Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Mostre

Di padre in figlio

Coro monastico intarsiato, Luigi Prinotto, Giuseppe Marocco e Giacomo Filippo Degiovanni, 1740, restaurato dal Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale. Foto di Pino Dell'Aquila

Venaria (Torino). Il coro monastico rientrato in Italia per la mostra della Venaria Reale fu realizzato a Torino nel 1740 dall’ebanista Luigi Prinotto e da altri due artisti di primo piano, l’intagliatore Giuseppe Marocco e il minusiere Giacomo Filippo Degiovanni, che costruì la struttura. Da oltre due secoli non se ne avevano notizie. È stato scoperto e pubblicato da chi scrive nel 2002 ma fino ad oggi non era stato possibile riportarlo in patria.

Il coro ha 28 stalli e misura 6,5 metri per 9. È quasi interamente ricoperto da uno spettacolare intarsio in legni vari intrecciati su un fondale di acero color oro: 54 metri quadrati di superficie intarsiata. Una bella Crocifissione in avorio inciso domina il coro dal fastigio centrale; sui dossali gruppi di angioletti simboleggiano le virtù monastiche. I braccioli sono scolpiti con eccezionale maestria, come le 30 statue di angioletti che coronano i dossali alternandosi a 28 elaborati vasi e le «misericordie», piccole mensole che servivano di appoggio ai frati durante le lunghe orazioni che la Regola imponeva di seguire in piedi. A quale convento fosse destinata l’opera è per il momento un interrogativo aperto.

Scomparso nei primi anni dell’Ottocento da un convento piemontese in seguito alla soppressione dei beni degli ordini religiosi, il coro fu casualmente scoperto nel 1840 a Nizza, in una cantina, dall’irlandese Edward Joshua Cooper che lo comprò e lo spedì nel suo castello di Markree, sulla costa nord-occidentale d’Irlanda. Oltre che grande appassionato d’arte, Cooper era un astronomo dilettante di ottima reputazione scientifica e nel castello aveva fatto installare il più grande telescopio privato del Regno Unito. Nel 1882 i discendenti regalarono l’opera alla cattedrale cattolica di St. Mary a Tuam e lì rimase per oltre un secolo, fino a che fu acquistata dal grande antiquario romano Fabrizio Apolloni.

Per vent’anni il coro, smontato e riposto in cassoni, è rimasto in un deposito a Londra, finché Marco Fabio Apolloni, figlio di Fabrizio, si è fatto carico di riportarlo in patria e di sostenerne l’elevato costo del restauro (146mila euro), in funzione della mostra. La speranza è ora che non si allontani più dall’Italia.

Roberto Antonetto, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


Ricerca


GDA luglio/agosto 2019

Vernissage luglio/agosto 2019

Il Giornale delle Mostre online luglio/agosto 2019

Ministero luglio 2019

Guida alla Biennale di Venezia maggio 2019

Vedere a ...
Vedere in Calabria 2019

Vedere nelle Marche 2019

Vedere in Puglia e Basilicata 2019

Vedere in Trentino luglio 2019

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012