di collezione privata (la sesta non può viaggiare). E il Polittico di sant’Anna (dove il «Dio Padre» è una «citazione» dal polittico di Perugino della Certosa di Pavia), smembrato tra la Galleria Sabauda di Torino e la National Gallery di Londra, e ricomposto qui per la prima volta, seguendo un’intuizione di Testori.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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