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Marc Augé: Dio, addio

La provocatoria ipotesi del grande antropologo francese: «Immaginiamo che, per effetto di una sostanza, nessuno più fosse credente: io penso che buona parte dei conflitti attuali scomparirebbero e che farebbe la sua comparsa una certa allegria»

Marc Augé

Grazie al neologismo di «nonluogo» ormai utilizzato, anche a sproposito, dai mass media, Marc Augé (Poitiers, 1935), etnologo e antropologo, è divenuto famoso in tutto il mondo. Quegli spazi sociali, anonimi e stereotipati, come gli aeroporti e i centri commerciali, sono ormai entrati a far parte della vita di tutti i giorni: emblemi di una società caratterizzata dalla comunicazione e dalla globalizzazione. Ma dietro a quella definizione vi sono anni di studi e ricerche che fanno di Marc Augé uno dei più acuti interpreti del nostro tempo.

Augé ha iniziato la sua ricerca sul campo, in Costa d’Avorio e in Togo per poi estenderla negli anni Ottanta all’America Latina. Queste ricerche e i suoi testi teorici sulla funzione del simbolo, sul potere e sull’ideologia sono la base per l’elaborazione di un’antropologia della «surmodernità». Già direttore dell’Ehess - Ecole des Hautes études en sciences sociales, la prestigiosa scuola di alti studi in Scienze Sociali di Parigi, Augé ha pubblicato numerosi saggi incentrando ...
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Massimo Melotti, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018

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