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Musei

Da collezione privata a museo: ecco il MarteS

Apre al pubblico la raccolta dell'imprenditore Sorlini con oltre 180 opere

La galleria del nuovo museo MarteS

Calvagese della Riviera (Brescia). Sinora era un’importante collezione privata, formata in 40 anni di ricerche dall’imprenditore bresciano Luciano Sorlini (1925-2015). Conferita nel 2004 alla Fondazione che porta il suo nome, istituita nel 2000 con i figli Cinzia, Silvia e Stefano, quella raccolta diventa, dal 31 marzo, il MarteS, Museo d’arte Sorlini, presieduto da Stefano Sorlini e ricco di oltre 180 opere (154 conferite dal collezionista, 29 depositate dai figli), ordinate in 14 sale dell’imponente palazzo seicentesco in cui il collezionista viveva.

È qui che ora è riunito il meglio della sua raccolta, nata dapprima per decorare le residenze di Calvagese, di Venezia (Palazzo Grimani dall’Albero d’Oro, sul Canal Grande) e Montegalda Vicentina (un grande Castello, già dei Grimani anch’esso), e poi arricchita di autentici capolavori, come la celebre «Madonna col Bambino» di Giovanni Bellini e il «Salvator Mundi e quattro Apostoli» di Vittore Carpaccio, entrambi già in collezione Contini Bonacossi (quest’ultimo acquistato nel 2010 a Londra e riportato in Italia.

Discendente da una solida famiglia d’imprenditori originari della Valcamonica, attivi sin dal primo ‘800 nella lavorazione del ferro e poi nel recupero di esplosivi bellici per riconvertirli a usi civili, Luciano Sorlini fondò nel 1960 a Calvagese una propria impresa di esplosivi per l’ingegneria civile («la Polveriera», per i locali, che vi lavoravano in gran numero), capace d’imporsi internazionalmente grazie ai suoi brevetti innovativi. Intanto, pilota appassionato, dava il via anche a un’attività per la manutenzione degli aerei e a una raccolta di velivoli d’epoca, oggi conservati tra Calvagese e una tenuta nel Mantovano, e mantenuti attivi e funzionanti dalla figlia Silvia.

Dai primi anni Settanta, però, l’arte è diventata la sua vera, grande passione: aiutato all’inizio dallo studioso e collezionista di pittura veneziana del Settecento Egidio Martini (la cui pinacoteca è conservata in Ca’ Rezzonico a Venezia), anche Sorlini iniziò di qui: ecco entrare allora, specie nei saloni del palazzo veneziano, grandi dipinti dei Tiepolo, di Sebastiano Ricci, dei Guardi, di Rosalba Carriera, di Canaletto, e di autori meno noti (come G.B. Pittoni, Gaspare Diziani, Antonio Molinari, Antonio Bellucci, Francesco Fontebasso e altri), scelti però da lui, diventato nel frattempo un fine conoscitore, con occhio esercitato: accorto com’era, sosteneva infatti che tra l’investimento per un Canaletto mediocre e quello, identico, per un capolavoro di un artista «minore», preferiva di gran lunga il secondo: non dunque i troppo costosi «artisti alla moda», ma sempre e solo dipinti di grande qualità. Non a caso, alle ambìte vedute del Settecento veneziano preferì la pittura di figura, sensuale, gioiosa, colorata ma meno ricercata dal collezionismo internazionale, oppure i paesaggi.

Fu alla fine degli anni Novanta che Luciano Sorlini impresse una virata alla sua raccolta e, dal solo ambito veneto e veneziano del Settecento, si aprì ad altre epoche, acquistando la magnifica «Madonna con il Bambino» di Giovanni Bellini e, nel 2010, il «Salvator Mundi e quattro Apostoli» di Vittore Carpaccio: la prima opera firmata («Vetor Scarpazo») dal pittore veneziano. A questi, si aggiungono due preziosi dipinti su fondo oro, uno del Maestro di Panzano (XIV secolo), l’altro di Gherardo Starnina, famoso pittore attivo a Firenze tra il 1387 e il 1409, e altri nuclei pregiati.

Affidato alle cure del conservatore Stefano Lusardi, il MarteS (che significa Museo d’Arte Sorlini ma è al tempo stesso un omaggio al dio della guerra, essendo le fortune della famiglia iniziate con il recupero degli esplosivi bellici), si snoda attraverso 14 sale, per un totale di circa mille metri quadrati, prevalentemente nel corpo monumentale del palazzo e in misura minore nell’ala costruita nell’Ottocento, dove Luciano Sorlini aveva scelto di vivere. Il palazzo è, infatti, composto di un severo corpo signorile del Seicento, affiancato, oltre che dall’ala ottocentesca, da un sistema di fascinosi fabbricati rustici quattrocenteschi, con lacerti di decorazione originale a graffito, in passato funzionali alla gestione dei fondi agricoli di pertinenza.

Lungo il percorso museale, ordinato per nuclei tematici, dopo le portelle d’organo di Carletto Caliari, ci s’imbatte, nel salone, nelle opere di Sebastiano Ricci e dei Tiepolo, in un dipinto di G.B. Crosato appartenuto al raffinato studioso Alvar González Palacios e in un nucleo di lavori di Gaspare Diziani. Una sala è dedicata ai ritratti e ai dipinti di genere di Pietro e Alessandro Longhi, autori molto amati dal collezionista, qui accostati a due opere di Jacopo Amigoni, una delle quali («La Ensenada») appartenne al celebre cantante castrato del Settecento Carlo Brioschi, detto Farinelli. E, di qui in poi, tra salette più raccolte e saloni monumentali, si susseguono i paesaggi di Marco Ricci, Canaletto, Giuseppe Zais, Luca Carlevarijs e del più tardo, ma non meno felice, Giuseppe Bernardino Bison; la sontuosa pittura barocca del Seicento e, nel Salone di Diana, i due dipinti di Giacomo Ceruti (da Palazzo Arconati Visconti a Milano) e di Diziani dedicati alla dea della caccia, cui sono accostate altre opere di grandi dimensioni dello stesso periodo.

Il «nuovo corso» della collezione occupa le sale successive, da quella, preziosissima, in cui la «Madonna» di Giovanni Bellini dialoga con la Vergine di Bramantino e con un «Riposo durante la fuga in Egitto» di Savoldo, a quella, dopo la «Sibilla» di Jacopo Palma il Vecchio e la «Giuditta» di Marco Palmezzano, dove si trovano i dipinti su fondo oro e la «Pietà», 1367, di Nicoletto Semitecolo, parte di un polittico per la Cattedrale di Padova. E strepitosa la sala del Pitocchetto, dove trova posto il pendant del «Bravo» e della «Vecchia contadina», due capolavori di Giacomo Ceruti appartenuti ai baroni Monti della Corte.

Dopo la biblioteca di libri d’arte (consultabili), il percorso si chiude con un altro «acuto», nel salone al piano terreno: qui si trova il ciclo di sei tele di Gianantonio Guardi con le «Storie di Giuseppe ebreo», importanti esempi del gusto rococò internazionale, già in Palazzo Grassi con le Raccolte Stucky, poi, dal 1930, nella celebre collezione dei principi polacchi Lubomirski. E, accanto, una rara «Pietà» del più noto fratello Francesco Guardi, famosissimo per le sue vedute, ma qui figurista di grande qualità.

Ada Masoero, edizione online, 22 marzo 2018


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