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Mostre

Palazzo Pitti

La Gorgone in passerella

A Firenze la moda si specchia (letteralmente) nell’arte: Mondrian, Mirko Basaldella, Quinto Martini, Magnelli, Savinio e altri forniscono idee e decori a griffe come Cavalli, Ferré, Fendi, Miyake, Comme des Garçons e Coveri

Una veduta dell'allestimento della mostra «Tracce»: ombrello, abito e foulard modelli «Treccia» (1975-76) di Roberta di Camerino con il dipinto «Composizione» (1950) di Mario Nuti

Se la mostra «Tracce. Dialoghi ad arte nel Museo della Moda e del Costume», in corso fino al 31 dicembre, fosse allestita nelle sale del Musée des Arts décoratifs del Louvre o al Palais Galliera di Parigi sarebbe considerata imperdibile e farebbe molto parlare di sé. È davvero sapiente, oltre che spettacolare, il riallestimento della vasta collezione della Galleria del Costume di Palazzo Pitti, dove, grazie alla cura di Caterina Chiarelli, Simonella Condemi e Tommaso Lagattolla, una ricca scelta di abiti è posta a confronto con opere, pitture, sculture, oggetti dell’epoca in cui quei manufatti furono concepiti.

Che la creazione artistica possa comprendere anche la produzione di abiti è eredità nota dei movimenti tra Otto e Novecento, da Arts and Crafts di Robert Morris fino alle Secessioni (come quella viennese, con Gustav Klimt e i suoi celebri abiti prodotti dalla sartoria di Emilie Flöge). Tuttavia, nel caso di «Tracce» a Palazzo Pitti l’indagine è più sottile: non si tratta tanto di artisti che hanno disegnato per la moda, e non soltanto di architetti, come Gianfranco Ferré, che sono poi diventati stilisti, quanto soprattutto di uno sguardo attento a come gli abiti siano traduzione diretta di sperimentazioni artistiche, svelando consonanze inedite e inaspettate, corrispondenze, dialoghi, come indica il titolo, parola usurata di questi tempi ma certo qui molto calzante.

Le opere d’arte non sono dunque poste a contorno, ma coprotagoniste di un percorso, insieme agli abiti, in una progressione non strettamente cronologica ma tematica, resa più suggestiva da giochi di specchi che stimolano i confronti nei sontuosi ambienti della Galleria. Gli accostamenti non sono solo letterali quanto piuttosto analogici, fondati su corrispondenze formali e culturali coerenti.

Il visitatore può cogliere, ad esempio, i nessi tra i decori degli abiti di Irene Galitzine o i fiori stampati di Comme des Garçons e le «Gorgoni» scolpite da Domenico Trentacoste, oppure tra l’atavica «Giuditta» di Mirko Basaldella e l’arcaismo di certi abiti, giacche e cappotti di Roberto Cavalli, Ferré o Fendi, mentre la purezza formale della «Ragazza di Seano» di Quinto Martini, sintetica e minimale, si svela inaspettatamente prossima alle pieghe degli abiti di Issey Miyake. E ancora, se le geometrie di Emilio Pucci dialogano con l’Astrattismo classico, quelle di Yves Saint Laurent sono direttamente ispirate al Costruttivismo di Mondrian.

In occasione di «Tracce» è presentato anche il nuovo deposito degli abiti e del tessile della vasta collezione del Museo della Moda e del Costume, segno fondamentale nel percorso di collaborazione tra il Centro di Firenze della Moda Italiana, Pitti Immagine Discovery e le Gallerie degli Uffizi.

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 383, febbraio 2018


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