Restituiamo. Ma con gioia

La scommessa epocale di Macron: agli africani ciò che è africano

Una maschera Adouma (Gabon) conservata nel Musée du quai Branly a Parigi.  Foto: P. Gries, B. Descoings / Musée du quai Branly
Bénédicte Savoy |

In due minuti e trenta secondi, il 28 novembre 2017, Emmanuel Macron ha spazzato via in un solo colpo svariati decenni di atti e di discorsi ufficiali francesi in materia di patrimonio culturale e di musei. L’ha fatto in un «luogo dove non si può barare», come l’ha definito, la sovraffollata aula magna di un’Università africana, sotto gli occhi del presidente burkinese Roch Kaboré e degli obiettivi delle telecamere di France 24.

L’ha fatto a nome della gioventù, genio tutelare invocato sette volte: «Appartengo a una generazione di francesi per i quali i crimini del colonialismo europeo sono incontestabili e fanno parte della loro storia». «Voglio che nell’arco di cinque anni si siano verificate le condizioni per delle restituzioni temporanee o definitive del patrimonio culturale africano all’Africa». Applausi e fischi. Su Twitter, l’Eliseo rincara la dose: «Il patrimonio culturale
...
(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Bénédicte Savoy