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Marc Augé: Dio, addio

La provocatoria ipotesi del grande antropologo francese: «Immaginiamo che, per effetto di una sostanza, nessuno più fosse credente: io penso che buona parte dei conflitti attuali scomparirebbero e che farebbe la sua comparsa una certa allegria»

Marc Augé

Grazie al neologismo di «nonluogo» ormai utilizzato, anche a sproposito, dai mass media, Marc Augé (Poitiers, 1935), etnologo e antropologo, è divenuto famoso in tutto il mondo. Quegli spazi sociali, anonimi e stereotipati, come gli aeroporti e i centri commerciali, sono ormai entrati a far parte della vita di tutti i giorni: emblemi di una società caratterizzata dalla comunicazione e dalla globalizzazione. Ma dietro a quella definizione vi sono anni di studi e ricerche che fanno di Marc Augé uno dei più acuti interpreti del nostro tempo.

Augé ha iniziato la sua ricerca sul campo, in Costa d’Avorio e in Togo per poi estenderla negli anni Ottanta all’America Latina. Queste ricerche e i suoi testi teorici sulla funzione del simbolo, sul potere e sull’ideologia sono la base per l’elaborazione di un’antropologia della «surmodernità». Già direttore dell’Ehess - Ecole des Hautes études en sciences sociales, la prestigiosa scuola di alti studi in Scienze Sociali di Parigi, Augé ha pubblicato numerosi saggi incentrando i suoi interessi sempre più sulle dinamiche sociali contemporanee.

Le sue indagini e teorizzazioni, che spesso partono dall’analisi di fenomeni sociali, apparentemente non rilevanti in quanto quotidiani come il turismo, gli spazi sociali e la vita nella  metropoli, svelano viceversa i grandi temi come il paradosso della solitudine in un’epoca di comunicazione totale, la paura dell’altro, il senso del tempo. Il suo libro più recente è Momenti di felicità (Raffaello Cortina editore, 2017).

Lei è diventato famoso in tutto il mondo per la sua definizione di nonluoghi che descrivevano una società in continuo cambiamento. Da allora l’evoluzione è continuata e dai nonluoghi, grazie a quella che lei ha definito surmodernità, il nostro rapporto con i luoghi di socializzazione è ulteriormente cambiato. C’è rimasto un bistrot da qualche parte (come lei l’ha rievocato in un suo saggio) o qualcosa di simile nel quale rifugiarci?

Innanzitutto occorre sottolineare che possono esserci luoghi e nonluoghi in qualsiasi spazio: qualcuno che lavora con dei colleghi in un aeroporto può intrattenere rapporti stabili con loro e sentirsi «a casa sua» in questo spazio dove di solito ci si limita passare. È vero però che c’è un grande sviluppo di luoghi di circolazione e consumo in tutto il mondo che, per la maggior parte di coloro che li percorrono, sono spazi di anonimato. Ma gli uomini sono creature che hanno bisogno di spazio e tempo per costruire dei legami con essi. Da qui l’importanza dei luoghi d’incontro, dove si possono ritrovare gli altri per ritrovare se stessi. Per alcuni questo spazio può essere la propria casa; nelle grandi metropoli i caffè possono svolgere questo ruolo. L’ambiguità inizia con gli spazi della comunicazione, come i social o la televisione: ci si fanno degli «amici» sui primi e ci si abitua a certi presentatori sulla seconda; si creano delle abitudini, ma in uno spazio fittizio e nell’immediatezza. Il segreto della lotta contro l’isolamento risiede ancora nei rapporti di amicizia che durano nel tempo.

Attraverso un percorso tra diversi luoghi come l’Acropoli di Atene e il Muro di Berlino ma anche opere letterarie e cinematografiche nel saggio «Rovine e macerie. Il senso del tempo» lei ci ha dato una riflessione sulla dimensione temporale non esclusivamente come categoria filosofica ma come tempo relativo, della nostra vita quotidiana. Dobbiamo rassegnarci a un tempo dell’uomo che, tra contratti a termine e svaghi tecnologici, sembra essere svilito o essere divenuto merce?

È vero che il tempo sembra essere diventato un bene di consumo come un altro. Eppure rimane l’espressione della nostra libertà intima e della nostra identità individuale: i nostri ricordi ci appartengono e cerchiamo di immaginare il nostro avvenire indipendentemente dai riquadri prefabbricati nei quali sembra essere rinchiuso. È ancora una volta nelle relazioni con gli altri (il cameratismo, l’amicizia, l’amore) che si trovano delle possibilità di impiego del tempo originali e personali, ma sono anche spiate dall’ideologia del consumismo.


Con il turismo della globalizzazione si corre il rischio ormai evidente di trasformare molte città d’arte, soprattutto in Italia, in nuove Disneyland o in parchi a tema. Ha ancora un senso parlare di difesa dei valori del patrimonio culturale e artistico?

Abbiamo tutti in testa le fotografie stereotipate che fanno i turisti alla torre di Pisa. E quando li vediamo in truppe disciplinate avvicinarsi ai luoghi dove sono esposti secoli d’arte e di bellezza possiamo fare dell’ironia. Ma vorrei distinguere nel turismo di massa gli individui che mantengono ognuno qualcosa di ciò che hanno vissuto e visto. I responsabili dovrebbero fare attenzione a non «organizzare» troppo le visite ai luoghi d’arte. Ma c’è di peggio: una volta negli Stati Uniti ho visto la pubblicità per un viaggio a Disneyland France che proponeva come opzione facoltativa una giornata a Parigi...


Internet e globalizzazione stanno ridisegnando la nostra società modificando la nostra vita e anche la nostra percezione dell’arte del passato, dei luoghi della cultura, dei musei.

Possiamo dire di avere tutto a portata di mano, ma questo serve solo a chi già conosce e può così completare la sua conoscenza. Per quelli che non conoscono niente o molto poco, la sovrabbondanza di immagini può avere un ruolo nefasto. Avremmo bisogno di una nuova pedagogia che consenta alle nuove tecnologie di svolgere veramente il loro ruolo. Dovrebbero poter permettere a ognuno di riappropriarsi del suo rapporto con le opere e di sfuggire all’illusione di un presente senza fine nel quale si ammucchiano alla rinfusa millenni di esperienza umana.


Le nuove tecnologie della visione e della comunicazione, le nuove forme di video e di interattività su internet consentono possibilità creative del tutto nuove con effetti virtuali e immersivi di grande impatto. Di fronte a questi nuovi scenari come si porrà la creatività contemporanea? Quale sarà il ruolo degli artisti che da un lato devono tener conto dell’invasiva produzione di immagini e dall’altro della sfida delle nuove possibilità tecnologiche?

Gli artisti contemporanei in effetti si trovano davanti a una sfida. Fino ad ora potevano passare per creatori che fornivano risposte alle domande poste dalla storia. Oggi, davanti alla massa di immagini che invade il nostro orizzonte, cercano piuttosto di trovare il modo di interrogare il nostro presente. Da qui il fatto che a volte inquietino il pubblico, aumentando la sua perplessità nel momento in cui, ad esempio, propongono una percezione «sfalsata» del reale.


Con la sua carriera accademica che l’ha portata alla direzione dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e con gli importanti saggi
di etnologia e antropologia che lei ha pubblicato non ci si sarebbe aspettati di ritrovarla nei panni inconsueti dell’eretico, facendo dire al papa,
nel suo recente saggio «Le tre parole che cambiarono il mondo»,
«Dio non esiste».

Si trattava innanzitutto di una favola che tentava di immaginare la reazione dei media di fronte a una situazione del genere. Ma anche di un modo per riprendere l’attualità sotto un’altra forma, ipotetica: immaginiamo che cosa succederebbe se... Se, ad esempio, sotto l’effetto di una sostanza sconosciuta nessuno credesse più a Dio. La mia ipotesi è che buona parte dei conflitti attuali scomparirebbero e che farebbe la sua comparsa una certa allegria.


Nel novembre scorso ha ricevuto dal sindaco di Milano Giuseppe Sala il Sigillo della città e ha tenuto un intervento sulla felicità come forma di resistenza e condivisione. Un messaggio nonostante tutto positivo?

In effetti ho rievocato il tema dei momenti di felicità che mi sembrano resistere alle disgrazie e alle follie del tempo. Sono delle «felicità malgrado tutto». Là ho parlato al plurale. Il plurale, in questo caso, è più modesto del singolare. La felicità è un ideale difficile da definire. I momenti di felicità sono più facili da comprendere e condividono tratti comuni: hanno sempre un rapporto con l’altro, un rapporto con la creazione e hanno tutti un aspetto tangibile che è legato al corpo. Spetta poi a ognuno definire i suoi: canticchiare una canzone, ammirare un paesaggio o un viso nuovi o ritrovarli. Una volta identificati non si perdono e resistono a tutto, fragili e tenaci.


Massimo Melotti, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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