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Editoriali

L’Egizio e la sindrome di Stendhal

La recente campagna elettorale ha mostrato una volta di più quanto pesi il passato nella vita contemporanea, spugna dei nostri desideri, delle nostre frustrazioni, dei nostri sogni e rancori.

La vicenda che ha coinvolto il Museo Egizio di Torino, strumentalmente accusato di razzismo all’incontrario, cioè di penalizzare gli italiani in favore di chi parla la lingua sbagliata (l’arabo dei «musulmani terroristi»), lo dimostra in termini grotteschi. Naturalmente, tutto sta a capirsi, se si ha voglia di dialogare. Se qualcuno mi fosse venuto a raccontare che il prestigioso museo aveva deciso dalla sera alla mattina di aprire gratuitamente le proprie sale a qualcuno perché arabofono e non a qualcun altro, mi sarebbero venute le paturnie e (Costituzione alla mano!) avrei gridato in nome di chi parla le lingue di Dante, di Shakespeare, di Tolstoj e di Firdousi. Ma che le cose non stessero così era facile capirlo per chi ha seguito in questi anni le politiche aperte e innovative dei dirigenti di quel museo che hanno come stella polare l’inclusione sociale e la diffusione della cultura, che in termini di marketing significa allargare il più possibile la quantità e la qualità della propria audience.

Benvenuta dunque una campagna promozionale rivolta (temporaneamente: qui sta la differenza sostanziale) in primo luogo ai circa 40mila arabofoni residenti a Torino e provincia, e ben venga la prossima campagna già in cantiere in favore del pubblico studentesco. Sarà una campagna mediaticamente sotto tono, non solo perché i quarantenni non si adonteranno più di tanto di non poter godere di uno status non più corrispondente alla loro età sfiorita, quanto perché, passata la sbornia elettorale, certi sconclusionati patrioti neanche più si ricorderanno dell’esistenza di una istituzione a loro così strutturalmente estranea come quella di un museo.

Se ne ricorderanno invece certi sconsolati maestrini inutilmente giovani, che si fregiano sul web del reboante titolo di storici dell’arte, che il Museo Egizio l’hanno messo in croce, nella migliore tradizione inquisitoria, per una colpa ben più grave di quella filoaraba presunta. Quale? L’attentato alla sacralità della storia e dell’arte compiuto aprendo le sale a (cito, e «non so se il riso o la pietà prevale») a «gente di tutte le età che salta, balla, suda e si disseta a ridosso delle millenarie sculture, circolando a piedi scalzi»: un indegno spettacolo messo in scena da «un botolo ansimante e sudaticcio che s’agita, s’arrapina e s’arrabatta», o da qualcuno «la cui canizie niente ha potuto contro la bramosia di balzellare sopra un palco».

Questi giovani vecchi studiosi, che non rispettano neppure la vecchiaia vera (quella del corpo), sarebbero forse magari pronti a sopportare che qualche lezione di fitness venga ospitata, nella stessa Torino, dal museo d’arte contemporanea Ettore Fico (come è già accaduto nel silenzio: non siamo in fondo nella temperie della performance?), ma c’è museo e museo, come c’è tempio e tempio, ognuno con la sua musica. Ricordate le strida quando il Teatro San Carlo aprì le porte a Maradona per conferirgli la cittadinanza onoraria di Napoli profanando il tempio di quella lirica invece benvenuta quando qualche celebre tenore conquista al bel canto i templi degli stadi di calcio?

Attanagliati dal timore di veder sorgere corsi d’acquagym nel teatro marittimo di Villa Adriana o allestire una sagra della porchetta nel Giardino di Boboli, questi giovani vecchi studiosi non hanno orecchie per ragionare sui motivi dell’iniziativa torinese, magari (vivaddio!) provocatoria, fatta, in sintonia con la Regione Piemonte, per «promuovere l’attività fisica e la cura del corpo». Potremmo provare a riflettere insieme sulle profonde radici storiche della ricerca di quell’umano equilibrio tra corpo e mente che fu all’origine del «miracolo greco» e della classicità intera, e oggetto, non a caso, delle truculente persecuzioni del Cristianesimo trionfante. Ma in questo caso si può ben tenere da parte la storia, messa sempre avanti come un paravento per non far entrare la vita nei nostri musei. Coraggio, Museo Egizio! «Molti nemici molto onore» non è un buon logo, ma potresti comunque invitare fianco a fianco nelle tue sacre austere sale i nostalgici del duce e le anime belle, che in fondo vogliono solo che ogni cosa stia al suo posto: gli italiani in Italia e gli arabi in Arabia, il bello nei «loro» musei, il brutto altrove, ma non dove pascoliamo noi.

Ministro Franceschini, che guaio hai fatto con quella domenica gratuita ai musei! Il nostro giovane vecchio studioso trova davvero disdicevole «perder tempo in lunghe code onde poter accedere alle sale», dinnanzi (testuale) «a visitatori che mancano di rispetto nei confronti degli altri, visitatori che spesso sono alla prima esperienza al museo»!
«Quando sopraggiungono altri turisti al Colosseo», scriveva Stendhal nel 1827 «il piacere svanisce quasi del tutto: invece di perdervi in pensieri sublimi, affascinanti, osservate vostro malgrado gli aspetti ridicoli dei sopravvenuti, e trovate sempre che ne hanno molti. Ci si abbassa al livello della vita salottiera, e si ascoltano senza volere le banalità che dicono. Se ne avessi il potere, sarei tiranno: farei chiudere il Colosseo durante i miei soggiorni romani».

Non so se dalla sindrome di Stendhal si possa guarire con un po’ di ginnastica o di yoga, vorrei però che il pubblico delle domeniche gratis, che qualcuno vorrebbe abolire, potesse avere un volto più leggibile ai nostri occhi di specialisti del bello e della storia, spesso ancora incapaci di guardare in faccia chi non ha mai guardato un museo come una meta possibile. È un pubblico dai mille volti, di cui vorrei conoscere meglio il sentimento della scoperta o forse della delusione, l’imbarazzo o la gioia di misurarsi con dimensioni che sono spesso sconosciute, ma non per questo meno attraenti. Molti dei musei nati dalla recente riforma ci stanno provando, con poche forze e molta voglia di fare: è ora di tessere le fila di una rete solidale, che si scambi idee, informazioni, progetti, ascoltando la voce del nuovo pubblico dei musei, cui diamo il benvenuto, senza perdere il gusto del dialogo con i «molti nemici» che quelle porte vorrebbero tornare a vederle blindate.

Daniele Manacorda
Ordinario di metodologia e tecnica della ricerca archeologica all’Università di Roma Tre

Daniele Manacorda, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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